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Occhi che guardano, osservano e giudicano: è Orlando Shorts 2020

In attesa della settima edizione, in programma dal 4 all’8 agosto e dal 5 all’8 novembre, il festival Orlando ha proposto cinque cortometraggi online, per intersecare “sguardi differenti sulla realtà”.

“So che la cosa più complicata è mantenere un’immagine… l’immagine di una famiglia”. Pensieri di una giovane drag queen alle prese con il trucco, mentre un’inquadratura posteriore mostra il suo volto frastagliato in diversi specchi, posti di fronte a lei, che ne mettono in risalto le diverse sfaccettature. In questa breve inquadratura di Mother’s, documentario diretto da Hippolyte Leibovici, può essere racchiuso idealmente il messaggio di Orlando Shorts 2020.

Cinque cortometraggi, selezionati da 8 ragazze e ragazzi under 25, provenienti da alcune realtà e progetti attivi su Bergamo (Students for Equality, Bergamo Pride e Sguardi di un certo genere) e proposti dal festival Orlando in occasione della Giornata internazionale contro l’omofobia, lesbofobia, bifobia e transfobia, che fungono da ideale apripista per la settima edizione di un festival che, in seguito alle restrizioni previste per l’emergenza Covid-19, è stato rinviato nei periodi che vanno dal 4 all’8 agosto e dal 5 all’8 novembre.

Un’edizione che ha come simbolo gli occhi. Occhi che guardano, che si guardano, occhi che osservano ed occhi che giudicano. Come quelli spietati e resi ancor più corporei dall’animazione stop-motion dell’inglese Lily Ash Sakula, che con il suo Eyes (Regno Unito, 2019) porta a riflettere sui processi di costruzione identitaria, attraverso una tensione che oscilla tra il vedere e l’osservare, che si tramutano in giudizio, ma anche accettazione di sé. Una massa informe pone lo sguardo sul protagonista, che sente letteralmente il peso di occhi che scrutano e giudicano, mossi ormai da una volontà propria. Mentre un medico consiglia al protagonista di conformarsi all’ambiente, un altro ragazzo tra la folla lo porta ad una vera identificazione sociale, nella quale non c’è posto per il giudizio.

Giudizio che, in maniera cosciente o meno, rimane fermo all’interno di una società nella quale esistono regole, dove ognuno ha il proprio ruolo. A partire dal microcosmo scolastico di La Jupe d’Adam (Francia, 2018), sconquassato dalla gonna del piccolo Adam, indossata dopo essere stato accontentato dal padre in una mattinata più frenetica del solito. Evento scatenante di un incontro tra i genitori (separati) del piccolo e i rappresentati di classe, attraverso la mediazione di una maestra. Anche in questo caso, lo sguardo è protagonista. Prima quello inebetito della madre verso il padre, poi quelli ostili e intolleranti degli altri genitori, mostrati dalla macchina da presa di Clément Trehin-Lalanne, che abbassa l’inquadratura ad altezza-bambino, facendo sedere gli adulti sulle panche riservate ai piccoli alunni. Una lezione “in miniatura”, dove l’affetto vince anche le convenzioni sociali.

Sguardo complice della commedia che diventa più profondo e, per certi versi, complicato ed analitico, come quello di Joe ed Alex, protagonisti di Thrive (Regno Unito, 2019). Due uomini che si conoscono tramite un’app per appuntamenti, consumano un rapporto occasionale ed iniziano a conoscersi, nelle proprie fragilità, a partire da uno sguardo di Alex che, di sfuggita, si posa su alcune medicine di Joe. Uno sguardo che dà il via ad un confronto profondo sull’HIV (Joe è infatti un positivo irrilevabile, non contagioso), attualizzato ai giorni nostri, con uomini che, nonostante non siano infetti, non stiano morendo e siano in salute, devono continuare a portare il “peso di tutta la storia”.

Rapporto che da maschile viene declinato al femminile nel corto Dudillas – Doubts (Spagna, 2019) dello spagnolo Pedro Rudolphi. Quando Mari Carmen raggiunge la prostituta Rosa dopo l’incontro con un amico comune, un gioco di non-detto, sguardi e campo-controcampo porterà la donna a provare qualcosa a cui non avrebbe mai pensato.

Sguardi, verso gli altri e verso se stessi, come i primissimi piani di Mother’s dove, prima di iniziare uno spettacolo, quattro generazioni di Drag Queen si raccontano e si confessano, tra trucco ed alcool. I tratti maschili del volto diventano femminili grazie ad un maquillage che non riesce però a nascondere sotto di sé i tratti di vita vissuta tra scontri generazionali, suicidi e coming out. Uno sguardo diverso, quello rivolto allo specchio, che cambia con il trucco e rimane uguale allo stesso tempo, che prova felicità nel vedere se stesso, l’io più autentico. “Just your face, just your voice”, sussurra la voce melodica di David Lang, in un richiamo all’amore descritto nel salomonico Cantico dei Cantici.

Riferimento religioso come il ben più esplicito rimando all’Ultima Cena di Leonardo da Vinci, che stravolge però canoni consolidati, a partire proprio da quelli più intrinsechi alla nostra cultura, a dimostrazione di come “sia complicato mantenerla, un’immagine”.

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