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"Con la testa sulle spalle: pensiamo a medici e infermieri che hanno lottato per noi" - BergamoNews

Lettere

La riflessione

“Con la testa sulle spalle: pensiamo a medici e infermieri che hanno lottato per noi”

Riceviamo e pubblichiamo questa lettera che un lettore, Davide Carrara, ci ha inviato: un appello ai bergamaschi che in questi ultimi giorni stanno ricominciando a uscire di casa

Riceviamo e pubblichiamo questa riflessione che un lettore, Davide Carrara, ci ha inviato. Un appello a tutti i bergamaschi che in questi ultimi giorni, dopo settimane di quarantena forzata, stanno cercando di riprendersi la normalità: facciamolo con la testa sulle spalle, senza dimenticare cosa ci è successo da poco. Facciamolo per noi, ma anche e soprattutto per chi, come medici e infermieri, ha lottato in prima linea contro una pandemia terribile.

Ecco la riflessione di Davide, che ringraziamo.

E ora?
Bergamo, maggio inoltrato. La primavera è ormai nel suo pieno vigore e fra non molto lascerà spazio all’estate.
Lo tsunami che ci ha travolto nei mesi passati è in ritirata lasciandosi alle spalle le sue vittime. Vittime intese come morti, tante nella nostra Bergamo. Vittime intese come dissesti economici in una parte di paese dove il benessere era tangibile.
Ora la parola ricorrente è ricominciare. Ricominciare a vivere, ricominciare a lavorare, ricominciare a produrre, ricominciare a essere ciò che eravamo, parte trainante di un paese zoppicante.
La gente ha ripreso ad uscire di casa come se fosse una liberazione. Mascherine sul viso di chiunque varchi la porta di casa. Ma la sensazione è che la gente non voglia ricordare ciò che è successo e che ancora è vivo nella nostra città. Infatti molti portano la mascherina ma non sul volto per coprire bocca e naso nel rispetto del prossimo. La portano con sé perché obbligati e si avventurano impavidi nella Corsarola in una Città Alta gremita di gente senza proteggere e proteggersi.
La gente ha già dimenticato. Vuole pensare al sole, alle vacanze al mare o in montagna, ai Cre, alle serate in compagnia.
Nessuno vuole pensare alle morti, alla pandemia, ai sacrifici.
Molti, ma non tutti. Non le persone che hanno perso qualche caro in questi mesi, non le persone che hanno vissuto sulla propria pelle questa immane tragedia.
I numeri ormai li conosciamo bene tutti. La sofferenza che si nasconde dietro a questi numeri invece probabilmente facciamo finta di non vederla.
Sarebbe facile commentare su cosa e come si poteva affrontare questa pandemia. Ma, a posteriori, è tutto più semplice per chiunque.
Sarebbe comunque più sensato evitare di sminuire ciò che è stato nella realtà dei fatti evitando commenti su età delle vittime, sulle patologie delle quali erano già affette, ecc…
Questo virus ha colpito tutti. Chi più chi meno. Dai bambini ai grandi anziani. E a parte le morti che possiamo contare, i danni che ha procurato ancora non possiamo evidenziarli ma saranno sicuramente un peso per il nostro futuro.
Danni fisici, danni psicologici, danni economici.
Ma ora l’imperativo è ricominciare. Perché l’economia vuole ritornare al proprio posto, vuole essere la regina indiscussa a scapito di qualsiasi altra cosa.
E allora gli eroi dei mesi scorsi?
Semplicemente dimenticati. Dimenticati dalle istituzioni. Dimenticati dalla società.
Dopotutto ora non servono più.
Peccato che loro siano ancora lì.
Perché gli ospedali sono ancora aperti. E pieni.
Sì, è vero, ci sono meno malati di Covid-19, ma ora ci sono tutti gli altri.
Gli ospedali ora aziende devono recuperare il tempo perso. Adesso devono produrre, e allora avanti con gli interventi, le visite specialistiche e i ricoveri.
Mentre l’Italia si fermava e si confinava in casa al sicuro fra i propri cari, c’erano persone che tutti i giorni facevano turni massacranti, bardati dalla testa ai piedi, privandosi di ogni più basilare bisogno anche fisiologico per curare più persone possibili, probabilmente anche qualche vostro caro, un papà, una mamma, un nonno, uno zio, un amico. Fra sofferenze e paure, fra tensioni e disperazione, e finito il proprio turno non potevamo neppure riabbracciare i propri figli, le proprie mogli, i propri mariti o i propri genitori perché avrebbero potuto ammalarsi durante il turno e allora non potevano rischiare di mettere in pericolo anche la propria famiglia. E così giorni dopo giorni, notti dopo notti, turni dopo turni senza mai soccombere a questo virus. La gente aveva bisogno di loro e loro hanno risposto con tutte le loro forze.
Risposto rinunciando a ferie, permessi, contratti part-time, riposi fisiologici. Solo ed esclusivamente per voi. Per la gente. Per Bergamo. Indipendentemente se li avete sempre criticati, sminuiti, umiliati e, a volte, persino maltrattati verbalmente e fisicamente.
Strani questi professionisti. Gli infermieri.
Li abbiamo visti segnati in volto in questi giorni dai presidi di protezione individuale e ci siamo dispiaciuti per loro, ma non potremo mai vedere i segni che questa pandemia ha lasciato dentro di loro. Segni che si porteranno appresso per sempre. Perché loro erano lì a curare qualche vostro caro, a fargli coraggio, a soffrire con loro e per loro, a fare scelte drastiche a cui nessuno li aveva preparati fino ad arrivare al punto di essere autorizzati a dare l’estrema unzione a quelle persone che non sarebbero sopravvissute.
Ora gli eroi sono tornati a essere dei semplici infermieri. Gli statali che stanno a bere il caffè. Che la notte dormono più dei pazienti e tutti quegli altri falsi luoghi comuni che li hanno sempre accompagnati.
Ignorati da molti. Senza considerare che sono professionisti con un percorso formativo lungo e faticoso, laureati, con master e lauree magistrali, con competenze specifiche per ogni ruolo. Professionisti a cui ci affidiamo e affidiamo i nostri cari nelle fasi della nostra vita in cui siamo più fragili e vulnerabili. Professionisti che lottano fra la vita e la morte ogni giorno e spesso vincono, ma senza copertine o titoli sui giornali.
Forse semplicemente bisognerebbe chiedersi chi di voi avrebbe fatto ciò che hanno fatto loro.
Forse bisognerebbe chiedersi se oggi dopo che li abbiamo conosciuti meglio potremmo fare qualcosa per loro.
Forse bisognerebbe chiedersi se fosse giusto dargli più rispetto.
Forse sarebbe giusto interrogarsi se uno stipendio medio di 1400 euro sia giusto per un professionista di questo genere.
Forse sarebbe giusto non chiamarli eroi solo nel momento in cui ne abbiamo bisogno ma considerarli seri professionisti 365 giorni all’anno.
E ora?
Ora aiutiamo questi professionisti ad avere la giusta collocazione nella società. Perché loro certo non spostano capitale economico ma sostengono sempre e comunque capitale umano.
Loro non vi hanno abbandonato. Mai.
Ora voi non abbandonate loro.

Davide Carrara

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