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Il Covid 19 e quella politica industriale turistica che manca all'Italia - BergamoNews
L'intervento

Il Covid 19 e quella politica industriale turistica che manca all’Italia

Damiano Amaglio, presidente dell'Azienda Bergamasca Formazione, analizza la situazione del turismo italiano e avanza tre proposte per far rilanciare il sistema del Bel Paese.

L’Italia non ha mai avuto una politica industriale turistica. Mai. E continua a non averla. A livello locale ci sono stati dei tentativi di marketing territoriale, ma alla fine si investono risorse il cui ritorno è tutto da dimostrare. Come posso dirlo? Per titolo acquisito sul campo…

Dopo 108 anni e quattro generazioni che la mia famiglia si occupa di accoglienza penso di poter proporre due spunti di riflessione: certo da un punto di vista locale, in una dimensione circoscritta e familiare, ma siamo passati in mezzo a due guerre e questa, per certi versi, è la terza.

Ovviamente nessuno ha la bacchetta magica né la soluzione miracolosa, tuttavia sarebbe già una gran cosa mettere le cose nel giusto ordine e…Iniziare a farle. Serve una filiera che funzioni: mobilità, offerta culturale, enogastronomica, ricettiva e di eventi, tutela dell’ambiente, intermediazione, tutti i protagonisti devono essere connessi, parlarsi, sostenersi, coordinarsi. Se ciascuno gioca la propria partita in solitudine o addirittura contro gli altri, non c’è speranza.
Tutto il sistema del low cost, per esempio, ha senso se è al servizio del territorio, non il contrario, ma se nessuno coordina e mette dei paletti è difficile costruire un sistema turistico solido che trascini il Paese. Non solo, se concepiamo il turismo, o meglio la ricettività, come un mero investimento immobiliare, deregolando tutto e trasformando il settore in una giungla piena di improvvisazione e individualismo, si finisce col distruggere quel patrimonio di competenze e tradizione che ci ha reso famosi nel mondo. Sta già avvenendo…E gli appartamenti affittati in modo più o meno irregolare in Città Alta sono solo la punta dell’iceberg.

Al centro di ogni scelta va il turista, che va accolto non tollerato, attratto non accalappiato, ma a me non pare ce ne sia tutta questa consapevolezza. Nonostante tutto, persino oggi che il settore è in ginocchio e fatica e vedere una prospettiva, resto convinto che stia nel turismo il futuro esistenziale del nostro Paese. Evidentemente dobbiamo reagire. Un virus che impedisce l’incontro, il convivio, ha per l’Italia lo stesso effetto che l’energia rinnovabile ha per un Paese estrattore di petrolio: gli succhia il sangue, lo toglie dal mercato. Socialità e relazione sono le nostre materie prime, che poi assumono plasticità, fisicità, nella bellezza dei luoghi, nell’arte, nell’accoglienza straordinaria dei nostri territori. Ora siamo un po’ frastornati ma se superiamo l’inutile e cocciuta illusione di riavvolgere il nastro, potremo trasformare questa terribile situazione in opportunità. Del resto siamo i migliori per fantasia e originalità, ed i più veloci ad adattarci, ma il nostro mantra deve essere ripartire in modo diverso, non galleggiare nell’attesa ansiogena di ritornare indietro.

Facile a dirsi, meno a farsi, ma dato che in medium est virtus, cominciamo a convincercene. Percepisco un clima da “ha da passà ‘a nuttata” che non mi piace, perché l’estate è dietro l’angolo e noi stiamo ancora cercando i reagenti dei tamponi. Non dimentichiamoci che chi di dovere sapeva del virus già a dicembre.

Certamente il nostro settore è quello più complesso perché si basa sull’empatia con luoghi e persone, e vivere un’esperienza temendo i contatti è assai limitante. Per questo la prima cosa da fare è combattere quel timore reciproco, offrendo certezze e serenità, non sottovalutando o aspettando che il virus se ne vada aerando le finestre. Chi visita l’Italia, italiano o straniero, chiede sicurezza e questa va data con gli strumenti disponibili, invece oggi chi viene da me non sa chi ha davanti, ed allo stesso modo io non so chi entra dalla porta. Da questo punto siamo fermi al 12 marzo, almeno in Lombardia: per dirla alla Battisti, guidiamo a fari spenti nella notte.

A chi auspica una forte politica di ribasso di prezzi e tariffe rispondo che è ridicolo, semplicemente ridicolo, mercanteggiare sulla salute: svendere l’offerta sarebbe certificare il pericolo. Va sostenuto il potere d’acquisto delle persone perché possano scegliere se andare in vacanza, questo sì, ma pensare che le persone si spostino nonostante la paura, solo perché costa meno farlo, è illusorio.

Da dove iniziare allora per dotarsi di una vera politica industriale turistica? Le cose da fare sono tante, partirei dalle tre fondamentali per costruire un progetto turistico nazionale. Il brand Italia è unico, con un potenziale infinito sul quale però non investiamo più. In un sistema globale in cui gli equilibri si spostano rapidamente non ce lo si può permettere.

Primo: serve un portale digitale nazionale che funzioni. Un BookingItaly.com impiegherebbe un attimo a diventare il punto di riferimento mondiale delle prenotazioni per il nostro Paese, purché tutti vi aderiscano e offrano le migliori condizioni. Serve una modifica normativa che consenta al pubblico di assolvere questo ruolo (con buona pace dello lobbies che negli ultimi dieci anni hanno portato il legislatore fuori strada) e un grande patto nazionale tra gli operatori, basato su condizioni favorevoli ed una redistribuzione delle commissioni nel sistema, con ripartizione regionale o provinciale. Miliardi di euro che oggi vanno nelle tasche di multinazionali straniere (booking.com ha sede fiscale in Olanda, per capirci…) invece resterebbero sul territorio alimentando il sistema: penso al trasporto, alla promozione, alla conservazione, e a tutti quei servizi mancanti che oggi limitano il lavoro degli operatori. Un intervento a saldo attivo che troverebbe tutti felici, partendo dagli operatori che in questi due mesi di pandemia sono stati trattati dai portali online in modo vergognoso.

Secondo: l’altra azione di sistema con effetti nel medio-lungo periodo tocca l’aspetto dei rapporti diplomatici e commerciali. Vanno individuati i mercati potenzialmente più interessanti su cui investire massicciamente in termini culturali. Possiamo ambire alla qualità, visto che abbiamo cose che nessuno può offrire, ma bisogna esserne all’altezza; e incrociare i sistemi scolastici, creare conoscenza e interesse. Banalmente, se non conosco la storia di un Paese, la sua epopea, come posso essere interessato a scoprirne e toccarne con mano i segreti e le sue meraviglie?

E qui siamo al terzo punto: serve che le meraviglie restino tali. Penso all’ambiente, al territorio, ed all’arte. Costruiamo un piano decennale di investimenti che dia certezze formative e occupazionali ai giovani, perché scelgano di costruire il proprio progetto di vita attorno ai settori della tutela dei beni culturali e ambientali, della ricettività e di tutti quei servizi accessori e funzionali a rendere il nostro Paese il più accogliente del mondo. È nel nostro Dna e l’occasione contingente è lì davanti a noi: le Olimpiadi del 2026. Diventino il nostro orizzonte, lavorandoci per renderle i migliori Giochi invernali della storia. Ma da oggi, domani sarà già troppo tardi.

Damiano Amaglio
Presidente Azienda Bergamasca Formazione

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