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“Covid e non solo, il carcere esplode: usiamo le strutture dismesse sul territorio”

Le riflessioni di Antonio Nastasio, ex dirigente superiore dell'Amministrazione penitenziaria, in quiescenza.

Antonio Nastasio, ex dirigente superiore dell’Amministrazione penitenziaria, in quiescenza, conosce molto bene la realtà delle carceri in Lombardia e in particolare a Bergamo. Lo abbiamo incontrato per aiutarci a comprendere come ha vissuto il carcere questo lockdown per l’emergenza Coronavirus e che cosa si può fare dopo questa esperienza.

Che cosa pensa della situazione attuale delle carceri italiane in questa situazione di emergenza gestionale?

L’emergenza Covid-19 ha senz’altro fatto esplodere la difficile gestione del complesso mondo della contenzione di persone con problemi giudiziari. Carcere ed emergenza sanitaria, hanno in comune di non essere contesti recessivi, ma due realtà dominanti, realtà che non danno vie di scampo e inducono a scelte tra due doveri dello Stato, quello di punire e di curare.

Come pensa abbia risposto lo Stato, tramite il Ministero della Giustizia e il Dipartimento di amministrazione penitenziaria?

Ha confezionato una risposta più da burocrati, fatta a tavolino, rintracciando il male minore piuttosto che ampliare il contesto del come e sul come contenere il problema. Non ha cercato altre soluzioni al coronavirus, oltre la detenzione o la famiglia o l’affidamento ad un contesto disposto all’accoglienza, magari a pagamento. L’attuale sistema di gestione delle misure alternative, relative alla pena non detentiva, è uno dei principali elementi di criticità ed è tale da richiedere una profonda revisione degli interventi che consentano un miglioramento degli attuali livelli di qualità e performance.

Siamo in una situazione di défaillance del settore?

Chiaramente la crescita forte e repentina del numero dei soggetti in misura alternativa è frutto di soluzioni estemporanee, le quali lasciano dietro di sé più negatività che positività. La salute è stata considerata prevalente e qui non si obbietta, aver alleggerito il numero di presenze in carcere ha reso molti entusiasti di aver fatto bene i propri compiti, seguendo il mandato istituzionale di alleggerire le carceri. Ma non era questa la soluzione più giusta. La famiglia non può essere costantemente chiamata in causa per risolvere tutto ciò che è dello Stato e lo Stato non sa dare risposte perché non pensate in anticipo.

Cosa era prevedibile e cosa si doveva pensare anticipatamente?

Il problema sovraffollamento non è un problema nato con il coronavirus, era un problema prevedibile certo, che rimanda al problema annoso mai risolto. Si è rimasti ai tempi delle grazie regie; amnistia e indulto per anni hanno risolto il problema dell’inefficienza, dell’incapacità ad aprirsi al nuovo, al non sperimentato, al riconsiderare cosa è delitto ed ammenda. Senza formulare per il carcere interventi altri, si sono tolte risorse economiche per interventi non all’interno del carcere.

Possiamo approfondire meglio questo passaggio?

Dall’istituzione delle misure alternative alla detenzione del 1976 ad oggi, non si è pensato a strutturare in modo diverso sia le carceri che il mondo del non carcere, quello delle misure alternative, senza toccare il mondo del punire. Occorre dividere ciò che deve essere punito con una pena detentiva, con una pena non detentiva e con una multa.

Che cosa propone?

Creare nuove strutture sul territorio per dare un significato trattamentale, dando maggiori attenzione all’offerta di servizi per aiutare la persona a cambiare o a curarsi. Questa tesi è la stessa utilizzata in passato per per i malati di AIDS, scarcerati subito ma recuperando situazioni alternative, nelle quali dove potevano avere attenzioni, cure, morire in modo dignitoso perché la dignità non si toglie a nessuno. Non parlo di allungare la carcerazione o impedire una scarcerazione. È una offerta trattamentale, nel senso di aiutare il soggetto a porre in essere un atteggiamento di autocritica sul danno arrecato alla vittima col suo comportamento criminale. Non certo una richiesta di un surplus di afflittività ma uno strumento in più per riconosce più ciò che è pena, e in particolare la misura alternativa al carcere, non certo di punire e quindi “di far male.

Può essere più concreto a proposito di queste strutture territoriali che, intuisco, non ci sono?

Anni fa, per rendere meno pesante la detenzione si pensò, progetto mio, di adibire strutture detentive a sicurezza attenuata, quindi minor vigilanza e maggior attività di trattamento. Parlo di adibire strutture con capacità contenitiva per assolvere a questo scopo, recuperando le carceri mandamentali dismesse, pensate per tossicodipendenti arrestati. Erano strutture pensate con una custodialità minima e attività trattamentale simile a quella di una comunità di recupero, con forte apporto del loro personale, in un rapporto economico di convenzione. Non avrebbero pesato sul carcere, né come numero né per il tipo di offerta di servizi. Servivano giusto il tempo per passare poi alle stesse comunità in condizioni fisiche e psichiche idonee al permanere in questi luoghi indicati. Si associava pertanto la cura sanitaria all’espiazione della pena, per finire la pena in misura in contesto esterno indipendente. Forse idea troppo innovativa…

Queste strutture a detenzione attenuata, a chi servirebbero?

Mi rivolgerei a detenzione per soggetti a breve indice di pericolosità ed a soggetti ammalati che non possono trovare una adeguata assistenza per lunghi periodi. Saranno sempre carceri ma chiameranno il supporto del Privato sociale e dell’ente locale, con una presenza minima di personale di custodia debitamente formato.

Che cosa si otterrebbe con questa soluzione?

Un’offerta di servizi previsti dall’Ordinamento Penitenziario, uno svuotamento del carcere in modo ragionato con il territorio, senza danno loro e della collettività. Non stazionerebbero nell’ozio ma si abituerebbero alle modalità della vita esterna ad attività di pubblica utilità, al risarcimento sociale per il male fatto. Questo può avvenire solo se vengono coinvolte nella gestione fin da subito il mondo del volontariato e dell’ente locale, in quanto è prevista la territorializzazione della pena non solo come detenzione ma come inserimento sociale nel luogo della vita del soggetto.

Mi sembra di capire che lei parla di attività di pubblica utilità e non di lavoro socialmente utile….

Parlo di giustizia riparativa, in particolare tramite l’attività di pubblica utilità che meglio si attua in strutture, come quelle che propongo, in quanto hanno come mandato il reinserimento tramite una rivisitazione critica, del reo, del proprio vissuto.

Quindi il futuro del carcere è un suo ampliamento verso il recupero e riutilizzo di strutture dismesse?

Sì, sono per il recupero di quello che il contesto esterno può offrire con un minimo di manutenzione e qualificazione al nuovo ruolo di essere dei luoghi , come ex caserme o ex collegi, che detengono le persone per avviarle ad una scarcerazione preparata, sia per il soggetto che per la società. Sono anche per il recupero di tutti gli ospedali zonali dismessi, ancora capaci di attuare il mandato di assistenza, debitamente resi contentivi per le terapie a lunga degenza per soggetti in vecchia che non possono essere scarcerati, per tutti coloro che per patologie psichiche con diminuita aggressività ma non ancora pronti per una ospitalità esterna.

Il passaggio a queste strutture, come lo vede?

Il passaggio avviene creando un “gruppo di trattamento” aperto alla presenza del privato sociale che opera in quella struttura, compresi gli agenti di polizia penitenziaria di reparto del carcere operante nella struttura, sia essa per espiare la pena che per la cure sanitarie.

Strutture che avranno un costo.

Credo sia venuto il momento di presentarlo come progetto europeo, progetto sperimentale con i fondi italiani depositati, che la Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha invitato a spendere. Penso che le nuove carceri a sicurezza attenuta, recuperando il dismesso, sarebbero un bellissimo nuovo progetto, che va incontro sia a chi è detenuto che alla società che chiede più carcere; parlo di un carcere altro, pieno di iniziative e attenzione, al quale il privato sociale specializzato, saprà dare quell’impronta che oggi è mancata, attuando l’offerta di servizi che vuole ordinamento penitenziario.

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