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L’arcivescovo Delpini a Treviglio nel ricordo delle vittime del Covid

All’inizio della Messa, dopo il saluto liturgico, monsignor Norberto Donghi ha letto i 209 nomi dei defunti di queste settimane, morti dal 27 febbraio all’11 maggio

Nel rispetto della normativa sanitaria disposta per il contenimento e la gestione dell’emergenza epidemiologica da Covid 19, il Santuario di Treviglio ha accolto mercoledì una solenne celebrazione con l’arcivescovo di Milano Mario Delpini: al suo interno 170 fedeli mentre Piazza Santuario, appositamente allestita con un grande schermo, ne ha ospitati oltre 100.

All’inizio della Messa, dopo il saluto liturgico, monsignor Norberto Donghi ha letto i 209 nomi dei defunti di queste settimane, morti dal 27 febbraio all’11 maggio (195 di Treviglio, 14 di Castel Rozzone – 113 femmine, 96 maschi – la più piccola di soli 6 mesi mentre i più anziani un uomo e una donna di 99 anni) ai quali non è stato possibile fare il funerale. Un momento di grande commozione per tutti i presenti.

Monsignor Delpini ha accolto l’invito della comunità a celebrare la sua prima eucarestia con il popolo dopo i mesi di lockdown.

Presenti i due sindaci Juri Imeri e Luigi Giovanni Rozzoni affiancati dal Direttore Generale dell’Ospedale di Treviglio, Peter Assembergs.

L’omelia dell’Arcivescovo Delpini

arcivescovo delpini

1. Un nome, un volto, una storia.
Un nome, un volto, una storia: la mia mamma, il mio papà, il mio sposo, la mia sposa, mio figlio, mia figlia, mio fratello, mia sorella, il mio amico, la mia collega.
Un nome, un volto, una storia: non un caso, non un numero, non una pratica per la sepoltura. È inevitabile considerare l’insieme, raccogliere statistiche, provvedere all’organizzazione dei servizi, assumere le responsabilità istituzionali. È inevitabile e non può mancare la gratitudine per chi opera e ha operato per sistemare i casi, i numeri, i servizi. Ma il pensiero, l’affetto, lo strazio si rivolge a un nome, a un volto, a una storia.
Il volto, unico, inconfondibile, si è perso nella moltitudine, si è spento in un buio che ha avvolto una folla, non ha avuto l’attenzione irripetibile, la tenerezza inconfondibile, la carezza che solo queste mani avrebbero dovuto, avrebbero voluto offrire a quel volto. Avrei voluto, avrei dovuto essere là, ripetendo quel nome, accarezzando quel volto, ricordando quella storia unica, mediocre forse, non storia eroica, non storia ineccepibile, ma quella storia unica che c’è stata, la mia, la tua storia.

2. Tu.
Il ricordo, la fotografia, gli oggetti condivisi, rievocano il volto, la storia unica, sia pure una storia qualsiasi. Quello che è mancato è stato il tempo per dire “tu!”. Finché il ricordo dura, la singolarità di ciascuno dei nostri morti rimane nella sua originalità: solo chi l’ha vissuta la può raccontare. Quello che non c’è stato è stato il tempo di dire “tu”. Ogni singola persona irripetibile vive rapporti irripetibili. Questi rapporti sono mancati.

3. Il fallimento di Paolo e le vie dello Spirito di Gesù.
C’è anche il tempo dei discorsi e delle discussioni, c’è la voce dei sapienti e dei chiacchieroni, quello che erano là in piazza ad ascoltare l’apostolo Paolo e a trattarlo come un ciarlatano. C’è gente che passa il tempo a produrre parole, fiumi di parole, su tutto e su tutti. Circolano teorie, ipotesi, bugie, confusione. Tutte le opinioni hanno diritto di circolare, nessuno deve dimostrare di essere vera o falsa, tutte le opinioni vanno dappertutto, la loro importanza non dipende dai frutti che portano, ma dal numero di quelli che le ripetono. In questa confusione Paolo, che vuole annunciare la verità che salva, sperimenta il fallimento. Il suo discorso, la sua testimonianza è considerata una opinione, più bizzarra e più incredibile di altre, una di quelle opinioni tra tante che non piace tanto, non vale la pena di ascoltare.
Ma la parola di Paolo può essere accolta come la verità necessaria, la risposta che illumina tutto e la rivelazione che salva la vita, quando incontra un nome, un volto, una storia e restituisce la grazia di vivere quello che è mancato, di poter dire “tu”.
La risurrezione di Gesù dai morti, apre la via per la risurrezione dei morti: non è una dottrina più bizzarra di altre, è una promessa, è una luce che vince la tenebra più angosciante.
I nostri morti, proprio quei “tu” che ci sono mancati, partecipano della vita di Gesù risorto: sono vivi. Posso perciò non solo ricordare la mia mamma, il mio papà, i miei cari, ma condividere la loro vita, ascoltare le loro parole come parole nuove e più vere, trovare consolazione nel loro sorriso, che è più luminoso e invincibile.

4. Lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità.
Che differenza c’è tra noi e quelli di Atene. Come può essere che gli Ateniesi ritennero la predicazione di Paolo sulla risurrezione di Gesù la parola ridicola di un ciarlatano e noi invece appoggiamo su questo annuncio la nostra speranza e la nostra gioia, la consolazione più persuasiva e la verità più luminosa?
Non siamo migliori degli Ateniesi. Non viviamo in un contesto in cui sia più facile o normale credere alla risurrezione.
Che cosa dunque spiega che noi siamo qui a ricordare i nostri morti, a pregare per loro e con loro e troviamo in questo la grazia necessaria per sperare, vivere in comunione, credere che in Gesù risorto noi e i nostri morti, tutti risorgeremo?
Gesù risponde a questa nostra domanda con la pagina del Vangelo: Lo Spirito di verità vi guiderà a tutta la verità.
Abbiamo ricevuto lo Spirito Santo e ci siamo lasciati guidare da lui: non è solo la parola predicata, ma la docilità interiore che guida alla verità, con quell’intima persuasione che conosce lo strazio e insieme crede alla promessa, che ricorda la carezza mancata, ma insieme sperimenta l’abbraccio che unisce nella comunione dei santi.
Abbiamo ricevuto lo Spirito Santo e ci siamo lasciati guidare a tutta la verità: tutta la verità di Gesù, tutta la verità della nostra vita, tutta la verità delle persone che amiamo.

Chi si lascia condurre dallo Spirito conosce tutta la verità: le persone amate sono sempre anche misteriose, lo Spirito dissipa le ombre e tutto avvolge di luce.
I rapporti con le persone sono sempre complicati, lo Spirito infonde una sapienza che li rende più semplici; le storie vissute, le parole dette e quelle taciute, le ferite che abbiamo ricevuto, i sensi di colpa che ci inquietano, i torti e le mortificazioni che ci sono stati inflitti e quelli che noi abbiamo inflitto agli altri, insomma: siamo così maldestri, siamo così incapaci di dire la verità e di chiedere perdono e di perdonare, siamo così meschini: lo Spirito guida a tutta la verità, la verità buona di noi stessi, la verità buona degli altri.
Nella comunione dei santi si compie l’abbraccio che consola e che salva: si possono dire le parole non dette, purificare i sentimenti ambigui, chiedere e dare perdono, condividere una gioia che non si è mai riusciti a far sbocciare.

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