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“Dopo 108 anni non riapro il mio albergo-ristorante: è ancora presto”

Sfiduciato il titolare del Ponte Autostrada: “Quello che non fecero nemmeno le bombe (peraltro cadute a poche decine di metri) ora lo tenta un virus bastardo“

Pubblichiamo la lettera di Damiano Amaglio, titolare di albergo e ristorante a Seriate che si è trovato ad affrontare la Fase 2 dell’emergenza coronavirus e ha deciso di non aprire.

Italiani, non italioti.

Frustrazione, sfiducia, risentimento profondo, sono questi i sentimenti che in queste ore guidano i miei pensieri circa la ripartenza presunta di lunedì 18 maggio.

Dico presunta perché condizionata alle decisioni assunte dalla Presidenza del Consiglio e da Regione Lombardia nella giornata di domenica. Erano le 23 quando ho ricevuto, come tutti del resto, le disposizioni regionali e mi sono arreso a non aprire, dopo aver predisposto, sanificato, fatto ordini e preparato il necessario. Parlo di un Albergo Ristorante di dimensioni medio piccole, a gestione familiare, che in 108 anni di storia non è mai stato chiuso due mesi, nemmeno durante le due guerre mondiali del Novecento.

Quello che non fecero nemmeno le bombe (peraltro cadute a poche decine di metri) ora lo tenta un virus bastardo “valorizzato” da una classe dirigente inadeguata e finita nel pallone più totale, impegnata solo a scaricare le responsabilità e incapace di delineare un’azione coerente con le proprie convinzioni.

Solo un pazzo potrebbe sostenere che ci siamo messi tutto alle spalle e possiamo ripartire come nulla fosse. La dico tutta: io credo che la scelta originaria del Governo di farci ripartire a giugno fosse corretta. Impegnativa, pesante, ma corretta, almeno per la Lombardia. Il nostro lavoro è terribilmente rischioso, difficile da adattare alle condizioni di sicurezza assolute, e ha delle caratteristiche che non possono essere snaturate. Oltre una certa soglia non si va e per questo servono condizioni esterne in termini epidemiologici generali. Se ci sono ancora tante incertezze sullo stato del virus, al ristorante non ci possiamo andare. Punto.

Invece no, è partita una levata di scudi e la politica se l’è fatta sotto (un po’ come ai tempi della zona rossa in Val Seriana, mi verrebbe da pensare) nonostante i pareri degli esperti. L’orizzonte è diventato il 18 maggio, ma un secondo dopo si è iniziato a giocare a “ciapa nò” per decidere a chi spettasse il rischio di deliberare una riapertura azzardata e l’impegno scomodo di imporre regole impraticabili. Assistiamo ogni giorno a rimpalli tra livelli istituzionali diversi, tra politici e tecnici, tra regionalisti e centralisti, tutti però accomunati da rivendicazioni di competenze per affermare gli onori, ma mai gli oneri delle scelte.

Ma non facevate prima, cari amici politici e funzionari, a dirci di stare chiusi ancora un po’, in cambio di protocolli seri e un poco di supporto nell’attuarli, invece che dissanguare i conti pubblici con elemosine che si riveleranno solo dosi di morfina? Così non si fa cari amministratori da tempo ordinario, perché è da vigliacchi legiferare la ripresa di un Paese intero nell’ultimo giorno del lockdown: Roma al tramonto, Milano nottetempo, complimenti davvero per l’accoppiata. È stato come scrivere la letterina a Santa Claus la notte di Natale, pretendendo di ricevere i regali…

Ricostruiamo rapidamente i fatti recenti. Mercoledì 13 maggio Regione Lombardia emette ordinanza che impone il rilevamento della temperatura ai dipendenti, caldeggiando anche quello alla clientela. Da lì è iniziato il festival del cinema padano, con un gioco di rimpalli di responsabilità davvero triste, sfociato in un fine settimana al limite del ridicolo. Sto facendo un grande sforzo per contenere i toni, per rispetto alle Istituzioni più che a coloro che le rappresentano, ma questo approccio verso il mondo del lavoro lascerà il segno. Non in termini partitici certo, ma in termini sociali; questo Paese sta in piedi anche per il sacrificio e l’estro di centinaia di migliaia di piccole attività, eppure non siete capaci di dialogare con loro! A parziale vostra discolpa c’è la “qualità” di molti di coloro che ci rappresentano, che prima vi hanno spinto ad accelerare conto le vostre convinzioni e poi non sono stati capaci di strappare regole attuabili e sostenibili.

Il lavoro è una cosa seria, cambiarne l’organizzazione necessita di tempi e condizioni chiare e anticipate, anche solo per reperire il necessario a soddisfare certe astrusità, per le quali si spendono spropositi…E si spende a sproposito! È avvenuto con molti dispositivi di protezione, coi plexiglass, i macchinari per sanificare, ora con gli introvabili termoscanner.

Potrei discutere a lungo sull’autorevolezza di chi disincentiva tamponi o test ai cittadini (come se voler conoscere la propria salute per tutelare familiari, utenti, dipendenti e clienti sia una vergogna), ma chiede ai ristoratori di provare la febbre a chiunque si sieda ad un tavolo, lasciando loro costi e rischi (in termini di privacy, ad esempio…). Potrei ma non lo faccio, e accettando questo ruolo da novello infermiere che da Milano mi assegnate mi chiedo solo se sia così difficile definire delle regole per tempo e procurarsi il necessario come sistema Paese (importando laddove non arrivi il mercato interno), lasciando così margini sufficienti per adeguarsi acquistando a prezzi accettabili.

Due mesi di lockdown non sono stati sufficienti?

Evidentemente no.

Chiunque può guidare un esercito in tempo di pace, ma in guerra la gente muore se i generali sono impreparati e presuntuosi, e Bergamo l’ha toccato con mano come nessun altro. Da Bruxelles in giù ne abbiamo viste di cotte e di crude.

Ho sempre creduto, e credo ancora, che in un momento come questo serva stare uniti, sostenersi, e soprattutto rispettare le regole. Per questo sono così contrariato, perché le regole le voglio rispettare e so quanto sia complesso farlo, ma dall’altra parte vi vedo parlare lingue extraterrestri e puntare solo a lasciarmi col cerino in mano.

Ci guardate e trattate come colpevoli di voler lavorare (benché diciate l’opposto) e meritereste una serrata rigorosa e ferma. Smentendo quei sedicenti nostri rappresentanti che dicono che va tutto abbastanza bene. Tranquilli, non avverrà, e come sempre ciascuno di noi proverà a portare il peso individuale della propria rinascita.

Voglio credere che ce la faremo. Rinasceremo, nonostante voi.

Damiano Amaglio

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