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Io, figlia di due infermieri che si sono ammalati, dico: non è l’ora di abbassare la guardia

Ora è il momento per tutti di essere dei cittadini più che responsabili. Il dovere viene prima della stanchezza per questa situazione

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Quella che stiamo respirando non è la normalità. Non c’è nulla di normale nell’andare in giro indossando una mascherina o nel non poter vedere il viso della persona che si saluta per strada. Non è normale non poter abbracciare i figli e i genitori dopo due mesi di lock down, come non lo è laurearsi in video conferenza o essere a maggio e vedere le scuole chiuse.

Il 4 maggio ha segnato l’inizio della fase 2, un piccolo respiro di sollievo per tanti. Solo un piccolo sollievo, nulla di più. Il virus è ancora in circolazione, il contagio ancora possibile, il vaccino non ancora disponibile. Detto diversamente, la pandemia è ancora in corso.

In alcune case, tutto questo è più evidente che in altre. Sono figlia di due infermieri: la mia famiglia, come tante altre, è stata condizionata dalla pandemia. Anzi, lo è ancora.

“È un delirio”. Quella sera mio papà era tornato a casa più tardi del solito. L’epidemia – che a fine febbraio non era ancora stata dichiarata pandemia – era esplosa. “Ci sono code lunghissime di ambulanze fuori dal Pronto Soccorso – raccontava mio padre – Faccio l’infermiere da quasi quarant’anni ma non ho mai visto nulla del genere”. A breve l’intera struttura ospedaliera in cui lui lavora sarebbe stata convertita interamente per assistere i pazienti Covid. Ma nessuno era preparato per questo, nemmeno gli ospedali. Nel reparto in cui lavora mio padre, che conta 25 lavoratori tra medici e infermi, in otto persone sono rimaste con evidenti sintomi da Covid. Questo perché all’inizio non c’erano tutti i dispositivi necessari. A posteriori, dalle analisi è risultato che quasi tutto il personale del reparto ha contratto il virus. Inspiegabilmente, mio papà no. Un colpo di fortuna, forse.

Non è andata così per mia mamma. “Non mi sento bene”, è iniziato tutto così un pomeriggio in cui lei è tornata a casa dal lavoro, stravolta e senza forze. Una donna tutta d’un pezzo, piena di energie che difficilmente riesce a stare ferma anche dopo il turno. Qualcosa non andava. Le abbiamo provato subito la febbre, era alta. Immediata è stata la chiamata al medico di base, poco dopo mia mamma era confinata in camera da letto.

È stata a letto per settimane, perché molto, molto debole. Non riusciva a stare in piedi, non mangiava, respirava male, aveva forti dolori su tutto il corpo. Con lei non dovevamo avere nessun contatto. Non appena superato la fase più critica, le facevamo trovare acqua e cibo su un tavolino appena fuori dalla porta di camera sua. Il bagno al piano terra era esclusivamente usato da lei, mentre io e mio padre quello al piano semiinterrato: un lusso che non tutte le famiglie si sono potute permettere.

Stava male ma non aveva la conferma della positività. Oltre la paura, l’amara beffa di non essere supportati dalla propria azienda ospedaliera. Una quarantena in una camera di undici metri quadri in cui continui a fare i soliti pensieri: “Supererò la malattia?”, “Ho contagiato mia figlia e mio marito?”, “Se anche mio marito contrae il virus al lavoro e muore, cosa ne sarà di mia figlia, una dei tanti laureati senza lavoro?”

È stato bello vederla commuoversi quando il dottore le ha detto che il confinamento era terminato, è stato innaturale non poterla in ogni caso riabbracciare. È stato altrettanto bello vederla tornare al lavoro, perché dopo un mese e infinite telefonate il tampone è arrivato: negativo. Mia mamma era guarita, ma il test sierologico ha confermato il passaggio della malattia.

Ancora adesso, dopo più di due, si rispettano tutte le precauzioni. Ognuno di noi sta separato, non si mangia in più di due persone in cucina, mio padre vive in taverna. Si mantengono sempre le distanze perché non è ancora finita. Non ci dimenticheremo mai queste settimane.

Non vi è nessuna giustificazione per chi sta abbassando la guardia. Non c’è nulla di responsabile nel creare assembramenti per le strade, nel fare feste in famiglia, nel non indossare la mascherina quando bisogna farlo. Non è ammissibile lavorare o far lavorare i propri dipendenti senza che questi abbiano i dispositivi di protezione individuale.

Ora è il momento per tutti di essere dei cittadini più che responsabili. Il dovere viene prima della stanchezza per questa situazione. Dobbiamo essere responsabili e forti, per noi stessi, per chi ci ha lasciato, per chi sta soffrendo adesso, per chi rischia ancora tutti i giorni.

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