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Il procuratore Chiappani: “Mia moglie e il Covid, conosco il dramma che state vivendo”

Il 66enne bresciano dirigerà la procura di piazza Dante: "Sono già in rapporti con molti dei nuovi colleghi. Da ragazzino seguivo il Brescia, ma stimo l'Atalanta e spero di fare bene come il mio compaesano Prandelli"

Ha 66 anni, è sposato con Ermanna, con la quale ha avuto una figlia che tre mesi fa l’ha fatto diventare nonno. Il bresciano (di Orzinuovi) Angelo Antonio Chiappani è il nuovo procuratore capo di Bergamo. La nomina è arrivata mercoledì 13 maggio con il plenum del Consiglio Superiore della Magistratura. “Sono molto contento e onorato di poter guidare una procura prestigiosa come quella bergamasca”, le sue prime parole.

Il magistrato Chiappani ha alle spalle una lunga carriera e numerose indagini. Nominato il 19 marzo 1983, è stato dal 15 giugno 1984 sostituto procuratore a Brescia e dal 10 ottobre 2014 a oggi procuratore a Lecco.

Conosce già Bergamo e il palazzo di piazza Dante?

Abbastanza bene, ci sono stato in qualche occasione. Così come sono in buoni rapporti con diversi magistrati, essendo stato trent’anni a Brescia e due volte nel consiglio giudiziario. Alcuni hanno svolto il tirocinio con me. Altri li ho avuti come colleghi, anche a Lecco.

Il 66enne prende il posto del compianto Walter Mapelli, deceduto a 60 anni l’8 aprile 2019. Lo conosceva?

Sì, e so che ha lavorato molto bene in città. Così come la dottoressa Rota, che ha retto gli uffici in modo egregio in questo periodo. Quindi prima di tutto dovrò dare continuità al loro operato.

Ha già in mente qualcosa per la sua nuova procura?

Prima devo conoscere bene la realtà organizzativa, poi potrò parlare di obiettivi da raggiungere. Vedremo strada facendo. In ogni caso il livello in piazza Dante è già molto alto.

Quando prenderà posto nell’ufficio da procuratore?

Di preciso ancora non lo so. Dopo la nomina da parte del Csm ci sono dei passaggi tecnici. Credo che ci vorranno alcune settimane.

Qual è l’inchiesta della sua carriera a cui è più legato?

Sono due, due sequestri di persona. Quello di Roberta Ghidini, la 19enne bresciana che nel 1991 fu rapita dall”ndrangheta calabrese e tenuta 28 giorni sulle montagne dell’Aspromonte, e quello dell’imprenditore Giuseppe Soffiantini nel 1997, liberato dopo 8 mesi purtroppo anche con la morte dell’ispettore di Polizia Samuele Donatoni. Dietro ai sequestri di persona, ora per fortuna passati di moda, ci sono vicende umane che ti toccano nel profondo. Poi non dimentico i processi per terrorismo a cui ho avuto il piacere di lavorare.

Arriva a Bergamo in un momento particolare per la città, tra le più colpite dalla pandemia Covid. Qual è il suo spirito?

Abito in un paese, Orzinuovi, che a causa del coronavirus ha avuto più di cento decessi su diecimila abitanti, quindi conosco bene il dramma che state vivendo. Ma non solo, l’ho anche vissuto in prima persona, con mia moglie Ermanna, 63 anni, contagiata e guarita solo dopo due settimane di ricovero all’ospedale di Crema. L’abbiamo vista brutta, è stata costretta anche a indossare il casco per la respirazione, ma ora sta bene.

Lei non è stato contagiato?

Per fortuna no. Anzi, a dire il vero non lo so perché non ho avuto sintomi e quindi non sono stato sottoposto ad accertamenti. Comunque per sicurezza ho vissuto per un periodo in quarantena. Tra l’altro ho potuto rivedere solo domenica scorsa la mia prima nipotina che era nata a febbraio.

Parlando di cose più leggere, da bresciano conosce la rivalità calcistica con i bergamaschi?

Certo, sono appassionato di calcio. Da ragazzo andavo allo stadio a vedere il Brescia e anche la Juve. Ma ho sempre stimato l’Atalanta. Anche perché un mio compaesano, Cesare Prandelli, lì ha fatto ottime cose. Spero di lasciare un ricordo buono come il suo.

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