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“I dottori, angeli custodi di papà contro il Covid-19: grazie a voi lo riabbraccerò”
foto Martina Santimone per Areu

La toccante testimonianza di Emiliana De Rè, che presto potrà rivedere suo padre che ha vinto la sua battaglia contro il virus

È una bella storia a lieto fine quella che racconta Emiliana De Rè: il protagonista è papà Luigi che, dopo il primo tampone di verifica negativo, conta le ore per uscire dall’ospedale e poterla riabbracciare. 

“Tutto è iniziato mercoledì 11 marzo, mamma mi dice che ha la febbre a 38.5. Il giovedì idem, poi fra venerdì e sabato un po’ di tosse, un po’ di raffreddore, la domenica un po’ di disturbi intestinali.

Il mercoledì successivo, 18 marzo stava bene: ovviamente continuava a sostenere che avesse preso un colpo d’aria pulendo i vetri la domenica precedente, ma io non avevo il benché minimo dubbio si trattasse di Covid-19.

Venerdì, 20 marzo attacca papà con febbre alta (anche qui, non avevo dubbi che si trattasse di Covid-19). Dico a mamma di procurarsi un saturimetro su indicazione del mio medico di base, la dottoressa Paola Lamura, che mi dà tutte le indicazioni del caso; il sabato e la domenica ancora febbre in discesa, ma la saturazione la domenica mattina comincia a scendere al 90% e vengo a sapere che già il sabato era al 75% senza che mia mamma mi avesse detto nulla. Chiamo la mia dottoressa, la quale mi risponde – sebbene fosse domenica – dicendomi assolutamente di tener controllata la saturazione e che qualora fosse scesa sotto il 90% di non esitare a chiamare il 118. In serata, dopo svariate discussioni con papà e mamma che non volevano che telefonassi (non avevano idea di dove potesse finire, visto quello che stava accadendo da giorni), alle 17.30 chiamo la croce rossa. Alle 20.30 di domenica 22 marzo papà viene trasportato alle cliniche Gavazzeni.

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Mio padre, nonostante i suoi 74 anni, sa utilizzare lo smartphone e verso le 22.30 ci avvisa che è già in reparto con la mascherina, che gli hanno fatto il tampone e che il giorno dopo avrebbero cominciato la terapia dell’HIV per la quale aveva firmato un documento. Il giorno seguente partono le telefonate dei medici che mi confermano la positività del tampone e la situazione gravissima di papà.

I giorni passano, scanditi da quella telefonata che arriva tra le 15 del pomeriggio e le 18. Passano sei giorni; nel mentre, tramite una mia carissima amica, scopro che in clinica presta servizio un prete molto bravo e conosciuto per il suo buon cuore: don Claudio Del Monte della parrocchia Don Bosco della Malpensata.

Il mio “Angelo custode”, l’ho soprannominato. Dopo averlo contattato, mi ha accompagnato in questo percorso lungo ma soprattutto drammatico; ogni due giorni il don passava e mi relazionava sulle condizioni di papà. don Claudio è una persona molto tecnologica: abbiamo fatto anche una videoconferenza, e sentirlo scrivere o raccontare di mio padre e di quanto stava vivendo anche lui mi faceva immaginare di essere io stessa presente nei corridoi e nelle camere dell’ospedale.

Arriva domenica 29 marzo. Papà quando aveva le forze si collegava col cellulare e ci scriveva in Whatsapp: fino a sabato 28 ci aggiornava… La domenica 29 il nulla e purtroppo è l’unico giorno che non danno notizie ai parenti. Tramite il don vengo a sapere che l’hanno spostato di reparto e che gli hanno messo il CPaP (il caschetto). Il lunedì la prima videochiamata: vedere papà con il casco e molto sofferente è stato ovviamente uno shock, ma l’ho salutato volentieri, pur standoci male.

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Arriviamo a martedì 31 marzo. Squilla il telefono non dopo le 15 come solito, ma alle 13.30 circa. Mi informano che stanno in quel momento procedendo con l’intubazione. Ero sconvolta, disperata, ho pianto tutte le lacrime che avevo in corpo, sicura di non rivedere più mio padre.

Giornalmente proseguono le telefonate con le condizioni cliniche. Sabato 4 aprile la solita telefonata del dottor Meco; mi dice: ‘Coraggio signora, il papà comincia a respirare meglio e se procede in questo modo faremo la tracheotomia per svegliarlo piano piano dal coma farmacologico ed aiutarlo comunque nella respirazione, oltre a tutto il resto della terapia farmacologica’. Nel mentre c’è sempre don Claudio che mi tiene informata.

Lunedì 6 aprile mi dicono che probabilmente nel pomeriggio l’avrebbero tracheotommizzato.

Il giorno 7 aprile mi confermano che nel pomeriggio precedente era stata fatta questa operazione, ma si doveva attendere il risveglio graduale dalla leggera sedazione – che ormai pian piano andava svanendo – per riscontrare anche a livello neurologico le condizioni.

Il giorno 8 mi riferiscono che è stabile ma che i test neurologici non sono molto buoni, quindi si deve aspettare ancora.

Il 9 la solita telefonata: papà è finalmente sveglio, parla, mangia, respira meglio e piano piano le condizioni stanno migliorando. Nel pomeriggio dello stesso giorno mi arriva l’ennesima chiamata. Pensiamo sia successo qualcosa, invece quella videochiamata mi fa rivedere e parlare con babbo. È stata un’emozione che non dimenticherò mai per tutta la mia vita.

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Le stesse parole le ho scritte in whatsapp giovedì 7 maggio ai numeri di cellulari che ho memorizzato dei medici che in rianimazione mi chiamavano giornalmente:

Cari dottori Meco, Procopio, Mazzoni. Non ho segnato tutti i vostri cognomi. Sono Emy De Rè, figlia di Luigi. Non potendo venire personalmente vorrei scrivere due parole per tutto quello che fate ogni giorno con tanto amore e tanta professionalità. Mio padre è uscito dalla terapia intensiva all’inizio di aprile. Finalmente fra poche ore lo potrò riabbracciare. Quando ho avuto notizia dall’intubazione ero convinta di non rivederlo mai più… come se qualcuno mi stesse strappando di forza una parte del mio cuore. Oggi sono quarantasei giorni che è da voi alle Gavazzeni. Sto scoppiando dalla gioia, mi avete ridato quella parte di cuore, che pensavo aver perduto per sempre. Un grazie non basta, ditelo a tutti quanti: vi sarò grata a vita per quanto avete sempre fatto e state facendo con amore e passione. Un giorno spero di conoscervi, tutti. Emy

Questa la loro risposta:

Questi messaggi sono emozionanti, forti, belli! Ci ripagano di tutti i nostri sforzi per dare sempre il massimo ai nostri cari pazienti. È stata un’esperienza unica in tutti sensi con tanti momenti di sconforto. Ma sapere che tanti come il caro De Rè ce l’hanno fatta, che potranno riabbracciare i propri cari e tornare alle loro vite ci riempie il cuore di gioia. Sono felicissima per il papà. Auguri! ????❤️?

Ovviamente, dopo circa 15 giorni dal risveglio gli viene tolta la tracheotomia e viene portato in reparto. Ed eccoci arrivati a sabato 9 maggio, dove posso scrivere che papà sta contando le ore per uscire. Ha già fatto il primo tampone ed è negativo, e fra pochi giorni finalmente lo potrò rivedere di persona.

Io vorrei ringraziare tutti, ma proprio tutti. Partendo dalle ragazze e dai ragazzi che rispondono giornalmente alle chiamate del 118, i soccorritori, la mia dottoressa di base Paola Lamura, il mio “Angelo custode” don Claudio del Monte e i dottori dell’Humanitas Gavazzeni Meco, Mazzoni, Procopio, Borghetto, Ghilardi, Vavassori, Cesari, Dalto, Corapin, Allegrini, Ricciardelli (scusandomi se ho dimenticato qualcuno) e tutta l’ equipe medica che ha seguito il babbo e mi darà fra pochi giorni la possibilità finalmente di poterlo portare a casa”.

(Foto di Martina Santimone)