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Infermieri, il sindacato: “Ci chiamano eroi ma non ci pagano tutte le ore lavorate”

Il presidente del sindacato infermieristico Nursind di Bergamo, Mauro Moscheni, pone l'accento sul problema degli infermieri che non hanno ancora ricevuto il pagamento delle ore di lavoro che hanno effettuato in più in questo periodo segnato dal Coronavirus

“Ci chiamano eroi ma non ci vengono pagate tutte le ore lavorate”. Così il presidente del sindacato infermieristico Nursind di Bergamo, Mauro Moscheni, stigmatizza il problema degli infermieri che non hanno ancora ricevuto il pagamento delle ore di lavoro che hanno effettuato in più in questo periodo segnato dal Coronavirus.

Per affrontare la pandemia, infatti, sono stati e tuttora sono in prima linea: insieme ai medici e agli altri operatori sanitari hanno compiuto e stanno compiendo un notevole sforzo. Moscheni spiega: “Sto parlando degli infermieri del settore pubblico, perchè in quello privato possono esserci accordi diversi tra dipendente e azienda, e nello specifico sto parlando delle Asst Bergamo Est, Bergamo Ovest e Papa Giovanni XXIII, che sono state coinvolte in maniera massiccia nell’emergenza Covid-19. Nel mese di marzo e aprile al personale inquadrato come part-time è arrivata la direttiva con cui veniva comunicato che il proprio orario di lavoro sarebbe stato portato a tempo pieno. Questa decisione è prevista dal contratto nazionale: non si tratta di una richiesta ma di una disposizione e il dipendente ha la possibilità di opporre un diniego motivato da esigenze famigliari o personali. In una situazione così drammatica, con senso di responsabilità, il personale infermieristico e i sanitari in genere si sono resi disponibili per offrire il servizio migliore. Un infermiere part-time al 50%, che prima lavorava 18 ore settimanali, nel mese di marzo e aprile è passato a 36 ore alla settimana. Alla fine del mese i miei colleghi hanno cominciato a domandarsi se le ore in cui hanno lavorato in più sarebbero state pagate. L’impegno è stato notevole: alcuni di loro hanno svolto fino a 170 ore mensili anzichè 80: la logica farebbe pensare che vadano automaticamente pagate tutte le ore, ma il contratto è sempre part-time. Inoltre, va considerato che in base al contratto in essere, per esigenze di servizio, il datore di lavoro in questo comparto può chiedere fino a 36 ore settimanali supplementari pagandole il 15% in più. Non si tratta di straordinari, perchè questi ultimi scattano dopo le 36 ore e in questo caso è riconosciuto il 25% in più. Le risorse per corrispondere la maggiorazione vengono reperite da un fondo che non è infinito. Per l’emergenza Covid, per l’intera Lombardia, il governo ha stanziato 40 milioni di euro da riconoscere per le prestazioni in più e la Regione per tutto il territorio lombardo ha stanziato altri 80 milioni di euro, ma devono essere ancora ripartiti tra le aziende e il personale. Ad oggi, così, i dipendenti che erano part-time al 50% e lavoravano 18 ore settimanali, ma a marzo e ad aprile sono stati operativi a tempo pieno, si sono ritrovati con lo stipendio di prima: attualmente non hanno percepito un euro in più in entrambi i mesi”.

“Oltre al grazie di tante persone che ci chiamano eroi non abbiamo ricevuto niente. Sicuramente non è un bel modo per ringraziare chi ha dato il massimo prodigandosi senza opporre alcuna resistenza e facendo i salti mortali per offrire il servizio migliore. Lo ha fatto anche rischiando la salute, è un dato di fatto, perchè come evidenziano i dati sui contagi, i positivi sono molti di più tra i sanitari rispetto al resto della popolazione. Non ci si è risparmiati e molti quando rientravano a casa dovevano mantenere le distanza con i propri figli o i propri cari non avendo dispositivi di protezione adatti”.
In merito ai motivi del pagamento non ancora pervenuto, Moscheni afferma: “A livello regionale queste risorse sono da contrattualizzare con le organizzazioni sindacali. In alcune regioni come Emilia Romagna, Toscana e Piemonte è già stato fatto mentre in Lombardia no. Li ha promessi ma non è stata definita la divisione per le aziende e i singoli. Non si ha nemmeno una previsione di quando verranno pagate le ore e gli interrogativi sono tanti: quanto bisognerà aspettare prima di riceverli? Quella quota coprirà tutto il surplus dell’orario lavorato? Ce lo domandiamo anche perchè si sta continuando con questo modus operando. Nei giorni scorsi ho inviato una missiva alle tre aziende per suggerire di tornare al più presto alle ore di lavoro secondo il contratto considerando che l’emergenza sta diminuendo”.

C’è un altro punto da derimere. Mauro Moscheni sottolinea: “Dal contratto nazionale non si capisce con chiarezza quante ore possano essere chieste ai dipendenti part-time. Viene prevista la possibilità di ore aggiuntive che possono essere svolte sia per lavori supplementari (36 ore) sia lavoro straordinario, ma in questo modo il monte ore di un part-time risulta superiore rispetto al tempo pieno. Per questo, considerando che al tempo pieno possono essere chieste 180 ore, il Papa Giovanni per il part-time ne ha quantificate 90 ore in più in un anno. Queste ore sono state già superate in due mesi, anche se il DCPIM dello scorso 8 marzo ha indicato che non va più considerato il limite orario dei sanitari”.

Infine, Moscheni conclude: “Se si chiede il massimo alle persone non mi sembra giusto che non ricevano nulla o non abbiano una chiara prospettiva di ricevere il compenso per tutto il lavoro svolto”.

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