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Parrucchieri ed estetiste: “Possiamo lavorare in sicurezza e dobbiamo riaprire”

I parrucchieri e i centri estetici bergamaschi, ancora chiusi in base a quanto disposto dai DPCM per la gestione dell'emergenza Coronavirus, lanciano l'allarme: "Abbiamo tante spese senza entrate, molti non ce la faranno"

Mentre il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia annuncia che in alcune regioni i parrucchieri potranno forse riaprire il 18 maggio, prima dunque dell’annunciato 1 giugno, abbiamo voluto sentire che aria tira a Bergamo nel settore.

“La situazione è critica: non abbiamo entrate e dobbiamo sostenere tante spese”. Così in sintesi parrucchieri e centri estetici bergamaschi, che lanciano l’allarme specificando che se si continua così in molti rischiano di chiudere l’attività.

Parrucchieri

Giacomo Bergamini, titolare di Giacomo’s Team, spiega: “Restando chiusi non abbiamo entrate ma dobbiamo ugualmente sostenere tante spese e sono molte di più di quanto si potesse immaginare. Tutti questi costi comportano una perdita importante: da quando abbiamo chiuso (la seconda settimana di marzo) abbiamo accumulato uscite per una cifra molto impegnativa perché bisogna pagare l’affitto, le RiBa, l’energia elettrica ecc… a fine mese non potrà che crescere. Abbiamo spostato di un mese le RiBa per saldare i fornitori ma dopo vogliono il pagamento, mentre per quanto riguarda l’affitto è previsto che il 60% un giorno verrà rimborsato come credito d’imposta, ma adesso si deve pagare comunque, quindi è un costo vivo da sostenere. Un’attività come la mia, che ha una storia ventennale, è stabile e nonostante tutto riesce a cavarsela, ma moltissimi colleghi sono in difficoltà e stanno vivendo una situazione drastica e secondo me non riusciranno a sopravvivere. Pensiamo per esempio a chi ha aperto più recentemente, ha famiglia o deve far fronte a mutui perché magari ha da poco cambiato l’arredamento del salone: ha grossi problemi. Per questo molti hanno pensato di accedere al finanziamento di 25mila euro dello Stato ma in parecchi casi non sono riusciti a farlo talmente è complessa la parte burocratica”.

Le stesse considerazioni espresse per Giacomo’s Team a Bergamo valgono per l’omonimo salone a Fiorano al Serio. L’hairstylist prosegue: “In proporzione il passivo è analogo, con 20mila euro di spese da sostenere senza aver avuto entrate”.

Ancora non si sa con precisione quando si potrà riaprire. Giacomo specifica: “Al momento non c’è una data certa: ho letto che nelle regioni dove il rischio di contagio è inferiore i saloni potrebbero riaprire il 18 maggio, ma probabilmente in Lombardia dovremo attendere fino al 1° giugno. Se tutto va bene, una volta riaperti sarà fondamentale la capienza del negozio: io ne ho uno di 200mq diviso in 5 stanze, quindi potrò ricevere 5 clienti alla volta e arriverò a realizzare il 70% degli incassi, ma le realtà più piccole potranno farne entrare uno alla volta e l’impatto sarà fortissimo: significa che sono destinate a morire”.

“Gestire un’emergenza come quella del Coronavirus non è semplice – continua Giacomo – ma avere più velocità nella liquidità e un aiuto per far fronte subito alle spese per l’affitto sarebbero stati il modo migliore per aiutare le attività, soprattutto quelle piccole che sono meno solide. Mi sembra una considerazione di buonsenso perché le piccole imprese sono fondamentali per l’Italia, accanto alle grandi aziende delle quali non oso pensare i problemi da affrontare. Condivido le decisioni sulle regole anti-contagio: di fronte a una pandemia del genere non si può fare molto altro, ma avrei preferito minor burocrazia e non far aspettare troppo la ripartenza dei negozi, naturalmente con tutte le precauzioni. Avrei effettuato il lockdown un mese per alleggerire la pressione sugli ospedali e poi cominciato ad aprire alcune categorie alla volta in modo che adesso potessimo gestire meglio le riaperture, invece così siamo indotti a una crisi economica senza precedenti. In altri Paesi come la Germania i piccoli negozi sono aperti, si entra uno alla volta e hanno avuto un numero di contagi inferiore al nostro. Secondo me in Italia la pandemia è stata sottovalutata nei centri sanitari, negli ospedali e nei centri di assistenza anziani e disabili e questo ha portato a una maggior diffusione del virus”.

parrucchiere

Entrando nel merito della propria professione, Giacomo specifica: “Il lavoro del parrucchiere e dell’estetista prevede il tocco e la vicinanza al cliente, ma secondo me il governo avrebbe dovuto permettere la riapertura anche a noi con un rinforzo delle protezioni come quelle utilizzate in ospedale, tant’è che abbiamo acquistato tute, visiere, guanti e mascherine, perché un infermiere rischia tanto quanto noi. Tutti hanno a cuore la salute e nessuno vuole correre rischi: anziché adottare una mentalità patriarcale, la ripartenza avrebbe dovuto puntare sulla responsabilità da parte di tutti: se un’impresa avesse voluto riaprire avrebbe potuto farlo rispettando le regole di sicurezza. Quando si parla delle attività, poi, bisognerebbe sempre tener presente che non c’è solo la parte economica ma anche quella emotiva delle persone, che hanno sempre lavorato con tanta passione”.

Allargando lo sguardo ad altri settori, infine, Giacomo aggiunge: “Se in Veneto si sono persi 50mila posti di lavoro, considerando il numero di abitanti, la Lombardia ne avrà il doppio… se un ristorante ha 20 dipendenti e può accogliere il 30% dei clienti come potrà sostenere i costi? Avranno la cassa integrazione prorogata fino a ottobre e poi tantissimi rimarranno senza lavoro. Ed è mancata anche l’Unione Europea: non mi sono sentito parte dell’Europa e penso che se siamo l’Europa Unita tutti avremmo dovuto fare il lockdown allo stesso modo. Bisogna riflettere anche sull’euro perché da quando è stato introdotto l’Italia ha cominciato a impoverirsi”.

Il periodo è particolarmente difficile per tutta la categoria. Cecilia Cassina, titolare di “Tagliati x il successo” a Pedrengo spiega: “Non abbiamo ancora certezze su quando potremo riaprire. Se non si verifica un aumento dei contagi sembra che in alcune regioni si possa ripartire il 18 maggio ma in Lombardia e in Emilia Romagna lo stop dovrebbe continuare fino al 1° giugno. Il problema più grande è rappresentato dalle spese che non si possono fermare: alcune siamo riusciti a rimandarle di qualche mese ma dovremo comunque sostenerle. L’Iva l’hanno spostata ma a giugno dovrò versarla e lo stesso vale per i contributi del personale. La soluzione migliore sarebbe non dover pagare queste spese fino alla fine dell’anno: quando riapriremo i primi mesi dovremo lavorare per pagare tutto. In Germania ogni azienda ha ricevuto risorse per affrontare i costi vivi: non pretenderei 15mila euro di fondi ma quello che possono, anche 2, 3 o 5mila euro magari senza tutta la burocrazia che ogni volta viene richiesta. In tv si sentono sempre le stesse cose e dà fastidio: dicono che ci sono gli aiuti, ma dove sono?”.

“Se si possono utilizzare pullman, treni e metrò dove ci sono tante superfici toccate da tutti e hanno riaperto i dentisti bardati con protezioni, mascherina e guanti, anche noi possiamo lavorare in sicurezza. Siamo già abituati a usare gli sterilizzatori, l’8 maggio sanificheremo, ho acquistato mantelline usa e getta, grembiuli ad-hoc e divisori in plexiglass, il termometro per provare la febbre a distanza e attueremo ingressi contingentati, ma fateci aprire. I mesi di marzo, aprile e maggio sono i migliori per la nostra categoria e li abbiamo persi: se continuiamo così non so quanti riapriranno, io ho alle spalle un’azienda che ci tiene costantemente aggiornati su ogni aspetto della nostra professione ma le realtà più piccole sono in grave difficoltà. In Spagna, dove la pandemia è arrivata dopo stanno riaprendo mentre qui non vediamo una via d’uscita: devono esserci indicazioni chiare per ripartire. Io e tutto lo staff ci sottoporremmo anche ai tamponi, anche pagandoli,  ma non ci sono”.

“Alcune clienti che si rivolgono a noi da tutta la Bergamasca – prosegue Cecilia – soffrono di forme di alopecia e applichiamo loro le microlinee, capelli aggiuntivi fissati stabilmente che, per un certo periodo di tempo, diventano parte integrante della capigliatura. Alcune donne dovevano sostituirle, si sono staccate e sono disperate, non sono più uscite di casa: è un servizio importante anche dal punto di vista psicologico. Ma c’è un altro problema: l’abusivismo. Guardandosi attorno viene da pensare che ci sia chi sta tagliando i capelli nelle case ma, mentre noi dobbiamo rispettare tutte le regole, loro lavorano in sicurezza?”.

Infine, Cecilia conclude: “Da sempre le piccole imprese sorreggono l’Italia: in 45 anni di lavoro non ho mai chiesto una cassa integrazione, chi ha un’attività non è abituato a stare fermo e per me è impensabile stare a casa da due mesi e mezzo. L’impatto è molto forte e anche in altre attività, come i piccoli bar e ristoranti c’è molta ansia e molti non stanno dormendo di notte per la preoccupazione”.

estetista

Centri estetici

Le stesse problematiche riguardano gli estetisti. Arianna, titolare del centro estetico Penelope di Martinengo, specialista nel trattamento della pelle secca, dichiara: “Se il mio lavoro può essere a rischio o può portare una mia cliente ad ammalarsi è giusto che stia chiusa ma il governo mi deve aiutare, invece se sono in grado di garantire la sicurezza devo poter riaprire. Sono a casa da due mesi e il governo mi ha dato 600 euro che sono un’elemosina, e non tutti li hanno ricevuti: mi fa chiudere, mi obbliga a non andare a lavorare e non sta aiutando. Ho sempre sterilizzato gli attrezzi, sanificato l’ambiente e indossato i guanti (ovviamente per il trattamento viso è difficoltoso) e adoperato materiale mono-uso. Inoltre, utilizzo il micromotore e non ho lame per la pedicure. Sia per me sia per le clienti che ne sono eventualmente sprovviste ho acquistato detergente per le mani, mascherine, guanti, copriscarpe – che non si trovano – e terrò la visiera”.

“Sono specializzata nella cura della pelle ma al momento non posso effettuare nemmeno consulenze: vendo i prodotti ma non è lo stesso. Ho scelto di lavorare da sola e ogni volta entra una singola cliente, quindi nel mio caso i rischi sono inferiori rispetto ad altre situazioni come il supermercato e l’ufficio postale, i pullman, i treni, il metrò e i tram, ma anche le palestre e, per queste ultime, è prevista la riapertura il 18 maggio. Anche rispetto a un’azienda che ha mille operai siamo certi che ci sia maggior sicurezza?”.

“Per quanto riguarda le spese – annota Arianna – la chiusura genera un effetto a cascata, perchè capisco chi vuole riscuotere l’affitto o i fornitori che chiedono il pagamento delle RiBa. Ieri in banca hanno inviato le richieste del territorio per i miniprestiti fino a 25mila euro e non hanno avuto risposta mentre ieri il ministro Gualtieri ha detto che il 90% sono state accettate. Non abbiamo informazioni chiare: continuano a parlare ma non fatti non ce ne sono”.

La preoccupazione è molta. Arianna conclude: “Sono convinta che purtroppo la metà di noi chiuderà. Io riaprirò e tenterò in tutti i modi di farcela perchè ho messo il cuore e l’anima nella mia attività e nella mia specializzazione: non voglio buttare tutto all’aria. Non si tratta solamente dell’aspetto economico, mi manca tanto il contatto con le clienti perchè è il mio lavoro e l’ho sempre svolto 12 ore al giorno, dalle 9 alle 21 fermandomi fino alle 22 per pulire. Ho creato qualcosa e non accetto che venga distrutto”.

Dal canto suo, Vilma Berzi dell’Istituto di bellezza Berzi di Bergamo osserva: “Quando riapriremo lavoreremo in tutta sicurezza. È brutto pensare di stare a casa ma anzichè rischiare di dover chiudere di nuovo per un aumento dei contagi, personalmente preferisco aspettare ancora un paio di settimane, perchè sarebbe ancora peggio. Ci stiamo attrezzando per avere tutti i dispositivi di protezione (visiere, termometro, mascherine, camici, sovracamici e copriscarpe, che si faticano a reperire): li ho ordinati da un po’ di tempo e spero che arrivino presto. Usiamo la sterilizzatrice autoclave dal 1995 e a livello preventivo già a fine febbraio avevamo già adottato i guanti, le mascherine e il gel per le mani oltre ad aver posizionato all’ingresso un tappetino imbevuto di candeggina”.

Per concludere, Vilma Berzi afferma: “Marzo, aprile e maggio, i mesi in cui lavoriamo di più, sono persi e ovviamente spero che si possa riaprire il 18 maggio. La responsabilità delle persone sarà fondamentale: se chi è andato al lavoro adesso rispetterà le regole anti-contagio, dovremmo riaprire anche noi e spero che possiamo farlo davvero senza dover poi richiudere”.

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