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Vogliamo davvero che tutto torni come prima? - BergamoNews
Pandemia e società

Vogliamo davvero che tutto torni come prima?

Commessi, infermieri, corrieri, poliziotti, camionisti... la più grande verità che questa emergenza sanitaria ci ha vomitato addosso è che l'élite può venire anche da chi non è mai stato considerato tale

Quando tutto tornerà come prima. Quante volte abbiamo sentito questa frase durante gli ultimi due mesi di quarantena. “Ci prendiamo un caffè quando tutto tornerà come prima”.

Plausibile, in fin dei conti: questa emergenza sanitaria prima o poi dovrà pur finire, e tutti, un giorno, saremo liberi di tornare a dedicarci, senza preoccupazioni, ai nostri lavori, ai nostri hobby, ai nostri affetti.

Ma davvero vogliamo che tutto torni come prima?

Questa quarantena, tra notizie e informazioni che, volenti o nolenti, ci sono piovute addosso, ci ha messo davanti agli occhi tante crude verità che anche prima conoscevamo, ma faticavamo a vedere.

Per esempio, se virologi e medici, che oggi sono al centro della scena, erano considerati importanti anche prima, cosa dire invece dei commessi dei supermercati, degli infermieri, dei corrieri, dei poliziotti e dei camionisti? Per non parlare degli operai.

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La più grande verità che questa emergenza sanitaria ci ha vomitato addosso è che l’élite può venire anche da chi non è mai stato considerato tale.

Abbiamo capito che sono queste le persone che contano quando le cose si fanno serie, anche se media e politica s’interessano a loro solo quando scioperano o votano per i populisti.

Fanno lavori fondamentali per la società, sono perennemente a rischio contagio e sono quelli meno pagati, spesso addirittura precari. Insomma sono i più importanti e hanno meno di tutti.

È davvero questa la società che rivogliamo?

Ogni sera gli uomini di potere, della finanza, i politici e i possidenti dicono la loro in tv con giacca e cravatta dal divano della propria casa, con una libreria alle spalle bene in vista.

Applaudono chi, come si dice in questi casi, manda avanti il Paese. Chi raccoglie la spazzatura, chi cura i malati, chi rifornisce gli scaffali del supermercato, chi ci consegna l’ordine di Amazon.

L’approvazione è sempre ben accetta, ci mancherebbe, ma dopo settimane d’emergenza l’applauso inizia a sembrare più sarcastico che amorevole. Come si giustifica, ora, il fatto che chi applaude guadagna molto di più dell’applaudito?

“Cinque anni di studio equivalgono a uno stipendio cinque volte superiore per una vita intera” ci dicevano. Ma questo ritornello non sembra più d’attualità. Forse è ora di cominciare a pensarci.

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Sentiamo dire spesso, di fronte a questi ragionamenti, che l’emergenza non è un buon momento per discutere di ridistribuzione. Ma quale momento migliore di questo, ora che la crisi ci sta rivelando chiaramente le disuguaglianze?

C’è una parola che è stata usata in questi ultimi anni per colmare lo scarto tra l’uguaglianza davanti alla legge e la disuguaglianza nei fatti: “prestazione”.

L’esistenza di quel boccone amaro (per molti) chiamato scala gerarchica era giustificata dalla “differenza di prestazioni”. Questo metteva più o meno tutti d’accordo. Ma se oggi applaudiamo il coraggio e l’altruismo delle cassiere dei supermercati e dei poliziotti, come possiamo sostenere che i loro bassi stipendi (ma anche i loro contratti spesso irregolari) sono giustificati dalle basse prestazioni?

Oggi come non mai mettiamo in discussione l’intero sistema: lo sfruttamento sistematico che genera profitti stellari solo per pochi.

Le privatizzazioni della sanità, passate sottotraccia negli ultimi anni, sono venute alla luce ora sotto forma di infermieri caricati di lavoro e pazienti morti senza cure. Possiamo davvero permetterci una società che fa profitti con la sanità? La risposta la conosciamo tutti.

L’abbiamo vista con i nostri occhi. A Bergamo soprattutto.

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Facciamo tesoro di questo dramma che ha travolto anche e soprattutto la nostra città e la nostra provincia, cerchiamo di estrapolare da questa immane tragedia un insegnamento fondamentale. Politica non è solo andare a votare, politica è anche scegliere di riciclare, di non comprare da chi non rispetta le regole, di non acquistare un frutto coltivato con metodo intensivo.

A chi ci amministra, a chi ci dà un lavoro, a chi detta le regole non chiediamo indietro quella normalità che avevamo prima. Ricordiamoci che è stata quella normalità a portarci in questa situazione eccezionale dalla quale stiamo fuggendo.

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