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Fase 2 delle “fabbriche della carta”: "Sulla sicurezza sensibilità molto diverse" - BergamoNews
L'appunto dei sindacati

Fase 2 delle “fabbriche della carta”: “Sulla sicurezza sensibilità molto diverse”

La ripartenza nelle aziende del settore grafico-cartotecnico a Bergamo. Il commento di Fistel Cisl, Slc Cgil e Uilcom Uil

“Lo stato di crisi del settore editoriale e cartario evidenziato dalle aziende del comparto è da noi noto. Pur tuttavia, in questa fase emergenziale riteniamo prioritarie la salute e sicurezza dei lavoratori ma, nonostante questo, la strada per giungere a uno straccio di protocollo con molte aziende è stata impervia, e spesso inutilmente percorsa”.

Il 4 maggio è stata giornata di bilanci e vetrine per i tanti che hanno potuto riprendere la produzione in settori fino a ora bloccati dall’emergenza pandemia.
Tra questi, anche le aziende del settore “grafico -cartaio” che hanno potuto, anche se a volte in modo ridotto, continuare l’attività perché legata a filiere indispensabili, come la produzione destinata all’industria alimentare o al mondo dell’informazione

“Nelle aziende del settore non abbiamo dovuto correre per definire protocolli di sicurezza – dicono Luca Legramanti, Paolo Turani e Bruno Locatelli, di Fistel Cisl, Slc Cgil e Uilcom Uil Bergamo -, perché dove siamo presenti, e mentre proseguiva l’attività, li abbiamo già approntati. Abbiamo però incontrato varie tipologie di sensibilità: ci sono aziende molto attente alla salute e sicurezza, che hanno fatto di tutto per giungere a protocolli condivisi e alla fornitura di dpi e strumentazioni. Sono quelle più grandi e le medie, nelle quali, grazie al lavoro dei delegati sindacali, siamo riusciti a far pesare la nostra presenza. I nostri delegati si sono rivelati un’altra volta elementi fondamentali all’interno dell’azienda. Senza di loro in questa situazione non avremmo potuto fare molto. Dove non sono presenti si sono verificati i veri problemi.
Ci sono però anche importanti gruppi industriali (tra i primi gruppi italiani) che invece non hanno collaborato come ci saremmo aspettati: niente “contra legem” per carità, ma sul controllo della febbre all’ingresso, sulla fornitura dei dispositivi, sulla riorganizzazione degli spazi hanno alzato molti ostacoli. Oggi ci troviamo di fronte anche a situazioni in qualche modo pericolose: l’indisponibilità al controllo da parte dell’azienda si traduce, soprattutto per le fasce contrattualmente più deboli (tempi determinati o interinali), a non denunciare lo stato febbrile e a recarsi comunque al lavoro. Questo tipo di aziende e imprenditori, invece di capire la situazione, non fanno altro che agevolare e sfruttare queste fragilità”.

“Abbiamo incontrato da subito molti atteggiamenti non all’altezza della situazione – continuano i sindacalisti -, a partire da quelle aziende che a marzo non distribuivano dpi, perché non necessarie: lo abbiamo denunciato più volte e organizzato scioperi e momenti di incontro veramente duri, ma purtroppo non possiamo imporre scelte che non vogliono compiere. A volte siamo riusciti a fargli cambiare idea altre volte purtroppo no. Abbiamo portato tanti contributi, anche a basso impatto economico., ma spesso è mancata la volontà dell’azienda a capire che il loro più grande patrimonio è quello umano. Ora iniziamo una fase delicatissima, dove la vigilanza che ci compete per il mantenimento e la costruzione della sicurezza nei luoghi di lavoro non verrà meno. Tra le tante cose da fare quotidianamente, riteniamo che la diffusione massiva nelle aziende sia dei test epidemiologici che di quelli sulla trasmissibilità siano fondamentali. Questo è un passaggio fondamentale per costruire sicurezza, nelle aziende e nel territorio”.

Dal punto di vista della condizione economica, poi, è un dramma che si accompagna a un dramma.

“Tolta qualche eccezione (legate all’industria alimentare), la situazione è drammatica. Centinaia di richiese di cassa per migliaia di lavoratori, aziende piccole e piccolissime che lavorando per settori legati a commercio e ristorazione o che sono parte della filiera di grandi gruppi non ce la fanno a proseguire e a resistere. Anche nei grandi gruppi ormai si fanno previsioni di settimana in settimana; in molte realtà gli impianti girano al 40% e non si sa fino a quando”.

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