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Viale Papa Giovanni: corridoio cittadino dalla grande anima, per chi la sa cercare

Enorme vestibolo della città, eccezionale platea sullo spettacolo delle Mura, luogo di transiti e di incontri.

La città muta, con le ore del giorno, con le stagioni dell’anno: è un mistero indecifrabile quello che avvolge le strade, le case, gli slarghi.

Percorri mille volte lo stesso marciapiede, poi, d’improvviso, ti capita di vederlo con occhi nuovi, per una striscia di sole, per un rotolare di foglie.

Ecco, il centro di Bergamo è così: ingiacchettato e incravattato in certe mattine di sole, esuberante di traffico. Ma è anche umido ed amniotico, nelle sere di mezzo autunno, in cui i sassi sembrano assorbire ogni suono.

Qui io vivo: riconosco la mia vita in ogni portone, in ogni angolo, nelle pietre stesse. Questo centro, con moderna esattezza, è suddiviso in tre subquartieri, che corrispondono, all’incirca, ai vecchi borghi: Sant’Alessandro e Pignolo, cui si aggiunge il più recente Papa Giovanni XXIII.

Di questo dirò per primo, perché a questo pensavo, Benjamin dei poveri, quando pensavo a Bergamo, ad occhi chiusi, nelle prime righe di questo scritto.

In realtà, non si tratta neppure di un quartiere in senso stretto, ma di una grande strada, con le sue vie tributarie, come un fiume o, se volete, una lisca di pesce.

Viale Papa Giovanni, che fu viale della stazione e, prima ancora, via ferdinandea, a collegare la Città Alta alla modernissima imperialregia ferrovia, ne determina il destino: enorme vestibolo della città, eccezionale platea sullo spettacolo delle Mura, luogo di transiti e di incontri.

A dividerlo da Viale Roma, lo scherzo dorico dei due dazi di Porta Nuova: da sempre luogo di appuntamenti per i cittadini frettolosi e di pascolo per i bighelloni.

Da lì, da questa “Brandenburger Tor” in minore, parte la fuga del viale, come un “Unter den Linden”: in fondo, ormai depilata di ogni verzura, la stazione.

Le case sono robuste e civili: parlano di una buona borghesia che badava al sodo, magari pervenuta agli stiffelius e alle lobbie dure dalle valli, da preminenze paesane, da ricchi terreni subalpini. Patrimoni dissolti, ahimè, di cui rimane soltanto un vago ricordo, nelle famiglie e nelle targhette sui portoni.

Si dipartono dal viale, a formare il quartiere, due assi principali, quasi a disegnare una croce di Santo Stefano: quello Angelo Mai (scritto così, mi raccomando)-Paleocapa e quello Camozzi-Tiraboschi.

Il primo, un tempo, vedeva prosperare, di qua dello spartiacque, scuole e licei; l’altro altre attività, diciamo così, più ricreative: da cui la celebre antonomasia dell’andare “in via Paleocapa”.

Il secondo, divideva una Bergamo che produce da una Bergamo che consuma: l’Italcementi e le boutiques.

A reticolo, fra questi assi principali, strade parallele e perpendicolari: via Paglia, via Nastro Azzurro, via Guglielmo d’Alzano, via San Francesco. Strade linde, ordinate, di gente laboriosa, di vai e vieni continuo.

E, poi, la grande chiesa delle Grazie, pantheon della Bergamo borghese, col suo chiostro che pare l’ingresso di un teatro: lì, un tempo, si celebravano matrimoni e funerali della classe media. La chiesa confinava con la banca, il Credito, quasi a sottolineare l’alleanza paciosa tra Dio e Mammona: per la rabbia dei massoni.

Oggi, intorno alla “bomboniera”, graziosissima fontana, frettolosi passanti e, sul sagrato delle Grazie, soltanto qualche raro mendicante.

Ma non crediate che, in virtù del proprio compito di corridoio cittadino, il quartiere non abbia un’anima. Bisogna cercarla, nelle ore, nelle stagioni giuste: allora, vi colpirà come un pugno.