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Scienza e ricerca, quel mondo ancora troppo chiuso alle donne

A tutti i livelli del potere politico deve essere presente la necessità di coinvolgere le donne come mezzo fondamentale per avere una visione completa della società, scrive in un recente intervento Silvio Garattini.

Silvio Garattini, scienziato, farmacologo, è presidente e fondatore dell’Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri” di Bergamo. Ha pubblicato questo articolo su Il Messaggero.

Anche la situazione di emergenza in cui ci troviamo ha messo in evidenza un problema globale, che interessa tra gli altri ­ e in modo particolare ­ il nostro Paese. Due semplici notizie: il comitato tecnico scientifico che aiuta il premier a prendere decisioni sui problemi creati dal Sars Cov­2 è costituito da 20 membri, tutti maschi. L’ultimo dei tanti tavoli che si occupano della cosiddetta fase 2 è composto da 17 membri, ma vi sono solo 4 donne.
Eppure le donne sono presenti nel campo della scienza, della giurisprudenza e dell’economia a vari livelli.

Nell’area che interessa attualmente, e cioè biologia e salute, le donne rappresentano il 60% del pur povero plotone di ricercatori italiani, che rappresenta circa la metà ­ a parità di popolazione ­ della media dei Paesi europei.
Le donne non hanno un ruolo minore nell’ambito della scienza, dato che, ad esempio, rappresentano il 54% dei dottorati di ricerca. In un recente articolo del British Medical Journal si riporta che
“le donne sono sotto rappresentate nella medicina accademica… la proporzione delle donne diminuisce ad ogni scalino della carriera… ricevono salari più bassi e meno supporto per le loro
ricerche”. Infatti in Italia tra i rettori delle 83 università pubbliche e private ben 76 sono maschi e solo 7 femmine. Questa situazione si riflette anche sulle pubblicazioni.

Pur essendo le donne in maggioranza nella ricerca, sono poco rappresentate sulle riviste di prestigio. Su 47 articoli della rivista Nature (2017), che riassumevano lo stato dell’arte in vari campi,
tra i 217 autori solo 42 (19%) erano donne. Stessa situazione sulle più prestigiose riviste cliniche. Ad esempio, su The Lancet le autrici che occupavano il primo posto nell’elenco degli autori erano
solo il 29%. Nelle pubblicazioni gli autori che hanno più rilievo e acquistano più prestigio sono quelli che si trovano al primo e all’ultimo posto. Nel periodo 2014-2017 sulle più importanti riviste
scientifiche le donne che occupavano il primo e l’ultimo posto erano il 17% contro il 57% dei loro colleghi maschi.

Si potrebbe concludere che le donne lavorano di più e compaiono di meno.
Non solo, c’è un altro modo in cui le donne pagano per essere poco considerate ed è quando divengono soggetti della ricerca, con particolare considerazione per la ricerca sugli studi controllati dei
farmaci. Ad esempio, nel campo delle ricerche per identificare l’efficacia di farmaci antivirali le donne come pazienti partecipante allo studio rappresentano solo il 27% del totale. Solo un terzo
dei soggetti reclutati per studi cardiovascolari sono donne, ma le donne rappresentano più del 50 percento degli ammalati. Su 628 studi clinici controllati ben 41 non riportano il sesso dei
partecipanti e il 73% non riporta i risultati divisi per sesso.

In questo modo, per la stessa dose di farmaco, si attribuisce per la donna la stessa efficacia e tossicità desunta dai risultati ottenuti nei maschi. Una profonda ingiustizia in un periodo in cui si parla con orgoglio di personalizzazione della terapia.

Quando invece esistono studi condotti in modo corretto, si riscontrano importanti differenze di efficacia fra maschi e femmine, perché ad esempio con la stessa dose si hanno concentrazioni del farmaco più elevati nella femmina rispetto al maschio e quindi si possono avere più effetti tossici nella femmina rispetto al maschio. È questo il caso degli effetti tossici cardiovascolari causati da
alcuni farmaci antiinfiammatori non steroidei. Allo stesso modo alcuni farmaci utilizzati per il trattamento dell’ipertensione inducono più tosse nelle donne, alcuni farmaci anticoagulanti inducono più emorragie e così via.

Uno studio della Food and Drug Administration degli Stati Uniti ha stabilito che in un decennio si sono verificati ben 2 milioni di reazioni avverse nelle donne e solo 1,3 milioni nei maschi. Ben 8
farmaci su 10 sono stati ritirati dal commercio per gravi effetti tossici nelle donne. Pochi riconoscimenti, insomma, e molti danni. L’insieme dei dati riportati non dovrebbe lasciar dubbi sul fatto che, anche nel campo delle scienze mediche, la nostra società ha ancora una cultura maschilista, che si sta smantellando con troppa lentezza. Bisogna invece dare una forte spinta in modo che le donne esprimano appieno il loro ruolo fondamentale e la società sia rappresentata in modo equo nelle sue due componenti principali.

Bisogna ovviamente cominciare dalla scuola, dove è importante che venga valorizzato il ruolo delle donne nella storia, nell’arte, nella letteratura e nella scienza per evitare che fin dai primi contatti con la cultura si generi l’idea che le conoscenze nei vari settori dipenda dal maschio. È necessario che anche le donne prendano più coscienza della loro specularità in termini di visione del mondo rispetto alla mentalità maschile. Deve divenire una specie di dovere il voler partecipare a tutte le iniziative che possono valorizzare il pensiero e la sensibilità femminile.

A tutti i livelli del potere politico deve essere presente la necessità di coinvolgere le donne come mezzo fondamentale per avere una visione completa della società.
Infine, è importante diffondere una cultura che esprima disagio di fronte alla scarsa presenza delle donne nei posti di comando e di orientamento e ricerchi le migliori modalità per migliorare la situazione. Ne abbiamo bisogno.

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