Ivo Lizzola: dal labirinto del coronavirus nessuno esce da solo - BergamoNews
A bordo campo

Ivo Lizzola: dal labirinto del coronavirus nessuno esce da solo

I percorsi fra gli interrogativi innescati da questo “invasore” invisibile giunto da lontano sulla “via della seta” sono molti. Ci siamo inoltrati su alcuni con il professor Ivo Lizzola, docente di Pedagogia sociale all’Università degli studi di Bergamo.

Una cosa è certa: la generazione nata dopo la seconda guerra mondiale non aveva mai vissuto – in Italia e nell’Europa occidentale – un’esperienza come quella che ci sta segnando dalla notte fra il 7 e l’8 marzo 2020. Lì c’è una linea di confine tra il tempo prima del “coronavirus” e il successivo. Nella terra di mezzo, che non sappiamo quanto sarà lunga, viviamo il “tempo sospeso”, che si protrarrà non si sa bene fino a quando. Certo, dalla fine di aprile, a segmenti di società, si tenta di tornare lentamente alla normalità: un po’ alla volta riaprono gli stabilimenti e, officine, laboratori, riprende il lavoro per categorie, i più fortunati/avanzati continueranno a lavorare da casa.

Nella memoria degli studenti – dalle scuole d’infanzia alle università – resterà scolpito questo anno scolastico particolare, che ha fatto scattare di prepotenza le prove di cattedra del futuro, con l’insegnamento online, che è stato un esordio inatteso e affrettato per una gran parte dei docenti stessi, oltre che per la popolazione dei banchi.

Non è possibile stabilire o anticipare quanto si estenderà la “terra di mezzo” come territorio e come durata. Il tempo è sospeso e anche indeterminato. E trattandosi di un’esperienza unica, straordinaria, mai vissuta prima, c’è da interrogarsi come resteremo segnati da questi mesi. Che non sono soltanto febbraio (con le prime preoccupazioni per l’arrivo del contagio, il 21 a Codogno), marzo e aprile con i blocchi e l’isolamento dentro le nostre case: c’è tutto il “nuovo” che si stenderà fino alla sconfitta finale del “covid-19”.

Di più: bisognerà debellare anche un virus più insidioso: quello della diffidenza nelle relazioni umane, del sospetto di non imbattersi in incontri con “positivi”, o con guariti (che però non si sa mai se saranno immuni da ulteriori pericoli di contagio o con gli asintomatici (di cui non si conosce il numero).

I percorsi fra gli interrogativi innescati da questo “invasore” invisibile giunto da lontano sulla “via della seta” sono molti. Ci siamo inoltrati su alcuni con il professor Ivo Lizzola, docente di Pedagogia sociale all’Università degli studi di Bergamo.

L’illusione di essere padroni del tempo

Durezza del tempo presente e verità: professor Lizzola, proviamo ad accostare questi due termini…

Prima la verità era o troppo scontata o troppo plasmabile, in un tempo che era fin troppo garantito e ci dava l’illusione di avere tutto ai nostri ordini. Avevamo anche l’illusione di essere i padroni del tempo. Sì, ogni tanto la durezza veniva fuori con le sue ferite: un incidente, una malattia grave, l’imprevisto che ci fermava ai box. Potevano accadere questi fatti nel nostro mondo iper-assicurato. Ci stavamo convincendo che scienza e tecnica da una parte e l’esercizio delle libertà, delle opportunità dall’altra ci consentissero una sorta di sovranità che piano piano – in effetti – è sconfinata nell’irresponsabilità: verso le generazioni future, quelle passate e anche verso gli equilibri della natura. Non dimentichiamo che questo virus viene dal distorto rapporto tra le specie viventi e gli squilibri che soprattutto l’azione umana ha determinato nella biosfera.

Alla luce di queste premesse, come comportarci?

Si tratta di riconquistare la verità del nostro legame profondo con la vita e con la verità: in fondo noi tutti siamo figli, nasciamo da legami e dentro questi legami dobbiamo ricollocare le nostre responsabilità. È qui che dobbiamo recuperare il senso di ciò che è giusto, di ciò che è buono e generativo. Dopo i grandi squilibri terracquei, dopo le grandi ingiustizie e le grandi guerre – questa è la terza guerra mondiale a tappe di cui ha parlato spesso Papa Francesco – la pandemia deflagrata dalla Cina ci mette davanti all’inderogabilità di un rapporto diverso con il tempo, la durezza e la verità. La durezza può essere intenerita e sopportata solo dalla fraternità, dalle prossimità, da un diverso gusto della bellezza e della giustizia, quello di cui parlavano Simone Weil o Etty Hillesum.

Oggi siamo in un tempo di dura verità con la quale fare i conti…

La morte si è svelata con tutta la sua forza. Ci sta portando via quasi una generazione con la sua memoria, che dovremo recuperare: a me piace parlare dell’impegno a riseminare le memorie, storie di vita, capaci di verità profonde. Quelle donne e quegli uomini, che sono gli ottantenni e i settantenni di oggi, erano normali, spauriti, incerti come noi oggi, lì, dentro la catastrofe del secondo conflitto mondiale, con 54 milioni di morti: e sono stati capaci di tessere una rete diffusa di micro-responsabilità, di dedizione. Li chiamiamo “sacrifici”: io però preferisco definirle “offerte”. Sacrificio assume una connotazione o negativa o eroica, entrambe sbagliate: è piuttosto la vita intesa come offerta fatta ai figli e ai nipoti, perché possano avere la casa, un lavoro sicuro, una prospettiva di vita. Mio padre quando seppe dell’introduzione della scuola media unica portò a casa e stappò una bottiglia di spumante: quel passo epocale era il regalo più bello pensato e fatto per me e mia sorella. Ecco il senso dell’offerta, delle tasse pagate che permettevano di consolidare la scuola pubblica, la sanità pubblica…

La grande fragilità dell’esistenza umana

Ci rendiamo conto adesso, sulla nostra pelle, delle conseguenze di aver depauperato un sistema sanitario, al quale sono stati tagliati 37 miliardi in pochi anni.

Quando c’è un’emergenza come questa del coronavirus servono ospedali pubblici efficienti. E vediamo anche cosa succede nella prima potenza mondiale, gli Stati Uniti d’America, dove un giovane muore perché non ha ancora diritto all’assistenza sanitaria, al pari di milioni di persone. I nostri nonni e i nostri padri avevano il senso della ricostruzione di una comunità, che si faceva partendo dai destini delle famiglie, dei paesi. Loro partivano, facevano gli emigranti stagionali, lavoravano da stelle a stelle, tornavano, sapevano anche sognare, tenevano le relazioni fra loro. Può darsi che tutto questo, nei modi nuovi imposti dalla realtà odierna, riaffiori e faccia da coagulante della generazione post-coronavirus.

Da questo punto di vista, ecco il tempo della verità.

Abbiamo conosciuto tutti delle storie esemplari di abnegazione, di altruismo, di donazione senza limiti, medici e infermieri che hanno dato anche la vita per stare accanto ai malati. Ogni giorno è stato impreziosito da testimonianze di oblatività commovente, la maggior parte delle quali è rimasta nel vissuto delle corsie tra respiri ansiosi e sguardi di sollievo. Sul rovescio della medaglia ci possono essere – e ci sono stati – anche ripiegamenti in sé stessi, con momenti di diffidenza nel prossimo, speculazioni sgradevoli, sciacallaggi e truffe, il timore che magari i privilegi svaniscano, l’incubo della disoccupazione. Una crisi può diventare occasione di sobrietà condivisa e feconda oppure avvelenamento dei rapporti. Dipende da quello che decideremo d’essere.

Problematico trovare un colpevole di una pandemia oscura con un virus ignoto?

Tutti i saperi di prima non bastano. Ritardi nel comprendere quanto andava succedendo, nelle misure da adottare, nell’organizzazione e nell’articolazione degli interventi. Il contagio è venuto da lontano, c’era il tempo di predisporre… Si poteva fare di più e meglio, ma siamo sempre al senno di poi. Ci sarà tempo per discuterne, ma sono sterili le semplificazioni che attribuiscono le colpe a soggetti definiti e istituzionali o a soggetti politici o a culture. È la rincorsa delle vecchie logiche che vogliono individuare colpevoli per purificarsi. A volte però i colpevoli non ci sono: c’è semplicemente la grande fragilità dell’umano e della vita che chiede solidarietà e legami.

Logica della finanza da ri-bilanciare

E qui siamo al nodo cruciale. Ci sentiamo incerti e non sappiamo da che parte andare.

Nessuno si salva da solo. Papa Francesco ha usato l’efficace metafora della barca comune su cui veleggia l’umanità: solo la fiducia, il legame reciproco, il remare insieme verso un comune approdo possono permettere l’ardua traversata. La storia di Israele nell’Esodo ci mostra che a volte la promessa bisogna tenerla stretta tra i denti quando ti viene la tentazione di tradirla attraverso scorciatoie, gli idoli del momento. Le facilitazioni non sono mai semplici, comode, in discesa; bisogna farle maturare in tante coscienze, orientate a gesti di cura vicendevole. Cosa resta della logica del mercato nella bufera di questa pandemia, quando sperimentiamo l’impossibilità di trovare mascherine, respiratori? E quando non troviamo neppure il tempo di pensare a quanto sta succedendo nell’America Latina, in Africa, in altre parti dell’Asia, dove per questo flagello stanno morendo decine di migliaia di persone…

Tra gli indiziati principali c’è la logica di mercato.

D’altronde, il fatto che non riusciamo a produrre cose veramente – e urgentemente – utili ma solo quelle vendibili, dove ci ha portato? Bisognerà parlare della necessità di un riequilibrio delle relazioni al di là dei confini. Non è un aspetto di poco conto. Qui è tutta una logica economica, della finanza da ri-bilanciare. Da quanto tempo è uscito “Avere o essere?” di Erich Fromm? Correva il 1967. E stiamo citando Fromm che è uno degli esiti migliori della cultura occidentale, figlia del filone buono, umanistico dell’Illuminismo…

Avere o essere è la grande sfida di sempre.

L’avere chiama in causa la capacità di disporre, di resistere alle crudezze della natura, di costruire dei beni e di distribuirli: se intendiamo un “avere” così, non è una tendenza negativa; lo diventa quando si fa possesso, origine di un’esclusione, merce. Avere e essere vanno tenuti in tensione continua tra loro e noi l’abbiamo disimparato da decenni. Era il patrimonio che avevano ben presente le donne e gli uomini della ricostruzione, che non mettevano in discussione i valori comuni, la necessità di lavorare per un futuro di tutta la comunità. Hanno costruito un piccolo primo sogno d’Europa: adesso siamo a un passaggio decisivo. Magari, chissà, riusciamo a ri-seminare il lascito dei padri fondatori dell’Europa. Significativo il monito che ha voluto alzare uno di quei pionieri della Casa comune, Jacques Delors, proprio in questo ciclone del coronavirus, per il ritorno a un’Europa di vera unione nella solidarietà. O l’Europa prova a rinascere o muore.

Il potere se non lascia guardare l’altro

Dal suo osservatorio, qual è la colpa più grave commessa in questo tempo?

È il peccato contro lo Spirito. Abbiamo pensato di non dover più confidare nello Spirito, in un delirio di nuovi vitelli d’oro, fino all’egolatria. Ecco la sensazione di bastarsi, di determinare il proprio destino senza bisogno di affidamento a Qualcuno. Lo ha indicato bene il Papa nella sua supplica a Dio durante il coronavirus: è l’essere “andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta… pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato”. Tutte le volte che il potere diventa cieco, non lascia spazio allo Spirito: si arroga una dimensione appropriativa, non si lascia guardare. Il potere è assoluto quando non permette all’altro di guardarlo. Nei campi di concentramento come nei gulag, chi alzava gli occhi contro le guardie veniva ucciso. Qualunque forma di potere nostro deve lasciarsi guardare e in quello sguardo si possono scorgere il limite, l’orientamento, l’attesa. “Non siamo autosufficienti, da soli; da soli – è la preghiera del Papa a Dio – affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle”. Vuol dire af-fidarsi, chiedere perdono.

Ma questo tempo ha poca familiarità con il perdono.

Sì, è diventato molto raro, ma c’è. E lo troviamo vissuto nelle storie delle nostre famiglie, nelle relazioni intense tra noi, nelle dedizioni. Mi piace scandire la parola per-dono: quella piccola pausa è la volontà di riammettersi alla relazione l’un l’altro per-dono. Questa ritessitura continua è nelle relazioni tra padri e figli, tra mariti e mogli, con i vicini di casa; è nelle relazioni tra i medici, gli infermieri e i pazienti. Io vengo da alcune conferenze informatiche avute con i medici dei Pronto Soccorso e delle Terapie Intensive. Ho riscontrato un bisogno incredibile di raccontare, di manifestare il dolore, di condividere la fatica delle decisioni. Ho ascoltato la loro necessità, fra le lacrime, di sentirsi “perdonati” per attuare delle terapie che non riescono a essere risolutive. Ma che colpa possono avere? Eppure sentono di dover essere riammessi alla relazione.

Se il medico indossa i panni del paziente

Per come vanno le cose, è remare controcorrente.

A me viene in mente quel film di Bergman, “Il posto delle fragole”, con il medico che viene interrogato dalla nipote: cosa deve dire un medico, alla fine, a un suo paziente? E questo medico, istruito dalle domande della nipote durante il viaggio in treno per ritirare un premio – era stato un medico di successo, ma freddissimo e distaccato – capisce il senso della sua missione e se ne esce con una risposta folgorante: alla fine il medico è un paziente. Dovrebbe sempre chiedere perdono, perché stato obbligato – per curare il paziente – a farsi lontano da lui, a considerarlo un caso ed a provocargli sempre un po’ di male con le terapie. Il medico insomma dovrebbe chiedere perdono per tale distanza. Questo atteggiamento l’ho trovato in tanto personale sanitario, ma anche in tanti educatori che fanno i salti mortali nelle comunità che accolgono disabili, a volte senza neppure le mascherine, protagonisti di una generosità smisurata. Pensiamo a quelli che stanno occupandosi dei nostri acquedotti, dell’elettricità che ci arriva in casa, dei trasporti per gli approvvigionamenti, nonostante il coronavirus… Sono migliaia e migliaia e non sono quelli che sono andati a farsi la quarantena nella villa al mare o nella seconda casa in montagna.

Questi nostri santi della porta accanto

Qualcuno ha detto che il “covid-19” è un virus egualitario per altri è addirittura il “pettine della Storia”.

Non ci pensiamo, ma questo tempo del coronavirus offre l’esempio vissuto di una quotidianità operante e operosa, anche a grande rischio per la propria incolumità. Pensiamo agli infermieri e ai medici morti perché rimasti contagiati. Non è vero che il virus è egualitario. Assolutamente no. Qui c’è una moltitudine di ipergarantiti e una quantità incalcolabile di persone che devono moltiplicarsi per gli altri. Il pensiero mi corre a Marino Signori, medico di Nembro, responsabile del servizio di medicina del lavoro di tutta la Asst Bergamo Est. Marino è morto dopo aver fatto centinaia di tamponi, senza essere del tutto protetto all’inizio, perché si è lavorato in circostanze precarie: si è preso il virus, si è fatto tre settimane di terapia intensiva a Lecco ed è morto sul campo. Restiamo ammirati e con un grande senso di riconoscenza per questi benemeriti dell’umanità. È il loro offrire la vita. Non a caso il Papa ha chiamato “santi della porta accanto” i medici, gli infermieri e i sacerdoti che si sono donati con generosità totale ai malati fino a morirne.

Personalmente è ottimista o pessimista?

Io sono un educatore e vedo le cose nascenti, quasi per deformazione professionale, altrimenti non riuscirei a lavorare in carcere o nelle marginalità, come sto facendo da alcune decine d’anni. Chi va lì, deve saper guardare alle germinazioni possibili. Che non sono mai maggioritarie e non sono mai forti. E però sono i cieli nuovi e le terre nuove che si annunciano, sono l’augurio e la speranza. Io non sono catastrofista, ma può darsi che la germinazione avvenga attraverso un passaggio aspro, fatto di contrapposizioni, tensioni fra volontà diverse. Si apre uno scenario nuovo e dovremo essere in grado, lì dentro, di trovare delle forme di sminamento della costruzione del nemico; dovremo bonificare quella cultura – molto diffusa nel presente – che continuamente cerca il colpevole e la giustificazione per sé. Non a caso stiamo cercando il colpevole dell’epidemia.

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