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Bergamo Jazz 2020 annullato: “Pensiamo al futuro, serviranno musica e bellezza”

Maria Pia De Vito, direttore artistico di Bergamo Jazz, spiega la dolorosa decisione di rinunciare al festival ma anche le sue speranze per il futuro.

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Il mondo della musica è appeso a un filo sottilissimo, che rischia di spezzarsi. Se la sopravvivenza è difficilissima per i piccoli festival, anche le grandi realtà faticano a lavorare come hanno sempre fatto.

“Viviamo alla giornata, ogni giorno ci sono sviluppi che ci costringono a ripensare a quanto fatto”, racconta Maria Pia De Vito, direttore artistico di Bergamo Jazz al suo primo mandato, dopo l’annuncio da parte della Fondazione Donizetti dell’annullamento del Festival.

La necessità di fermarsi a causa della pandemia, l’assenza di un intervento reale da parte delle Istituzioni, la mancanza di risposte, che non sono arrivate nemmeno nell’ultimo Dpcm del 26 aprile, in cui non c’è traccia dei lavoratori del mondo dell’arte, le inutili polemiche sui social da parte di chi non ha il buon senso di capire che fare musica non è un passatempo ma un mestiere in cui servono energia e risorse infinite.

Nonostante un presente incerto e difficile, la Fondazione Teatro Donizetti e tutto lo staff di Bergamo Jazz pensa al futuro.

Dopo tanto lavoro, la Fondazione si è trovata a fare una scelta inevitabile…

A seguito degli sviluppi dell’emergenza, la Fondazione Teatro Donizetti ha compreso che siamo ancora lontani dalla possibilità di organizzare degli eventi, che in questo momento rappresentano degli assembramenti pericolosi. Dopo il rinvio di marzo, anche le date ipotizzate di giugno non sono più fattibili. L’annullamento di Bergamo Jazz 2020 è stato quindi inevitabile. La speranza è che la scienza e il distanziamento sociale di adesso facciano retrocedere l’emergenza e si possa ritornare a una vita comunitaria.

Massimo Boffelli, direttore generale della Fondazione, ha dichiarato che state valutando la possibilità di un evento in estate.

Esattamente, ferma l’osservanza delle disposizioni governative che via via verranno emanate per fronteggiare il Coronavirus. Ora è il momento di seguire le indicazioni del governo e degli esperti. Ma in ogni caso, senza perdersi d’animo e senza l’intenzione di mollare la presa, stiamo pensando di organizzare un evento legato a Bergamo Jazz in periodo tardo estivo. Sarebbe un modo per celebrare, simbolicamente, l’affetto dimostrato dal pubblico in questo periodo. In molti hanno deciso di non volere il rimborso e di voler in ogni modo supportare il Festival e la Fondazione. L’ho trovato un gesto commovente, soprattutto perché, prima dello scoppio della pandemia, i numeri di prevendite di biglietti e abbonamenti erano esaltanti. Adesso con tutta la squadra, fantastica, di Bergamo Jazz iniziamo a lavorare al Festival 2021.

L’industria musicale è paralizzata da quasi due mesi, chiede aiuto…

Tutti noi stiamo vivendo una situazione eccezionale. Il primo grido di allarme su ciò che sta accadendo nel panorama musicale è arrivato proprio dal mondo del jazz con la petizione #Velesuoniamo, promossa da Paolo Fresu. Ma poi, nel frattempo, in tanti si sono attivati, anche al di fuori del mondo del jazz. Varie associazioni hanno fatto petizioni e si è tenuto un importante tavolo di discussione tra associazioni di musica di ogni genere. Stiamo unendo le forze per cercare una soluzione. Abbiamo portato alla luce il fatto che i lavoratori della musica e dello spettacolo vivono da sempre una condizione iniqua e precaria per la quale non esistono reti di salvezza o ammortizzatori sociali, non ci sono sostegni previdenziali come per tutti gli altri lavoratori. È così da sempre, ma la situazione che è stata ulteriormente aggravata dalla pandemia.

La richiesta di aiuto di Tiziano Ferro di qualche settimana fa a “Che tempo che fa” ha causato un dibattito enorme. Secondo lei perché?

L’intervento di Tiziano Ferro ha causato enormi polemiche, ma non se ne comprende la ragione. Ferro si è fatto carico delle istanze che interessano moltissimi lavoratori. In questo momento non dovremmo preoccuparci delle reazioni degli haters sui social. Come tutti i lavoratori, anche quelli dell’industria musicale hanno bisogno di sostegno, di certezze, di risposte. Le notizie che arrivano sono sempre più spaventose, si parla di una ripresa delle attività da ottobre o dicembre.

Anche Paolo Fresu è intervenuto nel dibattito. Sui social ha scritto: “La nostra è la prima industria a essersi fermata e sarà l’ultima a ripartire lasciando sul campo di battaglia molti cadaveri, e rischiando di annientare una categoria che consta di mezzo milione di lavoratori per i quali ad ora sono state individuate pochissime e insufficienti linee di aiuto governative”.

Fresu ha ben descritto la situazione che interessa centinaia di migliaia di persone, tra musicisti di ogni grado e livello, dai fonici, agli addetti luci, agli operai, agli scenografi, addetti stampa e molti altri, per non parlare dell’indotto turistico che molto spesso è determinante. Quella dello spettacolo è una macchina che produce PIL. Ogni operatore necessita di maggiore attenzione e di una considerazione professionale finalmente al pari degli altri lavoratori italiani. Non solo, è il momento che venga garantito lo status di cui beneficiano i lavoratori dello spettacolo negli altri paesi europei.

Ad esempio?

Ad esempio, la Francia, in cui il musicista viene chiamato per quello che è, ossia “lavoratore intermittente”, una persona che non è impiegata quotidianamente con un orario standard, dalle 9 alle 18, ma che vive grazie ai concerti e in questo senso sono considerate fiscalizzate documentata anche le prove. Cosa che non succede in Italia: a ogni concerto, farò delle prove che sono interamente a mio carico. In Francia, invece, le prove sono comprese nel budget della produzione e sono documentate. Nei Paesi scandinavi, per citare un altro esempio, gli stati supportano e finanziano i musicisti quando devono fare dei tour all’estero, perché ci tengono che ci sia un export della musica e dei propri artisti. Questo per noi è fantascienza. Noi richiediamo oggi di essere sostenuti perché siamo lavoratori come tanti altri. Questo è quello di cui abbiamo bisogno: la messa a sistema della cultura.

Stiamo vivendo in una bolla, non si sa quando ripartiranno i concerti e tutte le attività culturali. In qualità di musicista cosa la preoccupa di più?

Come artista vivo la situazione con sconcerto. Il fatto di non poter esercitare la mia arte provoca in me un inevitabile senso di estraniamento. Però, ci sono anche cose belle, come la campagna di solidarietà promossa da Bergamo Jazz Festival e CESVI in collaborazione con I-Jazz a supporto dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII. Dopo di me, molti artisti hanno donato un proprio concerto, come Noa, il cui concerto ha avuto trecentomila visualizzazioni sul web. È bello mettere a disposizione le proprie energie per aiutare. Questo lenisce sicuramente ogni preoccupazione, ti fa sentire parte utile in questa emergenza.

Non si possono fare concerti dal vivo. Ma la generosità degli artisti è esplosa sui social con concerti in diretta che ci tengono quotidianamente compagnia.

Questa che stiamo vivendo è una emergenza sociale e umana. Il mondo della musica sta dimostrando di saper donare moltissimo. Immaginiamo a come avremmo potuto affrontare questo momento se la quarantena fosse stata accompagnata da un grande silenzio. Per questo è importante che oltre che donare, i musicisti possano essere messi in grado di operare come lavoratori di grande utilità sociale, magari anche con la formula di concerto online retribuito. In Spagna i musicisti hanno scioperato due giorni per far capire cos’è l’assenza di bellezza nella vita delle persone. Questa emergenza deve essere una grande opportunità per tutti per migliorare.

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