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Il lutto ai tempi del Coronavirus, la psicologa: "Ecco come si può elaborare" - BergamoNews
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Salute

L'intervista

Il lutto ai tempi del Coronavirus, la psicologa: “Ecco come si può elaborare”

Abbiamo chiesto un parere alla dottoressa Agnese Rossi, psicologa e psicoterapeuta di Humanitas Gavazzeni

Fino a pochi mesi fa, il tema del lutto e del morire poteva suscitare riflessioni sulla tendenza nella nostra società a nascondere la morte, a negarla e rimuoverla in tutti i modi, a medicalizzarla in modo estremo o a renderla a volte poco umana. Oggi invece ci troviamo all’improvviso catapultati in un contesto surreale, incomprensibile e sospeso, in cui la morte sta invadendo ogni nostro spazio, pensiero e discussione. Ne parliamo con Agnese Rossi, psicologa e psicoterapeuta di Humanitas Gavazzeni.

Dottoressa, come è cambiata l’esperienza del lutto in questi mesi?

Oggi purtroppo non possiamo vivere il momento più intenso e umano del morire: stare accanto alla persona cara che ci sta lasciando e accompagnarla in modo dignitoso. Il bisogno del morente è di sentire la presenza dell’altro che dà dignità a ciò che sta succedendo e ne condivide le emozioni più forti: la paura, la solitudine, la perdita, il dolore, la rabbia, l’incomprensione, ma poi anche l’accettazione e la riappacificazione con sé, con gli altri e col mondo. Tutto questo può succedere solo se qualcuno ci è vicino, in contatto emotivo. A sostituzione dei famigliari ci sono oggi infermieri e personale sanitario, che si sta facendo carico del bagaglio emotivo di tutti i pazienti.

E per quanto riguarda i famigliari?

I famigliari in lutto non possono incontrare i parenti e gli amici per condividere il saluto dei propri cari; occasione in cui ci si riscopre, a volte con sorpresa, la vicinanza di chi ci sembrava lontano, ci si riavvicina intorno a una persona che ha lasciato un segno nella nostra vita. Condividere racconti, ricordi, esperienze significative vissute insieme è un’esperienza arricchente. E ancora, non ci si può abbracciare: quanto è importante nella nostra cultura un saldo abbraccio? Quante emozioni trasmettiamo all’altro con questo semplice gesto così ricco di significati! Un abbraccio e piangere insieme è il nucleo indispensabile che facilita gradualmente l’elaborazione della perdita, che ci aiuta a stare dentro il dolore insieme agli altri per poterne poi uscire, non da soli.

Ci sono soluzioni?

Abbiamo a disposizione mezzi di comunicazione e tecnologie digitali che ci permettono, in qualche modo, di ridurre il senso di solitudine e di lontananza di fronte al lutto. Sappiamo bene che parlarci attraverso uno schermo o vederci in Skype non può sostituire completamente una vicinanza che implica tutti i sensi e il coinvolgimento emotivo che ne deriva. Possiamo però utilizzarli in questo momento di isolamento e chiusura nelle nostre case, come possibilità di apertura, condivisione e inizio dell’elaborazione del lutto che continuerà più avanti, quando avremo la possibilità di vivere i riti funebri. Questi riti sono passaggi fondamentali, sia individuali che sociali, per ritualizzare la separazione e creare un collegamento tra il passato e un futuro in cui dovremo affrontare i temi dell’assenza e della mancanza del defunto. Allora può risultare significativo concordare un momento di contatto telefonico o in videochiamata per stare insieme ricordando il defunto, attraverso una narrazione che riallacci storie di vita, legami ed esperienze che lasciano un segno da condividere. Stabilire un momento di silenzio o, per chi è credente, un momento di preghiera in comune. È importante saper fare un uso adeguato e consapevole di questi mezzi di comunicazione, che per ora sono un aiuto per arrivare a un passaggio successivo: quando incontrarci senza schermi tra di noi non sarà più un lusso, ma tornerà la normalità, che forse sapremo apprezzare ed utilizzare con maggiore consapevolezza e attribuzione di senso.

La comunicazione virtuale ha dei limiti…

Dobbiamo essere consapevoli che la comunicazione virtuale non può sostituire completamente i riti funebri. Questi andranno rimandati a un tempo adeguato (almeno fino al 4 maggio, con il nuovo Decreto), che ci possa permettere di dare parola alla sofferenza, di rinforzare i legami, quelli veri, di vivere i rituali nei loro profondi significati di distacco, saluto e condivisione sociale e religiosa per qualcuno. Per trovare così le modalità che ognuno di noi ha di adattarsi a situazioni dolorose in modo unico e creativo, ma dove la condivisione con familiari, amici, parenti, comunità è il punto centrale da cui partire e da rinforzare. I dolori personali, se narrati, si attenuano e diventano gradualmente esperienza di crescita e di maturità emotiva.

Il futuro porterà cambiamenti in tutti noi?

Forse tutto quello che sta succedendo oggi ci fa toccare con mano gli effetti collaterali della cultura dell’individualismo, che ci fa sentire apparentemente liberi, ma anche profondamente soli nel privatizzare le grandi questioni della vita, che ci fa riempire il nostro tempo di cose da fare, di relazioni fragili e virtuali, tempo a volte svuotato di senso. Quante volte ripetiamo la frase “Non ho tempo…”. Sarà forse l’occasione per prenderci il tempo di vivere con pienezza il tempo che ci è dato.Un tempo per ascoltare noi stessi in profondità, un tempo per condividere, un tempo per accogliere le sofferenze di chi sta vivendo momenti di dolore e riscoprire gesti di vera solidarietà, un tempo per dirci le cose importanti che non abbiamo il coraggio di dirci, un tempo per avere e dare fiducia, un tempo per prendersi cura di noi e dell’altro che ci è vicino e un tempo per imparare a dirci addio.

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