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L’assessore sconfigge il Covid e scrive a Mattarella: “Questi infermieri meritano il contratto”

Angelo Bagini racconta la sua lotta al Coronavirus: ”In molti, come me, hanno sottovalutato i sintomi”.

“A febbraio avevo tosse insistente ed alcune linee di febbre (37,5-38), ma non ho dato troppo peso alla situazione. Ho continuato a lavorare, fino ai primi di marzo, quando ho capito che qualcosa non andava. Ho fatto una settimana a casa, senza venire a contatto con i clienti abituali, sentivo però che le forze mi venivano a mancare. La notte tra il 10 e l’11 marzo, poi, sono svenuto nel mio appartamento ad Almè e ho rotto tre costole. Il mattino seguente, ho chiamato l’ambulanza, che mi ha portato al pronto soccorso di Ponte San Pietro. Dalle dieci del mattino, se n’è liberata una solo verso le 15, perché non c’era disponibilità di mezzi. Dopo le visite, mi prescrivono antibiotici, antinfiammatori e antidolorifici, per poi dimettermi. Il giorno successivo, una forte tosse compromette ancora di più il mio stato di salute. Ho resistito fino a domenica 15, quando ho di nuovo chiamato l’ambulanza. Sono arrivato in pronto soccorso praticamente con i polmoni fermi e la saturazione molto bassa, non avevo quasi più scampo. Grazie alla prontezza dei medici, sono riuscito ad uscirne”.

Un mese dopo il suo ricovero, Angelo Bagini racconta, da un letto del Policlinico di Ponte San Pietro, la sua lotta contro il Covid-19. Consulente nell’ambito dello smaltimento dei rifiuti, Bagini (55 anni) è stato, nella veste di assessore del comune di Carona, tra i principali artefici della ripartenza della scorsa stagione sciistica del comprensorio Foppolo-Carona Ski. Il suo impegno e la sua tenacia, in questo caso, gli sono valsi la sconfitta del virus. “Mi hanno fatto subito degli interventi al torace per applicarmi dei tubi di ventilazione ai polmoni. Mi veniva somministrato l’ossigeno, circa 15 litri al minuto. Adesso, dopo 35 giorni in ospedale, sono a circa 2 litri. Ho iniziato la riabilitazione, con esercizi per lo sviluppo del torace, adesso riesco a muovermi abbastanza autonomamente. Sono ancora positivo, quindi sono isolato e gli interventi dei medici e degli infermieri vengono fatti con tutte le precauzioni del caso”.

“Marziani”, così li definisce Bagini. Sia per l’aspetto, dovuto alle protezioni indossate, ma soprattutto per l’impegno e la dedizione che mostrano verso ogni paziente. “Solo provandolo e vedendolo di persona si può capire il lavoro che stanno facendo questi ragazzi. Hanno dieci marce in più, dal punto di vista umano, rispetto alle altre persone. Se non nasci con la loro predisposizione umana verso il prossimo, penso che un lavoro così non si possa fare”.

Durante le cure, ad Angelo capita di assistere al telegiornale insieme a loro che, al contrario delle belle parole spese da tutti, non riescono a definirsi “eroi”. “Non siamo eroi, facciamo il nostro lavoro al meglio per 365 giorni l’anno, sembra si siano accorti di noi solo ora che c’è l’emergenza – confidano a Bagini. Conversazioni che si spostano poi verso il tema della sanità privata, settore nel quale i lavoratori sono senza contratto da 13 anni. “Per me è inconcepibile. Per questo, la domenica di Pasqua, ho deciso di scrivere una lettera al Presidente della Repubblica”.

Bagini racconta, nella sua lettera, l’umanità di Salvatore, di Taranto, che l’ha spronato a lottare, o di Chiara, che ha pensato a lui portandogli caramelle e biscotti, “ragazzi che hanno prontamente risposto alla ricerca di personale sanitario della Protezione Civile, lasciando le loro famiglie per aiutare noi”, esortando, quasi con rabbia, il Presidente della Repubblica a trovare una soluzione per la firma del loro contratto collettivo. “Questi fatti mi fanno perdere fiducia nelle istituzioni, ed io, in minima parte, mi sento complice, essendo anche io amministratore nel comune in cui risiedo. Intrinseca nel nostro essere italiani è la cultura verso l’altro, verso l’impegno nell’emergenza. La nostra umanità rimarrà sempre, sono le istituzioni che non possono permettersi di macchiare questo tesoro con la loro disorganizzazione”.

Angelo Bagini suggerisce poi l’idea di creare un’unica categoria, che accorpi sanità pubblica e privata: “Diverse strutture private hanno già contributi regionali. Perché il loro personale non può essere equiparato a quello della sanità pubblica? Lo stipendio di questi ragazzi, dal mio punto di vista, non è adeguato rispetto al lavoro che svolgono”. Parla poi della sua situazione e di come ognuno, in base alle proprie disponibilità, possa dare una mano. “In questi giorni, visto il mio regime di libero professionista, mi sono stati accreditati sul conto i 600 euro promessi dallo Stato. Ritengo sia poco opportuno. In tutto questo tempo, sono stato curato a carico dello Stato, non penso di meritare questi soldi: la somma la donerò alla struttura che si è presa cura di me per tutto questo tempo”.

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L’assessore racconta la propria esperienza e il proprio trascorso come esempio di quanti, come lui, hanno sottovalutato la gravità della situazione, in particolare nel primo stadio della malattia: “Ci sono state molte vittime, anche perché credo che molti, come me, abbiano aspettato troppo per recarsi in ospedale. Quando pensavamo fosse poco più di una banale influenza, abbiamo inevitabilmente contribuito alla trasmissione del virus. Penso anche al rischio che io stesso ho creato, stando in giro per 20 giorni, a contatto con altra gente. Solo nel mese di febbraio sono stato a Milano per lavoro 3 volte, anche in metropolitana. Il rischio creato è incalcolabile. Diverse persone si sono rivolte poi al pronto soccorso quando ormai era difficile intervenire: la nostra mentalità bergamasca, in questo, ha inciso parecchio. Per fortuna, con il passare delle settimane, le persone hanno compreso la gravità della situazione: appena dopo i primi sintomi, i pazienti possono essere curati grazie anche alle terapie domestiche”.

Alla mente tornano subito le terribili immagini dei mezzi militari che trasportano i feretri delle persone decedute. “Anche per i medici non è stato semplice: si sono ritrovati a decidere chi curare e chi no. In molti lamentano come sia stata lasciata morire una generazione. Penso, nella drammaticità del discorso, che quella generazione abbia permesso alla mia di essere ancora viva, per testimoniare ciò che è successo. Una realtà terribile, dolorosa, che i medici e gli infermieri, insieme a tutti noi, hanno dovuto affrontare”.

Il pensiero di Angelo Bagini va poi alla sua Carona, per la quale vuole tornare ad impegnarsi una volta terminata l’emergenza. “L’asta di marzo per l’acquisto degli impianti del comprensorio, per ovvie ragioni, è stata sospesa dai curatori fallimentari. Appena riuscirò a riprendermi e quando la situazione lo permetterà, spero entro la fine di maggio, vorrei recarmi in Regione, con il sindaco Pedretti, per risolvere la questione. Siamo ancora fiduciosi nella buona riuscita dell’operazione, ma siamo anche consapevoli che questo momento particolare abbia stravolto un po’ le carte. Da parte nostra, vista anche la buona collaborazione con Sviluppo Monte Poieto lo scorso inverno, rimane la volontà di acquisire gli impianti”. Una volontà forte, come quella che ha permesso ad Angelo Bagini di lottare contro il Covid-19, grazie anche all’impegno costante dei “marziani”, dei quali sarà necessario non scordarsi passata l’emergenza.

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