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Giuseppe e Pinuccia, 54 anni di matrimonio: in 10 giorni stroncati entrambi dal Covid

Il figlio Carlo li ha accuditi fino a poco prima del ricovero: "Erano in buona salute. Sono morti soli in ospedale. Mia mamma non ha mai saputo del decesso di papà"

L’ultima foto insieme è dell’estate scorsa. Sorridenti e spensierati, nella loro casa di Montello dove vivevano felici, sposati da 54 anni. Un idillio d’amore distrutto dal Covid-19, che il 14 marzo si è portato via Giuseppe Chiodi, 77 anni, e dieci giorni dopo sua moglie Giuseppina Indovina (per tutti Pinuccia), un anno più anziana.

Originari del sud, lui di Napoli e lei di Palermo, erano saliti al Nord da giovanissimi per cercare lavoro. Lo avevano trovato come operai nell’azienda milanese Videoplastic, che poi aveva trasferito la produzione di stampaggi plastici a Gorlago. Lì Giuseppe e Giuseppina si erano conosciuti e poi innamorati. Nel 1966 il matrimonio a Montello, dove sono nati i loro due figli Terry e Carlo.

Lo stesso Carlo, che li ha accuditi fino a poco prima del ricovero, a distanza di quasi un mese trova le parole per raccontare il dramma che ha vissuto: “Mio padre ha iniziato il 29 febbraio con qualche linea di febbre. Si pensava alla solita febbre di stagione. Dopo diversi giorni di alti e bassi ha chiamato il 112, il 1500 e il medico di base. Gli hanno risposto di non preoccuparsi e di prendere la Tachipirina ogni sei ore”.

Ma in quei giorni anche Pinuccia si ammala: “Nel frattempo pure mia madre ha avvertito quei sintomi che sembravano influenzali. A differenza di mio padre, però, aveva anche il vomito. Per una settimana ha telefonato a 112 e 118, ma anche per lei la risposta era che si trattava di una semplice influenza, visto che non aveva problemi respiratori”.

Martedì 10 marzo Carlo, autotrasportatore di 49 anni, viene contattato dal medico di famiglia ed è costretto a intervenire in prima persona: “Mi ha detto che aveva visitato mio padre, che non era messo bene e di andare subito in farmacia a prendere l’ossigeno. Io mi sono trasferito da loro per cercare di curarli. Ma il giorno seguente, nonostante l’ossigeno, ho visto il papà ancora più sofferente. Aveva la saturazione a 70. Allora ho richiamato il 118 e finalmente sono usciti per portarlo al Policlinico di Zingonia”.

“Non abbiamo saputo più nulla per due giorni – prosegue – poi mi han chiamato per dirmi che aveva i polmoni devastati. E pensare che nemmeno fumava. Non aveva mai avuto problemi ed era sempre stato bene. Sabato 14 marzo poi è spirato, solo e abbandonato in quel letto di ospedale. Ho il rammarico di non averlo abbracciato per dirgli quanto gli volevo bene. Ricordo ancora la chiamata dell’ospedale, le mie lacrime trattenute per non farlo sapere a mia mamma che era già sofferente per la malattia”.

Ma due ore più tardi anche la donna si aggrava: “Stava molto male e dopo oltre una settimana di vomito era disidratata al massimo. Il medico ci ha detto di chiamare il 112 perché anche lei nonostante l’ossigeno aveva la saturazione bassa. L’han portata alle Gavazzeni di Bergamo. Ma lei prima che andasse l’ho abbracciata fortissimo”.

“L’ho sentita qualche giorno dopo con una videochiamata – continua il figlio – durante la quale, su consiglio delle infermiere, ho dovuto anche fingere che papà stesse bene. Ma lei aveva capito tutto e infatti mi han detto che ha iniziato a lasciarsi andare. Ha resistito poco. Il 24 marzo mi han telefonato per dirmi che anche lei non ce l’aveva fatta”.

Per non rischiare di infettare la moglie e i due figli Carlo, pur senza sintomi, è costretto a stare due settimane in quarantena nella casa dei genitori appena scomparsi: “È stata una sensazione indescrivibile. Faticavo a dormire la notte, come non chiudo occhio tutt’ora. È un trauma che non so quando potrò superare. Erano in buona salute fino a qualche giorno prima e poi se ne sono andati entrambi in poco tempo. Ancora non ci credo”.

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