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"A Sarajevo mancavano acqua e cibo, ma anche questa a Bergamo sembra guerra" - BergamoNews
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“A Sarajevo mancavano acqua e cibo, ma anche questa a Bergamo sembra guerra”

"Vengo da una terra che ha sofferto enormemente. Scrivo dalla città che 27 anni fa ha accolto la mia famiglia a braccia aperte": la testimonianza di Vildana Vuleta pubblicata da Il Corriere della Sera

Vildana Vuleta viene da Sarajevo. Ventisette anni fa, scappando dalle bombe, dalla fame e dalla paura, è stata accolta da Bergamo, che è diventata la sua seconda casa. Oggi scrive sulle pagine del Corriere della Sera di questa nuova guerra, quella che la sua città adottiva sta combattendo da qualche settimana: diversa da quella dei Balcani che ha visto in prima persona, ma pur sempre drammatica.

Ecco la sua testimonianza, che vi proponiamo.

Vengo da una terra che ha sofferto enormemente. Vengo da Sarajevo.
Scrivo da Bergamo, la città che ha accolto la mia famiglia con le braccia aperte ventisette anni fa, una città che adesso sta soffrendo come Sarajevo, io con essa.
I modi di sofferenza sono diversi, ma la sensazione è la stessa: sto vivendo la guerra un’altra volta.
I cecchini a Sarajevo, non li vedevi come non vedi questo macabro coronavirus. Presentati quando oramai è tardi.
A Sarajevo sentivi i fischi delle granate e sapevi che il pericolo era lì, vicino, guardavi il cielo come per chiedere aiuto.
A Bergamo, fino a qualche giorno fa, sentivi le sirene delle ambulanze, il pelo si rizzava e accompagnavi il suono sperando che non si fermasse lì vicino, perché quel nemico che non vedi è subdolo, morboso, terribilmente pericoloso, sembrava che si allontanasse con le ambulanze. Non vi è più quel suono. L’hanno vietato. La quiete della nostra psiche importa e come.

Bare Coronavirus
Cimitero di Bergamo: nessun parente accompagna il defunto

A Sarajevo non c’era l’acqua.
A Bergamo c’è.
A Sarajevo mancava l’elettricità.
A Bergamo c’è.
A Sarajevo mancava il cibo.
A Bergamo c’è.
Ma il buio è lo stesso. Il buio nell’anima. Il buio della paura. Il vuoto quotidiano.
Si contano solo i contagiati ed i morti. Quelli morti dentro a causa della perdita dei cari, nessuno li conta.
A Sarajevo sono morte più di 11 mila persone in quasi quattro anni di guerra.
Il coronavirus ha ucciso quasi 10 mila dall’inizio dell’epidemia.

Sarajevo
Abitanti di Sarajevo in fila per i beni di prima necessità

Come fossero le vittime della profetessa Cassandra, figlia di Priamo, sacerdotessa inascoltata, che prevedeva terribili sventure ed era invisa per questo, oppure dei sacrifici umani dei Maya e dei loro macabri rituali. Il momento significativo, la data 20.02.2020 che si legge da destra e sinistra… boh, direbbero i miei cari bergamaschi.
Mi chiamano e mi scrivono i miei amici di Sarajevo, dispersi nel mondo. Mi chiamano i parenti. Hanno visto quella triste colonna con i feretri.
Mio marito ha chiuso il suo studio di architettura, lavora da casa, smart working. La fabbrica dove lavoro io è chiusa. Le gioiose corse dei miei nipoti ed il loro baccano sono lontani, come sono lontani il viso solare di mia figlia e il suo — Ciao mammi! — che mi porta la felicità. È lontano il viso di mio figlio, inchiodato con l’emergenza in Thailandia. Il suo giro del mondo si ferma con il coronavirus.

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Un militare dell'esercito a Bergamo

La mia famiglia è costretta un’altra volta a vincere la guerra insieme con tutte le famiglie italiane, stando a casa, lavando le mani, respirando con le mascherine, aspettando con infinita pazienza.
Deve prevalere la ragione e la forza della conoscenza medica.
Non è l’autunno di Pushkin “stagione mesta e uggiosa”.
Qui siamo in Italia, il Paese solare, il Paese della Primavera di Vivaldi o di Botticelli, il Paese della gente allegra e laboriosa, la gente frenetica e tanto speranzosa con le scritte ovunque “Andrà tutto bene” e “Bergamomolamia”.
Canteremo insieme ancora.

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