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“Abito ad Alzano e lavoro al Papa Giovanni: trattato come un untore”

In bicicletta da casa al lavoro. Sarebbe una cosa normale, se non fosse che Alberto Piazzini vive ad Alzano Lombardo e lavoro all'ospedale Papa Giovanni di Bergamo. Due luoghi al centro dell'emergenza Coronavirus e che hanno fatto perdere le staffe ad un agente che lo ha fermato ad un posto di blocco.

Pubblichiamo la lettera di Alberto Piazzini di Alzano Lombardo che ogni giorno si reca al lavoro, all’Ospedale Papa Giovanni di Bergamo, in bicicletta e che è stato fermato e multato per il suo comportamento, considerato scorretto e trasgressivo da una pattuglia.

In questi giorni assistiamo a un dispiegarsi di manifestazioni di affetto e solidarietà verso chi è coinvolto nell’emergenza Coronavirus in prima persona, come ammalati e operatori sanitari.
Tutto questo è universalmente condiviso, però solo “a distanza di sicurezza”; il nostro sentimento di solidarietà è tale finché si rimane nell’ambito protetto e sicuro dell’isolamento ma al momento in cui entriamo in contatto reale con l’altro, le cose cambiano e può innescarsi un corto circuito di paura, egoismo e intolleranza che ci deve preoccupare.
I giornali hanno dato notizia delle manifestazioni di intolleranza nei confronti di quell’infermiera, “eroe” sui social e “appestata” al supermercato e anch’io ho provato sulla mia pelle qualcosa di simile ma con in più una sfumatura che definirei inquietante, se è vero che le situazioni di emergenza mettono a nudo la vera natura di ognuno di noi.

Abito ad Alzano Lombardo e lavoro da anni presso il Papa Giovanni XXIII utilizzando da sempre per gli spostamenti le mie gambe o la mia bicicletta. In queste settimane sono stato controllato diverse volte sulla strada che percorro da e per il posto di lavoro e non ho avuto mai nessun problema: gli agenti sono corretti e gentili… uno addirittura mi ha chiesto scusa per il disturbo.

Si sa, però, che l’eccezione conferma la regola e così giovedì sera sono stato multato con la motivazione che… mi reco in Ospedale in bicicletta. La decisione finale mi è stata annunciata, da uno dei componenti la pattuglia, come se fosse stato un castigo, mentre gli altri tre assistevano alla scena guardandomi dispiaciuti.
Dobbiamo ritenerci tutti potenziali contaminatori sino a quando non avremo fatto i test a riguardo.
Della liceità del provvedimento si occuperà un giudice…
(Dcpm del 22 Marzo)
a me la questione non interessa particolarmente; ciò che mi ha profondamente turbato è invece la reazione di panico a cui ho assistito in occasione di questo episodio.

Fermato al posto di blocco, dunque, erano cominciate le normali domande ma quando ho dichiarato dove lavoravo e dove abitavo, uno di loro è letteralmente esploso aggredendomi verbalmente per non aver effettuato il tampone (come se questo si potesse acquistare in farmacia!).
Alla domanda sulla buona salute mia e dei componenti la mia famiglia, ho voluto rassicurarlo ulteriormente dicendo che una delle mie figlie ci tiene sotto controllo dato che è medico; non l’avessi mai fatto: altra esplosione di rabbia! La ciliegina sulla torta è stato il momento della firma: accusato di non essermi portato appresso la biro personale, l’agente mi intima di allontanarmi (venendo lui, senza mascherina, verso di me, che la mascherina l’avevo e che mi ero sempre tenuto a più di un metro di distanza… qui uno psicologo potrà interpretare meglio di me il linguaggio del corpo!).

Ho voluto rendere pubblico questo singolo episodio non tanto per l’amarezza che mi ha lasciato, quanto per la seria preoccupazione che quanto successo possa estendersi e cronicizzarsi in qualcosa di incontrollabile: il panico, l’irrazionalità possono sfociare in una tendenza a semplificare e stigmatizzare, oggi nei confronti di chi lavora in sanità, di chi abita ad Alzano, Bergamo, Lombardia Italia 🇮🇹 e domani?
Alberto Piazzini

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