L'intervista

Coronavirus, Marinoni: “Nella Bergamasca dai 60 ai 100mila pazienti fantasma”

Abbiamo chiesto al dottor Guido Marinoni, presidente dell'Ordine dei Medici di Bergamo, di illustrarci la situazione delle tante persone che hanno contratto il Covid ma non sono state ricoverate in ospedale

“Stimiamo che il numero dei pazienti fantasma nella provincia di Bergamo si attesti almeno tra le 60 e le 100mila persone”. Così il dottor Guido Marinoni, presidente dell’Ordine dei Medici di Bergamo illustra i risultati di un’indagine dedicata a chi ha contratto il Coronavirus ma è rimasto a casa.

Molti lo hanno avuto in forma leggera mentre altri in forme più gravi ma non hanno potuto essere ricoverati perchè i posti negli ospedali scarseggiavano. Tantissimi non hanno eseguito nemmeno il tampone, quindi non hanno avuto la diagnosi ma soprattutto non sanno se sono ancora infetti. Lo abbiamo intervistato per saperne di più.

Cosa sappiamo al momento di questi pazienti?

Nella realtà bergamasca la situazione dei “pazienti fantasma” è molto più consistente rispetto alle altre aree della Lombardia. Nella nostra provincia un gran numero di persone ha avuto una sindrome riconducibile a Covid, naturalmente con vari livelli di gravità: secondo le proiezioni dei risultati di un’indagine che abbiamo realizzato, stimiamo che il loro numero si attesti almeno fra le 60 e le 100mila persone. Fortunatamente alcune lo hanno contratto in forme magari molto lievi ma qualcuno è rimasto a casa anche con polmoniti di una certa gravità. Il problema relativo a cosa avviene dopo la guarigione, però, si pone allo stesso modo per entrambe le casistiche perchè possono comunque rimanere portatori del virus. La problematica, quindi, ha proporzioni veramente grandi.

Quando possono considerarsi guariti?

In passato la Regione aveva indicato di tenere a casa i pazienti per 14 giorni ma in realtà questa indicazione non è corretta perchè questo lasso di tempo si riferisce al periodo d’incubazione della malattia: se sono stato in contatto con il virus e dopo 14 giorni non l’ho avuto con ogni probabilità non lo manifesterò successivamente, ma non c’entra con il periodo di eliminazione del virus. Detto questo, è evidente che più passa il tempo dopo la guarigione clinica più la probabilità di trasmetterlo diminuisce.

Per quanti giorni si può rimanere infetti?

Alcuni studi rilevano che qualche paziente elimina il virus anche dopo 37 giorni, se ne ha la riprova guardando la nostra realtà: nella Bergamasca, per esempio, abbiamo riscontrato casi di persone che erano positive anche a 40 giorni dalla guarigione. Si tratta di piccoli numeri ma su una popolazione che abbiamo stimato tra le 60 e le 100mila persone diventa un rischio davvero grande. Alla luce di tutto questo, Regione Lombardia ha annunciato l’allungamento del periodo contumaciale post guarigione a 28 giorni prima di essere in condizione di effettuare il tampone.

Fare i test sierologici può aiutare?

I test finora disponibili hanno un senso diverso: per sapere se una persona è infettante oggi come oggi va eseguito il tampone. Attualmente la potenzialità di Regione Lombardia è di 10mila tamponi al giorno ma se consideriamo che solo a Bergamo bisognerebbe farne 100mila possiamo subito capire la situazione. E giustamente vanno prima svolti agli operatori sanitari perchè sono più a rischio di diffondere l’infezione e se si ammalano ci sono ripercussioni sul servizio che le strutture riescono a offrire.

Coronavirus

Qual è, dunque, la funzione dei test sierologici?

I test che attualmente si possono reperire facilmente sul mercato e diverse tipologie in fase di validazione consentono di sapere se si ha avuto contatti con Covid. Sono rapidi, per farli basta prelevare una gocciolina di sangue e si ha subito la risposta. Se non si è stati a contatto con il virus non si è contagiosi e bisogna continuare a rispettare le regole anti-contagio per evitare di prenderlo, ma se la risposta è affermativa dobbiamo ancora effettuare il tampone per capire se la persona è infetta e siamo daccapo. Oltre alla questione della validazione, che non è ancora chiusa, questa tipologia di test ha il limite di non accertare se si è portatori del virus, non risolvono quindi il problema dell’ammissione al lavoro a meno che il soggetto non abbia avuto contatti con il virus, ma quanti saranno i negativi nella provincia di Bergamo? Probabilmente pochi contando tutta la popolazione,, magari 500mila…

I test, dunque, non sostituiscono i tamponi

Quelli sinora reperibili no. I test ideati e testati dall’IRCCS pubblico San Matteo di Pavia dovrebbero rilevare gli anticorpi che neutralizzano il virus e permetterebbero di compiere un importante passo avanti: la prospettiva è molto interessante e vedremo come si concretizzerà. Dovrebbero arrivare a breve ma occorre considerare che dal momento in cui si avranno a disposizione ci vorrà del tempo per effettuare lo screening di tutta la popolazione. Va considerato, però, che il test immunologico è più facile da eseguire perchè consiste in un prelievo di sangue e bisognerà solo vedere in quali laboratori si potrà svolgere, mentre il tampone è una manovra a rischio e va eseguito da una persona scafandrata.

coronavirus

Per cominciare la fase 2 bisogna fare questo test?

L’inizio della fase 2 non riguarda solo l’esecuzione dei test. La situazione sarà molto variegata: ci sarà chi è in malattia che farà il test prima di tornare a lavorare, chi ha già avuto la malattia, è già guarito e potrà magari svolgerlo successivamente, e gli artigiani per i quali fare il test probabilmente è l’ultima cosa a cui pensano perchè se risultassero positivi non potrebbero lavorare… Soprattutto bisogna tenere presente che questo non annulla i pericoli della ripresa: serve a diminuire i rischi.

Quindi è una sorta di scrematura?

Si, poi bisognerà capire quali attività potranno riaprire, quali potranno prevedere il distanziamento e per quali fare prima il tampone. Negli uffici bisognerà lavorare con mascherina e guanti, distanziare le scrivanie, utilizzare ancora lo smartworking e svolgere le riunioni in videoconferenza, mentre le fabbriche faranno caso a sè perchè si dovrà studiare l’ergonomia di ognuna. Nel mondo business, invece, ci saranno meno spostamenti in treno e aereo per usare maggiormente l’auto. Fino a quando non arriverà il vaccino (tra un anno circa), la nostra vita cambierà in tanti modi e senza questi accorgimenti non potremo avviare la ripresa: le prossime settimane saranno decisive e non si possono commettere errori perchè una nuova fiammata di contagi porterebbe molti altri morti oltre ad avere effetti catastrofici per l’economia.

Per concludere, quali sono i bisogni più urgenti?

Innanzitutto per seguire i pazienti bisogna mettere a punto in fretta un sistema di telemedicina che consenta di gestire da casa i malati Covid ma anche le patologie croniche. È un primo elemento importante e in buona parte sarà il futuro dell’assistenza primaria. Non è stato ancora totalmente risolto, poi, il problema della carenza delle protezioni individuali: alcune si trovano sul mercato ma ne non abbiamo ancora una dotazione così ampia e completa. Faccio notare che di istituzionale è arrivato gran poco e sono tutte donazioni. Un altro punto, infine, consisterà nel riorganizzare tutta l’assistenza territoriale, dalle case di riposo agli ambulatori medici.

Ci spieghi

Alcune case di riposo stanno attuando bei progetti nonostante queste realtà si siano trovate nell’abbandono e nella crisi. Per esempio ad Albino sono riusciti a portare in un’ala separata i pazienti Covid suddividendo anche l’equipe. L’altro aspetto è l’aggregazione degli studi medici per dar vita a strutture che abbiano una certa organizzazione: nella provincia di Bergamo ci sono 600 medici e 700 studi in ogni sottoscala e questa dislocazione andrà rivista.

La soluzione finale per il Coronavirus è il vaccino

Non torneremo alla normalità fino a quando arriverà il vaccino. Secondo le ultime notizie, un’azienda italiana dovrebbe cominciare a somministrarlo a settembre concludendo la sperimentazione a fine anno, poi bisognerà produrre 60 milioni di dosi in Italia perchè non credo che dall’estero lo vendano ad altri Paesi: serve anche a loro e prima soddisferanno il fabbisogno interno. Si dovrà anche recuperare il vaccino antinfluenzale: vorranno effettuarlo tutti perchè in autunno non sarà facile distinguere Covid e influenza. E sarà necessario produrre anche questo in Italia altrimenti non si riuscirà a trovare. Tornando al vaccino contro il Coronavirus, infine, qualora avessimo 60 milioni di dosi si dovranno fare 60 milioni di punture che è diverso dal vaccinare gli anziani nell’ambulatorio del medico di famiglia che rimangono in attesa prendendo il numero: bisogna farli distanziati, indossando la mascherina e a tutti, è una grande operazione ed è più complessa della costruzione del ponte Morandi.

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