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I bar e il Coronavirus: "Il lavoro cambierà del tutto: temiamo un bagno di sangue" - BergamoNews
L'intervista

I bar e il Coronavirus: “Il lavoro cambierà del tutto: temiamo un bagno di sangue”

Giorgio Beltrami, presidente del gruppo bar, pub e pasticcerie di Ascom Bergamo: "Se dovessi ripartire con incassi al 50% firmo prima di subito".

Dalla chiusura “dopo le 18” del 23 febbraio fino a quella totale del 7 marzo: bar e pub sono stati tra le prime attività che Regione e Governo hanno deciso di limitare, individuati come tra i principali luoghi di assembramento.

Una stretta che, a eccezione delle prime concessioni legate a orari, accessi contingentati e servizio al tavolo, ha costretto molte attività ad abbassare la saracinesca in attesa di migliori notizie dal punto di vista sanitario.

E molti, in questo periodo, temono che quella serranda non riusciranno più ad alzarla: “Siamo stati tra i primi a pagare lo scotto di questa situazione e l’impressione è che continueremo a farlo ancora per molto – sottolinea con amarezza Giorgio Beltrami, titolare del ‘Bar Centrale’ di Lovere, presidente del Gruppo Bar Caffè e Pasticcerie di Ascom Bergamo Confcommercio e vicepresidente regionale del coordinamento di Fipe LombardiaNon ci aspettavamo un’evoluzione così drammatica della malattia, o almeno speravamo e pregavamo che non succedesse. Quello dei pubblici esercizi è un comparto che si trovava già in ginocchio, attraversato da mille vicissitudini tra le quali le liberalizzazioni che hanno fatto crescere esponenzialmente il numero delle attività in un periodo in cui di pari passo la capacità di spesa dei clienti si abbassava sempre di più”.

Nel suo bar a Lovere, Beltrami ha deciso di non esporre troppo al rischio contagio i propri dipendenti: “Nell’ultimo weekend in cui erano consentite le aperture – spiega – avevamo il pienone: avevamo ridotto il numero dei tavoli per poter assicurare le distanze tra i clienti ma ci siamo trovati la fila di gente che attendeva di potersi sedere. Insieme ai miei figli, abbiamo deciso di non continuare e di chiudere prima che fossimo obbligati a farlo perchè era troppo evidente il rischio di contaminazione”.

Una scelta chiara, che approfondisce: “Abbiamo molti dipendenti, un terzo dei quali assunto e i restanti due terzi con contratto a chiamata. Se da un lato abbiamo deciso di pagare regolarmente i creditori, per non interrompere la catena economica e non innescare un domino infinito, dall’altro ho anche voluto tutelare tutti i miei ragazzi, anticipando due mensilità”.

Ed è qui che emerge anche tutta la difficoltà sul piano economico che bar, pub e pasticcerie stanno vivendo: “Sono attività non patrimonializzate, la chiusura completa del flusso quotidiano di cassa rischia di fare una tragedia – ammette – Stiamo cercando di capire bene quali siano le intenzioni del Governo, quali sostegni potrebbero davvero aiutarci e quali invece si potrebbero trasformare in un boomerang. Al momento, come Federazione Italiana dei Pubblici Esercizi, stimiamo la chiusura di un minimo di 50mila aziende: un bagno di sangue, chi non ha parecchio fieno in cascina farà molta fatica a rialzarsi”.

Nel decreto salva-imprese c’è il tema dei prestiti-lampo da 25mila euro, ma Beltrami vuole vederci chiaro: “È certamente un aiuto, ma vanno capite le modalità e, soprattutto, la capacità di rimborso. Il comparto è estremamente fragile, spero di essere smentito ma così rischia solo di indebitarsi ancora di più. Qualcuno potrebbe illudersi di essere stato salvato, per tre mesi, poi finisce gambe all’aria: io che non lo sono mai stato, spero di essere diventato pessimista tutto ad un tratto e che i fatti poi diranno il contrario. E noi, individuati come portatori di assembramenti, saremo gli ultimi a riaprire”.

Il futuro, come per gli albergatori (leggi qui la loro situazione), è solo un gigantesco punto interrogativo: “Il giorno che riapriremo, siamo sicuri che ripartiremo esattamente come prima? – si chiede Beltrami – La sicurezza prima di tutto, ma difficilmente rivedremo i bar pieni e con le disposizioni che ci saranno, immaginiamo distanza e mascherina, non sarà più così piacevole andarci. Sto da 45 anni dietro a un bancone e non avrei mai pensato di dirlo: se dovessi ripartire con incassi al 50% firmo prima di subito. Finchè non ci sarà un vaccino temo che il nostro lavoro sarà molto zoppicante”.

Nel presente, però, sono tanti i colleghi che, nel limite delle proprie possibilità, hanno cercato di reinventarsi, di aggrapparsi a una piccola speranza di poter continuare l’attività, anche se in piccolissima parte: “Chi ha la cucina e può permetterselo sta facendo le consegne a domicilio: il mio bar a Lovere non lo sta facendo, non me la sono sentita di chiedere ai miei dipendenti di andare casa per casa con la possibilità di ammalarsi. C’è una possibilità che stiamo analizzando, già attiva in altri Paesi come la Germania: è l’asporto tradizionale, con le persone che si recano ai locali, tenute tutte a debita distanza da personale del locale e con tutte le necessarie protezioni. Si serve una sola persona alla volta dentro il locale, prendono gelato o cibo e lo portano via. In questi giorni amici che lavorano a Dusseldorf sono così riusciti a fare un buon incasso”.

Un ultimo messaggio Giorgio Beltrami lo riserva a tutti i colleghi, che insieme a lui resistono in questo difficile periodo, dal punto di vista della salute e degli affari: “Cerchiamo di rimanere tutti uniti e di stringerci attorno ad Ascom. All’interno dell’associazione ci sono tante possibilità, a partire da Fogalco, la cooperativa di garanzia del credito in caso di problemi ad accedervi. Si tratta di una voce importante sul territorio bergamasco. Dall’associazione poi arrivano continuamente suggerimenti: teniamo duro, speriamo che la fase più dura di questa crisi sia alle spalle e facciamoci trovare pronti, con rinnovato entusiasmo, quando ci sarà consentito riaprire”.

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