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Ubi Banca approva il bilancio, Moratti: “Sostegno concreto a Bergamo e Brescia”

L’utile 2019 si attesta a 352,9 milioni di euro, in crescita del 16,7% rispetto ai 302,4 milioni del 2018.

L’assemblea degli azionisti di Ubi Banca, che si svolta nella mattina di mercoledì 8 aprile, ha approvato con il voto favorevole del 99,9% del capitale presente, il bilancio d’esercizio al 31 dicembre 2019.

A livello consolidato, per l’esercizio 2019 il Gruppo ha potuto confermare un positivo andamento dei proventi (+3,4%) e un ulteriore importante decremento degli oneri operativi (-4,4% al netto dei contributi sistemici), che hanno consentito di incrementare del 18,5% a circa 1,3 miliardi di euro il risultato della gestione operativa. L’importante riduzione degli oneri operativi è avvenuta in presenza di un significativo incremento degli investimenti in tecnologia (+78%); si sottolinea come questi investimenti abbiano permesso una reazione particolarmente tempestiva alle esigenze di smart working nate dalla drammatica situazione di pandemia attualmente in corso.

L’utile prima delle imposte è salito del 10,7% a oltre 506 milioni, pur incorporando un costo del credito coerente con la riduzione al 7,8% dal 10,4% del 2018 del ratio di crediti deteriorati lordi. La diminuzione dei crediti deteriorati lordi di circa 3 miliardi in corso d’anno è da attribuirsi sia all’efficacia delle azioni di work-out interno, che hanno consentito di più che compensare i nuovi flussi in entrata (definiti da un default rate limitato all’1,1%), sia alle importanti cessioni di portafogli di esposizioni deteriorate opportunisticamente selezionate (UBI Factor, UBI Leasing, mutui residenziali con GACS). E’ inoltre stata annunciata un’ulteriore operazione di cessione di crediti deteriorati, da effettuarsi nel corso del 2020, attesa portare tale rapporto al 6,9% pro-forma sui dati al 31 dicembre 2019, il cui costo è già parzialmente incluso nei risultati del 2019. In corso d’anno è di conseguenza ulteriormente diminuito il Texas ratio, che misura l’incidenza dei crediti deteriorati netti sul patrimonio netto tangibile, raggiungendo il 55,6% a fine 2019.

L’esercizio si è chiuso con un utile netto di 251,2 milioni di euro, che include elementi non ricorrenti negativi per 101,7 milioni; tale utile si raffronta ai 425,6 milioni conseguiti nel 2018, che includevano elementi non ricorrenti complessivamente positivi per 123,2 milioni.

Al netto degli elementi non ricorrenti, l’utile 2019 si attesta a 352,9 milioni di euro, in crescita del 16,7% rispetto ai 302,4 milioni del 2018.

La comprovata solidità e la fiducia della clientela e dei mercati nel nostro Gruppo, hanno spinto la raccolta diretta, sia da clientela ordinaria che, come detto, da investitori internazionali, a 95,5 miliardi di euro; la raccolta indiretta, che raggruppa i servizi di risparmio gestito, l’offerta di prodotti assicurativi e la raccolta amministrata, ha raggiunto i 101,5 miliardi; e gli impieghi netti alla clientela si sono attestati a circa 85 miliardi di euro, erogati principalmente a famiglie e medie imprese.

La solidità patrimoniale e la crescita dei risultati economici avevano quindi consentito al Consiglio di Amministrazione di UBI Banca di proporre un dividendo di 0,13 euro per azione (+8,3% vs 2018). Peraltro, tenuto conto della sopra richiamata raccomandazione della BCE alle banche dalla stessa vigilate di non procedere al pagamento dei dividendi almeno fino al 1° ottobre 2020, il Consiglio di Amministrazione di UBI Banca ha deliberato, in data 31 marzo 2020, di non sottoporre all’Assemblea
dei Soci la proposta “Destinazione dell’utile di esercizio 2019 e distribuzione agli azionisti del dividendo”, a ragione della incompatibilità con le soprarichiamate indicazioni di prudenza formulate dall’Autorità di Vigilanza. Dopo la data del 1° ottobre 2020 e in assenza di diverse indicazioni da parte della BCE, il Consiglio di Amministrazione si riserva di convocare un’Assemblea per la trattazione di questo tema.

All’assemblea di Ubi Banca, riunita a Bergamo a porte chiuse, erano presenti 617 azionisti, in delega e subdelega, con 613.220.819 azioni, pari al 53,589% del capitale.

Nonostante le complicazioni legate alla pandemia di coronavirus, si tratta della partecipazione più elevata degli ultimi anni. Nelle ultime 5 assemblee tra l’aprile 2017 e l’aprile 2019, infatti, si era raggiungo al massimo il 48,57% del capitale (nell’aprile 2017).
Dalla lettura del libro soci è emerso che detengono una quota superiore all’1% del capitale il fondo Silchester International (8,609%), Edoardo Mercadante (7,933%), la Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo (5,908%), Hsbc (4,886%), la Fondazione Banca del Monte di Lombardia (3,951%), Domenico Bosatelli (2,797%), Giuseppe Pilenga (1,042%), la Upifra della famiglia Beretta (1,025%), Gianfranco Andreoletti (1,014%), Cattolica (1,01%) e Alberto Bombassei (1,004%).

La Presidente Letizia Moratti
Generico aprile 2020

LETIZIA MORATTI: “VICINI A BERGAMO E BRESCIA”

Buongiorno a tutti, mi rendo conto di parlare in un contesto diverso da quello a cui siamo abituati. Siamo in guerra contro un nemico invisibile, nuovo e spietato, ma abbiamo doveri e responsabilità che ci obbligano ad andare avanti, ancor più in uno scenario di questa portata, che certo non avevamo contemplato.
E le previsioni di analisti ed esperti non sono ancora in grado di fornirci delle stime effettive di questa crisi: quali ne saranno le conseguenze effettive e quando saremo in grado di conoscerle? Ed è questo un altro risvolto dell’epidemia che ci troviamo ad affrontare: “l’incertezza”, un’incertezza che possiamo definire epocale e che molto correttamente Papa Francesco ha definito “una tempesta inaspettata e furiosa” che ci disorienta e dalla quale non sappiamo quando e come usciremo. Non è facile capire quale sia la via migliore per governare questa incertezza: certamente sono necessarie analisi competenti, obiettivi comuni e sostenibili, ma innanzitutto comportamenti solidali. Invece, proprio la solidarietà che è alla base del concetto stesso di Europa appare oggi in crisi. Come mostrano le divisioni recentemente emerse nel Consiglio
Europeo, che hanno indotto il nostro Presidente del Consiglio a sottolineare l’esigenza di superare vecchi schemi per intraprendere iniziative comuni prima che sia troppo tardi. Per far fronte a questa drammatica emergenza e per rilanciare le nostre economie sia nazionali sia locali, occorrono unità, coesione sociale e l’avvio tempestivo di
strumenti efficaci. Coronavirus non è una recessione. È una calamità che stiamo affrontando con coraggio. E la nostra banca, per prima, non ha fatto passi indietro. Oggi come non mai sente il dovere di operare con tutte le energie per affrontare il momento drammatico. Lo scorso anno parlai delle tante sfide che ci avrebbero messo alla
prova ed ecco: la prova più grande è qui ora e la stiamo affrontando tutti insieme. Molti nostri colleghi nonostante le difficoltà e le restrizioni, continuano ad assistere i
nostri clienti e garantire il buon funzionamento della banca; intanto stiamo sperimentando con decisione e tempestività anche nuove forme organizzative come lo smart working abilitando tutti i dipendenti del Gruppo, grazie a un sistema IT estremamente flessibile. Tale modalità di lavoro è già utilizzata dall’85% dei colleghi di direzione centrale e dal 20% delle persone che lavorano nella rete commerciale. I numeri sono in costante crescita a fronte anche di nuove modalità organizzative che sono necessarie per consentire ai colleghi di svolgere l’attività commerciale da remoto. Stiamo cioè dimostrando che all’efficienza ordinaria occorre affiancare il concetto di resilienza come uno dei fattori vitali di un sistema.

E io credo che la società italiana saprà recuperare bene proprio perché è resiliente.
Lo hanno dimostrato immediatamente i tanti gesti di generosità e solidarietà nei confronti degli ospedali. Un’importantissima rete di sostegno di cui anche noi
abbiamo fatto parte come banca attraverso la donazione di 5 milioni di euro per far fronte alle esigenze sanitarie dei nostri concittadini che vivono nelle comunità locali
più colpite dal Covid-19.

Brescia e Bergamo: i nostri centri di eccellenza nell’emergenza Coronavirus. Proprio Brescia e Bergamo sono tra le città più colpite da questo flagello che sta portando sofferenza in così tante famiglie. È in questi momenti che la Banca si sente ancora più vicina ai propri territori, ai colleghi e alle persone che vivono in queste comunità locali. In questo scenario così complesso e incerto la Banca e noi tutti sentiamo il dovere e la responsabilità di difendere e preservare lo sviluppo delle eccellenze di questa grande Regione, la Lombardia, con il 25% di valore prodotto sulla ricchezza nazionale. Brescia e Bergamo in particolare rappresentano le radici storiche della Banca e occupano un ruolo di leadership sui mercati mondiali e una posizione di rilievo tra le maggiori province industriali europee. Questa leadership deve farci ancor più riflettere sulla necessità di sostenere un progetto di rilancio a beneficio delle comunità di Bergamo, Brescia e della Lombardia tutta che, come ci continuano a ripetere le cronache, rimangono le aree più colpite dal Covid-19. UBI Banca è parte integrante ed essenziale di questo tessuto produttivo e per questo ha lanciato un programma integrato, che abbiamo chiamato Rilancio Italia, che prevede fino a 10 miliardi di euro per dare un sostegno concreto a tutte le imprese e le famiglie di Bergamo e Brescia, e di quelle aree del paese maggiormente colpite dal virus. È un impegno per il Paese, per sostenere concretamente le famiglie e lo sviluppo industriale delle nostre comunità a dimostrazione della solidità del nostro Istituto e dell’importanza della sua autonomia che è un valore per tutti gli stakeholders, siano essi azionisti, clienti o dipendenti.

Questa fase di forzato rallentamento non ci fermerà. Abbiamo un piano industriale forte che il mercato ha accolto a pieni voti. Quando tutto sarà passato dovremo
rileggere la realtà con estremo rigore e ri-affrontare alcuni temi noti alla luce dell’esperienza di questi mesi: l’innovazione digitale, le nuove frontiere del welfare,
l’internazionalizzazione, gli sviluppi del mercato dei capitali, la crescita delle nostre imprese, siano esse piccole, medie e grandi, e i progetti di vita delle nostre famiglie
per contribuire al loro tenore di vita e ai loro progetti di sostenibilità.

L’Italia vanta il terzo patrimonio industriale d’Europa ed è il secondo Paese dell’Unione per esportazioni. Questa ricchezza si unisce alle risorse finanziarie che detiene, uniche in quanto a robustezza del risparmio delle famiglie e delle imprese. Nessuno sa come saremo alla fine di questa emergenza. Ma sappiamo che UBI non
farà mancare il proprio sostegno. Vorrei citare il nostro Presidente Mattarella che ha ricordato il grande valore di questa nazione, che proprio nella ricostruzione ha
sempre saputo esprimere il meglio di sé. Noi ci siamo. E siamo pronti, con ancor maggior impegno, a rilanciare l’economia del Paese e restituire sicurezza e prosperità alle nostre comunità.

 LE DOMANDE DI GIORGIO JANNONE

Giorgio Jannone, presidente dell’Associazione Azionisti Ubi Banca, nel corso dell’assemblea ha posto otto domande ai vertici dell’istituto bancario, ritenendosi alla fine insoddisfatto delle risposte ottenute. Jannone contesta alla governance di aver deliberato di acquistare azioni proprie per 11 milioni di euro da distribuire al “Personale più rilevante” “non rispettando le raccomandazioni del 27.03.2020 della Banca Centrale Europea”. Jannone contesta ad Ubi di “aver effettuato transazioni bancarie soggette alla Policy sulle armi per 25,4 milioni di euro per importazioni e trasferimenti intracomunitari; concessioni/rinnovi di garanzie per 71,7 milioni di euro per operazioni di esportazione e trasferimenti intracomunitari e, infine, le transazioni bancarie per 8 milioni di euro relative ad esportazioni e importazioni nell’ambito di programmi intergovernativi, che non rientrano nel perimetro di applicazione della Policy sulle armi”. Altre contestazioni riguardano “l’omissione, oggettivamente molto grave, in tema di dovuta chiarezza e di completezza di informazione nei confronti delle Istituzioni di Vigilanza italiane ed europee”, “la crescita del Pil prevista dal Piano industriale della Banca” nonostante l’emergenza Coronavirus e le “alternative paventate al mercato e agli stakeholders” in merito all’Ops di Banca Intesa, che invece l’ex onorevole vedrebbe di buon occhio in questo momento di crisi economica.

“Si chiede inoltre al consigliere delegato quali siano le motivazioni per le quali ha espresso pubblicamente la propria persistente perplessità nei confronti della OPS di Intesa San Paolo (si cita testualmente: “l’iter è complesso e l’esito non è per nulla scontato” o si pensi allo stizzito comunicato stampa del 31.03.2020) in merito ad una ipotesi di aggregazione che renderebbe oggettivamente più solida la Banca, evitando serissimi rischi agli azionisti ed agli stakeholders, anche in considerazione dell’attuale stato di crisi, delle evidenziate debolezze economico-patrimoniali della Banca nonché del ruolo di responsabilità sociale storicamente svolto dal nostro Istituto, ruolo purtroppo sensibilmente ridotto negli ultimi anni.

Infine non ha mancato di chiedere perché “Non si ritiene opportuna inoltre una cospicua autoriduzione dei compensi dei membri della governance, in coerenza con le decisioni assunte da molte altre società quotate italiane e straniere (tra le tante FCA, Intesa San Paolo) ed in considerazione della gravissima crisi in atto?”.

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