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Coronavirus, Amaglio: “Formazione e scuola saranno le protagoniste del cambiamento”

Damiano Amaglio, presidente di Azienda Bergamasca Formazione, il braccio operativo della Provincia di Bergamo in tema di politiche attive del lavoro, spiega come la scuola e la formazione saranno protagoniste dopo l'emergenza Coronavirus.

La scuola, la formazione, il lavoro. Tutto con il coronavirus viene alterato. Tutto, dopo queste prime settimane trascorse, cambierà. Abbiamo incontrato uno dei protagonisti della formazione Damiano Amaglio, presidente di Azienda Bergamasca Formazione, il braccio operativo della Provincia di Bergamo in tema di politiche attive del lavoro.

Come sta vivendo questa situazione di crisi inaspettata e devastante?
Sono Presidente da sei mesi e mi sembra già un’eternità: tutti i programmi, gli obiettivi, le aspettative appena messi sul tavolo mi paiono già fuori dal tempo. In Abf stiamo cercando di continuare la didattica, benché la nostra abbia una componente pratica e laboratoriale difficile da organizzare a distanza, e gli insegnanti stanno facendo cose egregie. Dobbiamo esserne orgogliosi. Dopo di che, la priorità assoluta è la salute, siamo una comunità e la cosa che ho chiesto ai nostri responsabili è di stare vicini alle persone.

Si è fatto un’idea del percorso che ci attende?
È su binario unico, e come ogni binario si sviluppa su due rotaie. La prima rappresenta la gestione dell’emergenza, salvare vite ed evitare la ripresa del contagio. La seconda è la ricostruzione economica e sociale, le cui basi vanno gettate senza perdere tempo; se, e dico se, non posizioniamo perfettamente parallela questa seconda rotaia, il treno deraglierà.

In altri termini?
Varcando la porta di casa dopo la quarantena non troveremo più il mondo di prima, e salteranno gli equilibri, tutto sommato fragili, del nostro stato sociale. Disoccupazione, fallimenti, riduzione dei servizi e lutti porteranno povertà, frustrazione, egoismo e rabbia.

Uno scenario piuttosto difficile da gestire…
Inutile raccontarsi favole. L’Italia ha le risorse intellettuali per attenuarlo, purché attivi da ora ogni energia disponibile. Mentre gli operatori sanitari e gli amministratori locali cercano di garantire la sopravvivenza delle nostre comunità insieme ai lavoratori dei servizi essenziali (mostrando tutti un coraggio ed un’abnegazione di cui essere fieri), è necessario innescare le migliori menti del Paese per delineare una strategia. E il Parlamento, fino ad oggi non pervenuto, cambi passo.

Secondo molti immettendo tanta liquidità nel sistema potremo…
La fermo subito. È impossibile, il vecchio sistema non tornerà perché noi siamo cambiati. Settori come quelli della mobilità di massa, della fieristica e congressistica, dei grandi eventi, più in generale tutto ciò che implica assembramenti e contatti continui, subiranno una contrazione che ne minerà la tenuta. Andrà ripensata tutta la comunicazione fondata su abitudini, impulsi, emozioni ormai archiviate dalla paura, dall’incertezza, dal sospetto. Certo torneremo a fare molte cose, ma a ritmo diverso: ci sposteremo e ci avvicineremo meno, proteggendoci di più.

La storia è piena di pandemie da cui si è ripartiti…
Vero, ma sfracellarsi dal 30° piano credendo di saper volare non è simpatico, e questo bagno di realtà stordisce. Va definita una nuova strategia di politica industriale, di organizzazione del lavoro, coniugando il tutto con ecologia e salute. Ripartire fregandosene del pianeta sarebbe l’errore più grande, e il perché lo vediamo in questi giorni: noi siamo in balia di un virus, in ginocchio, mentre la natura attorno rifiorisce con insensibile distacco; anzi, trae giovamento dall’arretramento dell’uomo. Se l’umanità sfida la natura, è perdente.

Dove pensa si debbano trovare le risorse per ripartire? In Europa?
Avrei voluto vedere le bandiere europee fuori dai nostri ospedali con nuclei speciali di emergenza. La politica è fatta anche di simboli e un gesto può cambiare la storia: ha visto come con 30 medici e poche parole pronunciate col cuore il premier albanese ha ribaltato il nostro giudizio verso il suo popolo ed il suo Paese? Ad ogni modo la mia risposta è sì. L’Unione è ad un bivio: per dirla alla Garibaldi, qui si fa L’Europa o si muore.

E se morisse?
Da soli non si sopravvive. A quel punto suggerirei una virata di prua verso il Mediterraneo.

Che attualmente è una polveriera.
L’Europa nel 1945 era peggio, ma questo non impedì ai Padri fondatori di costruire le Comunità Europee, unendo popoli che fino a pochi mesi prima si erano odiati e combattuti. E se devo sognare, io oggi vedo gli Stati Uniti del Mediterraneo. Si immagina la culla dell’umanità unita, in pace, attorno al mare più straordinario del mondo? Roma con Atene, Bisanzio con Gerusalemme, Alessandria con Tripoli, Barcellona con Algeri. Le religioni monoteiste in pace, popoli da sempre in conflitto unite da interessi commerciali, geopolitici e culturali. Il mondo, mi creda, finirebbe di giocare a Risiko fuori da casa nostra e sulla nostra pelle, approfittando dei nostri egoismi ideologici e campanilistici.

Come vede Bergamo dentro a questo caos planetario?
Dovrà fare i conti innanzitutto con se stessa. Se la Lombardia è stata colpita al cuore, Bergamo è questo cuore. La nostra terra ha perso un patrimonio umano pazzesco, costituito da donne e uomini che non solo hanno lavorato una vita per darci sicurezza e stabilità ma che ancor oggi avevano un ruolo centrale nella comunità, nelle famiglie. Vederseli portar via così, senza accompagnarli né prima né dopo la morte, è quanto di più crudele potesse accaderci. Paura e ansia del pericolo ci hanno portato a ricucire la ferita in modo rapido e approssimativo, ma quando tutto sarà finito quelle cicatrici verranno riaperte da senso di colpa, vuoto del distacco, ricerca rabbiosa di un colpevole.

Circolano diverse proposte di scudi penali, civili e amministrativi. Che ne pensa?
Prima ricostruiamo i fatti e accertiamo le verità, poi si potrà discutere di tutto. Un’immunità preventiva puzzerebbe di impunità generalizzata lontano un miglio.

In questo cupo scenario ci sono anche segnali positivi. I bergamaschi hanno reagito e provato a limitare i danni.
In questo senso abbiamo dato una lezione al mondo per dignità nel dolore e per generosità. L’ospedale da campo tirato su in una settimana è qualcosa di pazzesco, ma attorno c’è tanto altro, e per lo più fatto nel silenzio. Detto questo, non scivoliamo nella retorica della bergamaschità, dietro la quale spesso nascondiamo i nostri errori. E’ utile per la chiamata alle armi, ma la sfida del futuro sarà scalare montagne ogni giorno. E trattandosi di montagne inesplorate diventa fondamentale pianificare bene le spedizioni. In altri termini, bisogna trasformare sgomento e adrenalina in pensiero prima che in azione, e per “noter de berghem” questa è la vera sfida. “Pensiero comune” per perseguire bene comune.

Vede qualcuno in grado di governare questa impresa epocale? Non parliamo esattamente di ordinaria amministrazione.
Direi che per autorevolezza della classe dirigente ci son stati tempi migliori, ma qui mi fermo perché non c’è spazio per le polemiche. È il momento dell’unità e, soprattutto, della competenza. Sottolineo competenza. Dio ci scampi da venditori di fumo, apprendisti stregoni, parassiti e teste di legno, almeno in questa fase. In prospettiva penso ai giovani, i quali hanno un’opportunità che al tempo stesso è responsabilità: prendersi sulle spalle il futuro. Sono loro che possono vedere meglio oltre l’orizzonte, slegati da rendite di posizione e liberi da nostalgia per l’attuale modello sociale. Diamogli le chiavi della macchina, ci sorprenderanno.

Lei presiede una realtà che coi giovani si confronta ogni giorno, è davvero convinto che abbiano le spalle per portare un peso del genere?
Metterli al volante non significa scaricargli addosso tutte le macerie di questo dramma, ma investire su di loro. Noi formiamo, abbiamo il dovere di continuare a farlo. Regione Lombardia ha appena confermato le risorse per la formazione professionale 2020/21, e le assicuro che è già tanto, ma tutta l’offerta formativa (non solo professionale) del Paese andrà rimodellata su un mondo del lavoro profondamente mutato.

Crede che cambieremo in meglio da questa tragedia? Costruiremo il futuro su basi più eque, più giuste, più solide?
Ha risposto qualche giorno fa il nostro Vescovo Francesco: l’uomo non dimostra frequentemente di aver imparato la lezione. Due errori vanno evitati: ripartire a testa bassa derogando a tutto, con la scusa di recuperare il tempo perso, e persistere nella costruzione di consenso su pulsioni e istinti. Ci aspettano mesi da trascorrere indossando una mascherina che ci porterà a guardarci più intensamente negli occhi, per riconoscerci, per comprenderci. Staremo più distanti, ma forse saremo più vicini.

Quindi?
Direi che non possiamo permetterci di non cambiare, profondamente e in meglio. Stavolta no. Perché solo nell’apertura di un’epoca nuova troveremo un barlume di senso in quanto ci sta accadendo. Questo sacrificio che ci ha travolto l’anima non può passarci davanti come un incidente della storia: la nostra gente non lo accetterà mai, e soprattutto non lo meritano coloro che ci siamo fatti scivolar via così. Una delle terre più ricche del mondo ha dovuto scegliere chi salvare: ciascuno la pensi come vuole, io in un sistema del genere non mi riconosco. In altri termini cambiare modello sociale non è un’opzione o una scelta, ma un obbligo, ed in questo senso viviamo giorni non potenzialmente ma necessariamente generativi. Chi ci crede si faccia avanti, è l’ora.

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