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Bergamo e virus: “La nostra etica del lavoro ci ha penalizzato, ma è la stessa che ci salverà”

Intraprendenza, puntigliosità, senso del dovere, cura dei più deboli... Oggi più che mai, Bergamo non molla, non si arrende e non abbandona nessuno.

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Stimata Direttrice,

Il Suo articolo di ieri (“Errori e colpe di una strage impensabile”) esprime perfettamente quello che noi bergamaschi abbiamo ormai capito: del lutto dolorosissimo che ci ha colpito qualcuno, per via del suo ruolo, porta una responsabilità maggiore – e sarà chiamato a risponderne secondo la legge, perché questo è ciò che prevede uno Stato di diritto; ma, poco o tanto, siamo tutti coinvolti perché, pur senza volerlo, abbiamo tutti contribuito alla diffusione dell’infezione.

È questo ciò che fa più male nel dramma che stiamo vivendo: la consapevolezza che il virus ha sfruttato le nostre caratteristiche più peculiari per colpirci così duramente; è come se ci avesse studiato attentamente, prima di sferrarci un attacco perfettamente calibrato.

È la nostra intraprendenza che ha portato la val Seriana, terra di provincia stretta tra le montagne, a creare legami imprenditoriali e commerciali con la lontana Cina, là dove il coronavirus ha per la prima volta contagiato un essere umano – e da dove ci ha raggiunti prima che potessimo accorgercene.

È la nostra rigorosa etica del lavoro che ci ha spinto a trascurare i primi sintomi, come abbiamo sempre fatto, perché “è solo un po’ di febbre, basta un antipiretico e via”… è la stessa etica che ci ha impedito di “abbassare la serranda” al momento giusto, perché per noi bergamaschi “mòla mìa” vuol dire soprattutto questo: mai venire meno al proprio dovere quotidiano; per noi non c’è ragione che giustifichi un’assenza che viviamo spesso come una defezione, una colpa, un tradimento.

È la nostra cura scrupolosa dei nostri anziani, “acciaccati” ma sempre “in gamba”, che ha offerto al maledetto virus un terreno di caccia fin troppo facile da raggiungere, sfruttando la loro vicinanza affettuosa con i figli e i nipoti; è la nostra testardaggine nel “cavarcela da soli” senza chiedere aiuto, fino a quando proprio non ce la facciamo più, che ha portato tanti di noi ad aggravarsi più del dovuto prima di chiamare i soccorsi e che ha permesso al resto d’Italia di continuare, per troppi giorni, a guardare al nostro dramma senza attivarsi per darci una mano.

Sono state però queste stesse nostre caratteristiche a permetterci di reagire all’attacco con un’energia che ha sorpreso solo chi non ci conosce bene: sono molto “bergamaschi” sia l’incredibile coraggio e dedizione dei nostri medici, infermieri e soccorritori, chiamati a fronteggiare per primi uno tsunami terrificante, sia la straordinaria solidarietà dimostrata dai tantissimi volontari e cittadini che, ciascuno secondo le proprie possibilità, hanno dato una mano a chi stava combattendo in prima linea e alle “retrovie”; sono tipicamente “nostre” la creatività e la rapidità con la quale abbiamo creato una rete efficiente (nei limiti di una situazione mai vissuta prima) per l’assistenza ai malati e tante nuove strutture di cura; lo sono la disciplina e la resilienza dimostrate da tutti noi nell’attenerci alle regole, per alcuni molto gravose, necessarie per fermare il contagio.

Ora dobbiamo renderci conto che il nostro avversario è ancora lì, pronto a colpirci di nuovo. Abbiamo respinto il suo primo assalto; ma le sue forze sono ancora intatte e oggi siamo chiamati a una “guerra di trincea”, per impedire al virus di dilagare di nuovo nella nostra comunità e per insegnare, col nostro esempio, al resto del Paese il modo migliore per fare altrettanto. Presto o tardi arriverà il momento di allentare le misure di contenimento e allora il coronavirus proverà a riconquistare terreno: questa volta dobbiamo sfruttare a nostro vantaggio le nostre caratteristiche, giocando d’anticipo.

Ci occorrerà tutta la nostra creatività per immaginare un nuovo modo di muoverci, di lavorare, di curare. Presto la diagnostica potrà darci utili indicazioni per comprendere quanti di noi hanno già incontrato il virus e hanno sviluppato un certo grado di immunità; ma sarà comunque necessario evitare i contatti troppo ravvicinati, soprattutto in luoghi chiusi, per tenere sotto controllo l’infezione, che altrimenti crescerebbe con lo stesso subdolo andamento esponenziale che abbiamo già conosciuto: prima lento, con pochi casi in più alla settimana; poi, all’improvviso, velocissimo e incontenibile.

Dobbiamo quindi esaminare ogni aspetto della nostra quotidianità per individuare i possibili varchi attraverso i quali il virus può diffondersi e inventare il modo per chiuderglieli in faccia: che sia un taxi con la cabina isolata o un respiratore per i medici che devono operare su un contagiato… la nostra laboriosità deve servirci per trasformare rapidamente in realtà ogni innovazione
che può aiutarci nella nostra battaglia.

Il nostro affetto per i nostri cari più vulnerabili deve suggerirci nuovi modi per stare loro accanto “da lontano”: per fortuna noi bergamaschi siamo meno “fisici” di altri nell’esprimere i nostri sentimenti, che manifestiamo soprattutto con la cura e la concretezza dei gesti. Soprattutto, dobbiamo trovare il modo per permettere loro di ritrovare la loro socialità, almeno a livello virtuale: è qui che i nipoti possono avere un ruolo fondamentale, per accompagnarli in un mondo nel quale si muovono ancora con qualche timore e un po’ di goffaggine.

Infine, la nostra puntigliosità e il nostro senso del dovere devono aiutarci a perseverare nello sforzo faticosissimo di non cedere un millimetro di terreno al nostro avversario, fino a quando la scienza non avrà trovato le armi risolutive per sconfiggerlo; ma la nostra solidarietà, frutto del grande cuore dei bergamaschi – che chiunque ci abbia frequentato ha imparato a scovare sotto la nostra scorza, a volte un po’ ruvida – è ciò che può illuminare questo momento così buio, che può confortarci e farci superare l’angoscia e la tristezza.

Oggi più che mai, Bergamo non molla, non si arrende e non abbandona nessuno.

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