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Alberghi e Coronavirus: “Chiusi dalla sera al mattino, cancellata ogni prenotazione”

Alessandro Capozzi, vice presidente degli Albergatori di Ascom Bergamo, spiega come la categoria sta vivendo la fase di emergenza: "Riaprire? Dipenderà molto dal sostegno dello Stato".

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Prima ancora che lo decidesse un decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri, la chiusura delle strutture alberghiere, con pochissime eccezioni, era già cosa fatta: gli imprenditori bergamaschi del settore stanno vivendo la situazione con particolare apprensione, forse più di altre categorie.

“Lo abbiamo fatto praticamente tutti – spiega Alessandro Capozzi, dell’hotel Città dei Mille, vice presidente degli albergatori AscomDa quando sono emersi i primi casi a fine febbraio, cioè da quando la situazione ha iniziato a essere più diffusa, ci sono piovute cancellazioni: il 30% solo nelle prime 24 ore, il 50% in 48 ore, praticamente la quasi totalità nelle 72 ore. Abbiamo pagato il nostro conto da subito: a inizio marzo non avevamo più alcuna prenotazione tra quelle effettuate nelle settimane precedenti”.

I primi a revocare le prenotazioni sono stati i clienti business: “Lo avevamo già sperimentato durante le crisi del 2008 e del 2012, quando eravamo stati ancora il termometro della situazione – continua Capozzi – Le trasferte dei lavoratori sono le prime a essere revocate, poi il taglio arriva anche ai vacanzieri. Sono le prime rinunce che danno il segnale”.

Nell’ultimo mese e mezzo, i pochi che hanno tenuto aperto i battenti sono gli albergatori che sono stati in grado di adattare la struttura in modo da renderla fruibile per i pazienti in dimissione dagli ospedali e quelli che ospitano il personale sanitario, in arrivo dalla Russia o da fuori provincia.

“La città di Bergamo in particolare – spiega Capozzi – ha poi una finestra di prenotazioni non molto ampia, che si articola su un arco temporale di tre mesi. Nei prossimi tre mesi siamo arrivati al 90% delle cancellazioni, al momento abbiamo ne abbiamo di residue, poche, su giugno e luglio mentre i mesi precedenti sono stati completamente azzerati. Al di là dei decreti, dobbiamo considerare quella che è la percezione delle persone che, a quanto ci risulta, è ancora molto vicina al panico. Si mette, giustamente, in primo piano la salute e in questo momento nessuno si sente sicuro di Bergamo. Il turismo leisure è stato completamente azzerato, quello business anche, e rimane in attesa di un segnale di ripartenza delle aziende”.

Ripartenza. Un termine avvolto da una fitta cortina di fumo, costellata di punti interrogativi.

“Al momento c’è molta incertezza, ci siamo trovati costretti a chiudere dalla sera alla mattina per mancanza di lavoro – racconta – Tutti i settori sono stati colpiti e sono in seria difficoltà. Per noi c’è un tema da non sottovalutare: quando la situazione tornerà alla normalità, in tanti potranno contare su un bacino d’utenza molto vicino, noi avremo qualche difficoltà in più. Non so se e quando torneremo a lavorare con numeri che permetteranno almeno di andare alla pari con le spese”.

Considerazioni amare ma, purtroppo, più che mai attuali e ad incidere in modo sostanziale potrebbero essere le immagini di Bergamo che hanno fatto il giro del mondo: “Siamo finiti sulle tv di tutto il mondo, non possiamo valutare l’impatto mediatico. L’unica evidenza, al momento, è che non arrivano prenotazioni”.

Troppo difficile, ora, dire se tutti saranno in grado di riaprire una volta terminata l’emergenza sanitaria: “Su questa scelta influiranno molto le decisioni del Governo a livello di sostegni – commenta Capozzi – Ci rendiamo conto che questo non è il momento dei proclami e che si deve muovere in equilibri di bilancio molto delicati. All’inizio si parlava di un aiuto sotto forma di credito d’imposta, ora sembra un’idea sparita e pare ci si stia orientando sui prestiti. Ci sono troppe variabili e una scala temporale ancora tutta da valutare: non abbiamo certezza su una ripresa degli affari, sarà sicuramente graduale. Solo con degli aiuti avremo la possibilità di rimetterci in gioco”.

La forte preoccupazione sul futuro è innegabile: troppi i fattori che potrebbero incidere, a partire dalla già citata immagine che turisti e lavoratori in trasferta potrebbero aver conservato di Bergamo, da quando è stato chiaro che fosse un focolaio importante e dalle continue sfilate dell’esercito con mezzi che trasportano bare fuori città per la cremazione.

“Non possiamo costringere la gente a prenotare se in loro è ancora vivo il sentimento della paura – sottolinea il vicepresidente degli Albergatori di Ascom – Era corretto mostrare quei momenti drammatici, pur sapendo che avrebbero avuto ripercussioni a lungo termine: dovremo essere ancora più bravi nel rilanciare a livello mediatico l’immagine della città”.

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