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“Mi voleva la Juve ma Atalanta a vita, con Pizzaballa rivali e amici”

Lo storico portiere atalantino: "Quando Bonizzoni mi chiamò in prima squadra mi tremavano le gambe. Non avevo paura a tuffarmi, anche a costo di farmi male. Ma la palla era mia"

“Zaccaria, non giochi più con i ragazzi, sei qui con noi. E per l’emozione mi tremavano le gambe”. Così Zaccaria Cometti ci raccontava l’attimo più importante della sua carriera: 39 anni nell’Atalanta, quasi metà della sua vita (se n’è andato a 83), Bonizzoni, allenatore nella stagione 1956-57, che lo chiama in prima squadra.

Lo vedevi negli allenamenti, Zac, quando era passato a fare il ‘maestro’ dei portieri e li metteva alla prova con il suo sinistro potente. E infatti spiegava: “A 13 anni facevo l’ala sinistra, avevo un tiro mancino micidiale. Poi invece ho scelto di stare in porta, meglio così. Bonomi era l’allenatore del settore giovanile, Simonetti l’allenatore in seconda che ci seguiva, ma qui a Romano mi aveva scoperto Vittorio Sala. L’Atalanta? Era venuto a vedermi Papini, un osservatore del calcio provinciale. Siamo andati all’Ardens, poi allo stadio dove si giocava la partita del giovedi tra i ragazzi e la prima squadra. Avevo 16 anni e Ciatto mi ha ingaggiato”.

Cometti era di Romano di Lombardia e la famiglia lo ha subito spronato a continuare: “Mio padre faceva il prestiner, il fornaio. Lui e mia mamma mi hanno sempre detto: fai quello che ti senti. E mi hanno aiutato, mi hanno lasciato continuare a giocare nell’Atalanta. Che mi aveva comprato dalla Fiorita di Romano per 250 mila lire, io ho preso il 18-20 per cento e i miei erano contenti, allora erano soldi”.

Traumatico l’esordio, il 27 ottobre 1957: “A San Siro col Milan, perdemmo 5-0 ma…eravamo tutti ragazzi. E pensare che io sono stato il migliore, come scriveva allora Brera. Gli anni più belli i primi, dal 1959 al 1964: era l’Atalanta dei bergamaschi, Cometti, Rota, Roncoli, Pesenti, Nodari, Signorelli. Bonizzoni è stato il mio primo allenatore, Valcareggi il mio…salvatore. Era un signore, anche il suo secondo Ceresoli, che è stato poi il mio preparatore come portiere. Con Valcareggi ho giocato anche con un dito rotto, il mignolo sinistro. Mi ero tuffato a terra per prendere il pallone e il dito si era schiacciato, però il pallone l’avevo preso. Ma io non volevo fermarmi: Cividini mi dava una fasciatura e via”.

Da portiere a preparatore dei portieri: “Sono andato da Achille Bortolotti, il presidente e gli ho detto che ero stufo di stare a casa. Lui ha chiamato il dottor Brolis e gli ha detto di farmi lavorare. Eravamo nel 1975, Titta Rota era l’allenatore e mi ha chiesto di andare in ritiro con lui. Al volo! Da lì ho continuato come secondo allenatore: quattro anni col Titta, quattro con Sonetti, tre con Mondonico. Sono stato il secondo allenatore e preparatore dei portieri di Bianchi, Frosio, Giorgi, che era un signore. Una volta doveva arrivare all’Atalanta come allenatore Gigi Radice e portare Gazzaniga, che era il suo secondo. Ma Achille Bortolotti gli disse che lui ce l’aveva già il secondo ed ero io. Così Radice non venne. Con Percassi poi” ricordava ancora Cometti “è arrivato Malizia e sono passato al settore giovanile, ho finito come osservatore nel 1997, ma dal 1975 al 1990 ho fatto l’allenatore in seconda dei portieri”.

Cometti, un fedelissimo, 211 presenze nell’Atalanta, anche a costo di dire no alle grandi, come ci rivelava: “Mi avrebbe voluto la Juve, Tentorio rispose che l’Atalanta aveva il suo portiere e mi avrebbe tenuto dieci anni. E anche il Milan mi aveva richiesto, ma poi prese Cudicini, il ragno nero. Poi di portieri ne ho allenati: Ferron e Piotti avevano più qualità di tutti, Piotti con una forza esplosiva nelle gambe, Ferron più continuo. Avrebbe potuto fare di più Ardigò, che era qui di Romano, ma anche Pelizzoli aveva qualità, con quelle braccia copriva la porta”.

Un capitolo a parte merita il dualismo con Pizzaballa. Ricordava Cometti: “Sia chiaro, eravamo amici, ma c’era un posto solo e quindi era nato questo dualismo sportivo. La finale di Coppa Italia? Non c’ero perché mi ero fatto male un mese prima. Con Pizza eravmo un po’ come Zoff e Albertosi, Pizzaballa più spettacolare come Albertosi, io più composto, un po’ come Sarti, come Zoff. La concorrenza era uno stimolo a tenersi sempre pronti e l’Atalanta doveva essere orgogliosa di avere due portieri bravi come noi. L’ho anche allenato, il Pizza, quando è tornato a Bergamo a fine carriera”.

Ma un portiere che qualità deve avere? “Senso della posizione, qualità, sicurezza…io mi emozionavo più in casa che fuori. Serve carattere, non abbattersi alle prime critiche o ai primi fischi. E’ vero che il portiere dev’essere un po’ matto. E ci vuole coraggio. Io non avevo paura a tuffarmi tra le gambe di un avversario. Con la Roma mi sono infortunato, avevo preso un calcio alla testa e dovette andare in porta Nova. Anche contro il Cagliari, uno scontro con Gigi Riva mi procurò una botta allo sterno che ancora per anni mi dava dolore. Ma io mi buttavo, a costo anche di farmi male. E la palla era mia”.

Belle le parole di Pier Luigi Pizzaballa: “Cometti? Eravamo amici, sportivamente rivali, ma una rivalità sana. Non era facile fare una scelta, lui era avanti perché più anziano. Poi è stato anche mio allenatore e c’era molto rispetto tra di noi. Mi dispiace soprattutto” conclude Pizza “perché nel momento in cui siamo non si possa accompagnare Zaccaria nel suo ultimo viaggio. E questa è la cosa più triste, non potergli dare l’ultimo saluto. Ciao Zaccaria”.

Commmovente il ricordo di Fabrizio Ferron: “Zaki, come lo chiamavamo noi giocatori, era una persona vera. Per me è stato come un papà, ha saputo stabilire con me un rapporto come tra genitore e figlio. Cosa posso dire di lui?” continua Ferron. “Potremmo scrivere pagine intere, avrei tante cose da dire. Sono arrivato all’Atalanta giovanissimo e ho trovato in Cometti una persona speciale, sempre positivo, sempre col sorriso e questo ti aiutava anche a uscire dagli errori. Il suo appoggio morale era fondamentale, trasmetteva un’allegria che…era impossibile non volergli bene, perché era una persona buona, positiva. Un trascinatore con tutti e tutti con lui avevano voglia di scherzare”.

“Io sono arrivato all’Atalanta e… a volte ci si chiede, ma come sarà l’ambientamento? Ma io devo dire che mi sono trovato come a casa mia, da subito, grazie soprattutto a Zaki – racconta ancora Ferron -. E poi la sua capacità, la conoscenza del ruolo: sei giovane e trovi qualcuno che capisce di calcio e ti trasmette le sue conoscenze con la massima semplicità. Cometti? Una persona sensibile come poche: viveva le tue prestazioni come se fosse in campo lui, tanto è vero che se a volte non ottenevamo un risultato positivo ero più dispiaciuto per lui, ma avevo un gran punto di riferimento. Io credo” continua Ferron “che Zaki non abbia avuto tutto quello che si sarebbe meritato, per come lavorava. Sembrava tutto normale, ma non è così. Si dice oggi: il calcio è cambiato. Certo, ma si vede anche la differenza dagli insegnanti veri, come era per me Cometti. E mancano, persone come lui. Quando mi allenava e calciava aveva un sinistro spettacolare. Zaki io me lo ricordo col sorriso: me lo voglio godere così”.

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