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Col cuore in mano: le parole del premier Rama dicono tanto degli albanesi

Mariacristina Lovat, di Bergamo, da oltre un anno vive e insegna a Tirana. Ci racconta come ha conosciuto e capito (o non capito) quel popolo e come le frasi del premier Rama abbiano commosso non solo noi, ma gli stessi albanesi che vivono in Italia. 

Mariacristina Lovat, di Bergamo, da oltre un anno vive e insegna a Tirana. Ci racconta come ha conosciuto e capito (o non capito) quel popolo e come le frasi del premier Rama abbiano commosso non solo noi, ma gli stessi albanesi che vivono in Italia. 

Il discorso di Edi Rama all’Aereoporto di Tirana, per accompagnare i 10 medici e 20 infermieri albanesi destinati agli ospedali di Bergamo e Brescia (leggi qui), ha ormai fatto il giro del mondo.

Poche parole, pronunciate con orgoglio, con fierezza, alla presenza dell’Ambasciatore italiano Fabrizio Bucci. Hanno colpito e commosso tutti, ma in particolare noi bergamaschi, nell’occhio del ciclone di una pandemia di cui ancora non riusciamo a vedere la fine. Un colpo di genio politico, capace di dare visibilità ad un piccolo stato, che arranca per entrare in Europa, fra potenze economiche oggi incapaci di fare fronte comune. Le parole di Rama sono giunte a lenire le ferite di un paese che si è sentito solo di fronte ad un nemico invisibile e micidiale.

Ma del popolo d’Albania cosa ci raccontano? A mio avviso ci raccontano molto.

Vivo a Tirana dal dicembre 2018, dove insegno nella sezione dell’Ambasciata d’Italia di un Liceo albanese: il Gjimnazi “Ismail Qemali”.

Per me l’incontro con l’Albania è stato un colpo di fulmine. Mi hanno colpito e conquistato subito il calore umano della sua gente, la generosità, la capacità di fare della solidarietà una bandiera. Dopo il primo innamoramento mi sono accorta però che molto mi sfuggiva, mi sfugge ancora, e forse è naturale che sia così.

Storie di vita molto diverse, esperienze tragiche, le loro, inconcepibili per me, e fortune, le nostre, inimmaginabili per loro.

Ho avuto modo di conoscere molti albanesi, di osservarli e di cercare di capire il loro modo di pensare. Spesso il risultato dei miei sforzi è stato la consapevolezza di dover smontare tutto, di dover ricominciare da capo.

La gente d’Albania è gente difficile da capire, per la storia terribile che ha attraversato: una feroce dittatura che l’ha completamente isolata dal mondo, in una chiusura che non ha avuto eguali in nessun paese dell’Europa comunista. Quando il regime di Hoxha crollò, nel 1991, aprimmo gli occhi sulla tragedia che quel popolo aveva vissuto, sulla sua povertà. Da qui l’emigrazione massiccia, inarrestabile anche oggi.

mariacristina lovat e albanesi

Nel 1997 in Albania crollò addirittura lo Stato e il paese conobbe la follia delle bande armate, delle morti accidentali per proiettili vaganti. Un paese disperato che però, due anni dopo, di fronte alla tragedia della guerra del Kosovo e della pulizia etnica subita da altri fratelli albanesi, ha aperto le sue porte, non solo la frontiera, ma proprio le porte di casa. Di fronte a 500.000 profughi albanesi del Kosovo, in assenza di strutture organizzate di protezione civile, un popolo di 3 milioni circa di persone ha messo in campo un’accoglienza capillare, di casa in casa, di famiglia in famiglia, coordinato anche da autorità religiose, musulmane, ortodosse e dalla chiesa cattolica d’Albania, in particolare dai frati francescani di Scutari, che hanno sempre accompagnato e condiviso le vicende di questo popolo.

Il discorso di Rama ha commosso gli italiani, ma ha colpito anche il cuore degli albanesi, che qui in Italia hanno una delle comunità più numerose (500.000 persone circa, di cui 12.000 in provincia di Bergamo) e ormai meglio integrate. Ai nostri connazionali di origine albanese le parole di Rama hanno dato giusto motivo d’orgoglio, per la sensazione di poter restituire qualcosa, e ai loro parenti in Albania motivo di fierezza.

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