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Gigi Riva: “Noi di Nembro eravamo comunità; ripartiremo, più soli, ma ce la faremo”

Il giornalista dell'Espresso originario di Nembro, fotografa il crollo e la speranza di uno dei paesi più colpiti dall’emergenza

Noi che eravamo ragazzi negli anni ‘70 a Nembro avevamo un complesso d’inferiorità nei confronti dei vicini.

Ad Alzano c’erano due cinema dove arrivavano le prime visioni, c’era l’ospedale, il “Pesenti-Fenaroli”, che conferiva il prestigio di cittadina. Ad Albino c’erano pure due cinema, più le discoteche sparse nelle frazioni (il “Mulinello”!), più la squadra di calcio di categoria superiore, persino con un vero stadio con tribune, il Kennedy.

Noi niente. Del triangolo dei borghi confinanti eravamo la Cenerentola. Alzano poi aveva la Fiera di San Martino, che sarebbe pure il nostro patrono, ma si celebrava altrove. A noi restava l’amatissima festa della Madonna dello Zuccarello.

Prima di diventare globali eravamo molto locali. E su quel terreno eravamo perdenti.

Più tardi sarebbe arrivata la riscossa, la nostra età dell’oro contemporanea. Quattro mandati a una giunta di sinistra (l’attuale compresa) che hanno cambiato il volto di Nembro.

La biblioteca all’avanguardia, il cinema Modernissimo ristrutturato, il teatro anche all’oratorio, l’arredo urbano della piazza, il bar-ristorante aperto 24 ore su 24 per 365 giorni all’anno, neanche fossimo una metropoli. Il paese vivo come il nome della lista civica che lo amministra.

La comunità che invade le strade, le vie d’intorno che risuonano per un’allegria contagiosa. Contagiosa? Parola che da neutra è diventata oggi sinistra. Fino a chiederci, a chiedere, se non è proprio quello stare insieme, quella fiesta mobile, ad aver aiutato il virus a propagarsi.

A farci rinchiudere nelle case, pena del contrappasso dell’uscio sempre aperto perché “anche stasera c’è uno spettacolo irrinunciabile”.

Contiamo i morti e li piangiamo, ciascuno per sé, tra le mura degli arresti domiciliari. Ma asciugandoci le lacrime e rimboccandoci le maniche.

Perché noi di Nembro, al pari dei bergamaschi tutti, siamo così. Siamo quelli che ripartono, siamo quelli che sanno guardare al futuro col dolore nel cuore ma con ottimismo. Siamo quelli che sanno relativizzare e considerano che dalle guerre vere e proprie si esce denutriti, da questa usciremo obesi.

Certo, niente sarà più lo stesso. Al nostro panorama umano mancheranno figure di riferimento, personaggi che erano presenza fissa e rassicurante sul palcoscenico del teatro di vita quotidiana che ogni giorno mandavamo in scena. Il bibliotecario, l’impiegata dell’anagrafe, il pensionato volontario alle strisce pedonali, l’ostetrica, il presidente della casa di riposo, il presidente degli artiglieri, il presidente del Motoclub…

Ricominciare sarà dura. Sarà l’unica scelta possibile. Per noi e per chi ci ha lasciato. Soprattutto per chi ci ha lasciato. I nostri cari che non ci sono più, ne siamo sicuri, se potessero ci direbbero: guardate avanti.

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