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La laurea e subito in trincea: "I primi giorni da infermiera tra malati che cercano aiuto con gli occhi" - BergamoNews
La testimonianza

La laurea e subito in trincea: “I primi giorni da infermiera tra malati che cercano aiuto con gli occhi”

La testimonianza di una neolaureata, arruolata immediatamente in corsia in un reparto completamente Covid.

Una laurea in fretta e furia, in teleconferenza. Un colloquio, una visita in ospedale, qualche ora di formazione specifica. E poi via in prima linea, per combattere l’emergenza Coronavirus.

Centinaia di neolaureati in medicina e infermieristica nelle ultime settimane sono entrati a pieno regime in organico negli ospedali della provincia di Bergamo, forza lavoro fondamentale per dare un po’ di respiro al personale che sta sostenendo ritmi forsennati.

Forse non l’inizio dell’attività lavorativa che avevano programmato, con più di uno step intermedio saltato a piedi pari.

“È stato un inizio devastante – racconta una di loro, impegnata in un reparto esclusivamente Covid – È stato strano, entrare in questa situazione, vedere la maggior parte dei pazienti stare malissimo. E non è vero che sono tutti anziani, molti sono nella fascia 50-70 anni. Lavorare tutti bardati per tutta la durata del turno è stancante, i caschi Cpap sono rumorosi, chi ha bisogno di questo trattamento ne esce stordito e noi facciamo fatica a comunicare con tutti i dispositivi di protezione individuale”.

Un temporale di emozioni, per una giovane alle primissime armi: “Mi sono sentita un po’ a disagio di primo impatto – continua – Solo perché avevo paura di non riuscire ad essere d’aiuto o addirittura d’intralcio. Invece poi ho notato grandissima disponibilità da parte di tutto il personale medico e infermieristico, tantissima collaborazione. C’è tanta pressione, tanto stress, si lavora al limite: ma guardiamo tutti nella stessa direzione, con l’obiettivo di sconfiggere questo virus”.

Difficilissimo anche il rapporto con i pazienti, isolati dai propri affetti: “Complicato soprattutto per gli anziani, che non sono pratici di tecnologia e non riescono a comunicare all’esterno – spiega – Cercano un contatto con noi, un legame che si instaura solo con lo sguardo perché di noi vedono solo gli occhi. Capisci proprio che hanno bisogno di sentirti vicino, che sei lì per loro e che non li lascerai soli. Hanno bisogno di questa umanità”.

Dai banchi dell’università, ritrovarsi all’improvviso nel vero epicentro dell’emergenza italiana legata al Coronavirus, è stato destabilizzante: “Ci si fa forza a vicenda, anche con l’aiuto di chi è qui da più tempo – conclude – Vediamo medici che fanno di tutto, a prescindere dalla specializzazione: tutti in corsia, per dare una mano e trovare sempre la soluzione migliore. E dopo aver visto ciò che succede dentro l’ospedale viene ancora più rabbia nel pensare a quelle persone che ancora non riescono a stare a casa e rispettare i divieti”.

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