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Scaglia: “Mai opposti alla chiusura: tante fabbriche di Bergamo vuote prima del decreto”

"Oggi si sta lavorando con le industrie bergamasche del tessile e il Politecnico per realizzare mascherine: ne abbiamo consegnate 2milioni e mezzo alle Ats. Ma ci aspetta una grave crisi economica e sociale. Proporrei l'istituzione di un fondo di solidarietà per chi necessita di liquidità, al quale si possa accedere in modo semplice e trasparente".

Mentre lo sciopero generale è stato scongiurato, mentre Bergamo resta la provincia più martoriata dall’epidemia da Coronavirus, mentre le imprese da una parte sono accusate di pensare più al profitto che alla salute e dall’altra si sono riconvertite per offrire materiale necessario ad affrontare l’emergenza, abbiamo posto alcune domande a Stefano Scaglia, presidente di Confindustria Bergamo.

Presidente, iniziamo da qui: mai come in questi giorni sono molti gli attacchi a Confindustria perché – si dice – si sarebbe opposta alla chiusura totale delle fabbriche, chiusura che avrebbe rallentato il contagio. Che cosa risponde?

Lo dico forte e chiaro: Confindustria non si è mai opposta alla chiusura. Ricordo però che in quei giorni la situazione era completamente diversa da quella che conosciamo oggi: le imprese erano aperte, la gente andava allo stadio (vi ricordate Atalanta-Valencia giocata allo stadio di San Siro gremito di tifosi?) e a sciare, e parte importante del mondo scientifico diceva che questa era poco più di una influenza. Oggi abbiamo una consapevolezza nuova e ovviamente con il senno di poi tutti noi, nella vita professionale e in quella privata, ci saremmo comportati in modo completamente diverso.

A fine febbraio avete pubblicato un video che oggi è molto contestato? Lo rifarebbe?

Era un video che voleva dare una risposta a molti nostri partner, clienti e fornitori, mondiali che ci chiedevano che cosa stava succedendo nella Bergamasca. La nostra voleva essere una risposta positiva ed era formulata in base agli elementi allora disponibili e alla situazione del momento, quando la gente ancora andava allo stadio, al ristorante e si recava a lavorare.

Oggi Confindustria rifarebbe quel video?

Con il senno di poi no, certamente no.

Quando avete capito che qualcosa non andava?

La situazione che viviamo oggi è drammatica da un punto di vista sanitario. Ma le imprese bergamasche  hanno iniziato a maturare rapidamente consapevolezza, addirittura prima di tante istituzioni. Il 2 marzo concordavamo insieme all’Ats locale delle misure stringenti per la tutela della salute dei lavoratori. Quindi in largo anticipo rispetto al protocollo poi firmato a livello nazionale dalle parti sociali e dal governo. Nei fatti  il protocollo bergamasco è stato poi un modello per altre province e per l’intero paese. Tanti lavoratori sono stati messi a lavorare da casa. Dopo di che, nei giorni successivi a quel protocollo, le aziende che non riuscivano a rispondere a queste misure hanno ritenuto responsabilmente di dover fermare parte o tutta la propria attività.

Bergamo ha testato prima di tutti la soluzione adatta.

Abbiamo toccato con mano il pericolo di questa epidemia prima di altre province e regioni e ci siamo adattati applicando le misure che abbiamo ritenuto più idonee. Tanto è vero che la settimana scorsa, prima dell’entrata in vigore dell’ultimo decreto ministeriale, abbiamo fatto un censimento delle nostre imprese. Degli 81mila dipendenti di imprese associate a Confindustria Bergamo – restano esclusi i dipendenti delle aziende dell’indotto – solo 22mila erano in movimento per lavoro. Mentre 23mila erano delle aziende chiuse completamente, 13 mila di quelle chiuse solo parzialmente e altri 22mila a casa in telelavoro. Quindi soltanto meno del 30% erano i dipendenti ancora in movimento, tutti gli altri erano a casa.

Veniamo alla zona rossa che si sarebbe dovuta istituire tra Alzano Lombardo, Nembro, Villa di Serio, Albino e Pradalunga. È vero che Confindustria si sia opposta perché un’importante azienda doveva fare consegne inderogabili e perché in genere le industrie in quell’area non si potevano fermare?

Smentisco seccamente queste affermazioni, sono affermazioni che suonano anche poco verosimili e ridicole. Confindustria non ha possibilità né potere in materia, non abbiamo le competenze tecnico-scientifiche né le basi informative per potere dire cosa è meglio fare in questi ambiti. E tanto meno abbiamo influenzato scelte di nessun genere. Non so perché non si sia decisa la zona rossa in quei paesi, e non so nemmeno se la situazione sarebbe oggi potuta essere diversa e di quanto. Ciò che noi abbiamo fatto è fornire alle istituzioni locali e regionali, come da sempre facciamo e continuiamo a fare, quelle che sono le informazioni della nostra provincia per quanto riguarda la situazione economica. Sono informazioni che poi, insieme a tutte la altre in loro possesso, vengono utilizzate dagli enti preposti per decidere al meglio.

Concentriamoci allora sulle imprese. Molte delle quali in questo tempo di emergenza hanno saputo convertirsi. Per esempio il tessile per produrre tessuti e realizzare mascherine tanto necessarie. Bergamo dimostra di avere un’industria flessibile?

Sicuramente Confindustria Bergamo non si è risparmiata per competenza, assistenza e supporto all’Ats, alla Prefettura e alle istituzioni, portando il proprio contributo utile per gestire al meglio questa situazione di emergenza. Gli imprenditori, come tutta la comunità bergamasca, hanno dimostrato una grandissima capacità di coinvolgimento per promuovere e partecipare a raccolta di fondi e di materiali necessari per le strutture socio-sanitarie. Poi c’è uno sforzo collettivo di gruppi di imprese per cercare di riconvertire o ampliare, in base alle competenze, le proprie attività per produrre materiali oggi estremamente importanti e di difficile reperimento per la salute degli operatori sanitari. Si sta lavorando con le industrie bergamasche del tessile e il Politecnico di Milano per realizzare mascherine. Come Confindustria, insieme ad altri operatori del territorio, ne abbiamo consegnate 2milioni e mezzo alle Ats di Bergamo e Brescia: questo dimostra come gli imprenditori siano fortemente impegnati in questa battaglia sanitaria.

Lei, essendo alla guida degli industriali bergamaschi, ha una posizione straordinaria di osservazione. Quando finirà tutto, che cosa avremo imparato da questa situazione?

La prima lezione importante che noi possiamo dare, dopo averla imparata, è quella di sfuggire alle polemiche, di non dare retta alle accuse dei facili profeti del giorno dopo, di evitare di dividersi. La nostra comunità sta lavorando con grande abnegazione e in forte unità per vincere questa battaglia. Dobbiamo concentrarci ora sul presente e mantenere questa unità. Questa è la prima grande lezione. Ma, seppure nel dramma sanitario, dobbiamo iniziare a guardare avanti. Usciremo da questa situazione con molti lutti, molto dolore, ma dobbiamo prepararci per quello che verrà dopo.

Che cosa ci aspetta dopo?

Non possiamo illuderci: dopo ci aspetta una grave crisi economica e sociale. Non si sta fermando solamente la nostra economia, ma si sta fermando il motore economico di tutto il mondo. Non dobbiamo cedere o rispondere alle pulsioni emotive, occorre iniziare a ragionare, a organizzarci per ripartire in sicurezza. Questo problema sanitario non andrà a zero nel breve termine, ma dobbiamo pensare a come ripartire con la nostre attività personali e professionali ovviamente e prioritariamente tutelando la salute pubblica.

E per le imprese?

Vista la dinamicità di alcune imprese a convertirsi, capiremo l’importanza di investire in ricerca e sviluppo. Le grandi eccellenze nei diversi settori stanno dimostrando la loro capacità di adattarsi, convertirsi, cambiare nell’emergenza. Dobbiamo sollecitare perché si introducano delle politiche per la salvaguardia di tutto il nostro tessuto economico, senza privilegiare categorie o settori merceologici. Servono provvedimenti che salvaguardino tutto il nostro sistema, non abbiamo una azienda indipendente dalle altre. La nostra forza è il sistema delle imprese, grandi, medie e piccole che ci permettono di vincere ogni sfida.

Com’è oggi la situazione delle imprese?

Oggi stiamo vivendo una grande difficoltà. Tante  sono chiuse e tante hanno ridotto fortemente l’attività. Inizia ad esserci forte preoccupazione da parte di alcuni sulla possibilità di riuscire a riaprire, si comincia a sentire di richieste di blocco o dilazione di pagamenti e questo rischia di innescare una pericolosissima spirale e una crisi di liquidità a catena.

Da presidente di Confindustria Bergamo per i territori più colpiti avrebbe chiesto al Governo lo stato di calamità naturale?

Credo che questo sia un tempo e un’occasione per uscire dalle limitazioni territoriali. Ne abbiamo l’opportunità. Certo Bergamo è la più colpita, ma credo sia necessario pensare ad una misura nazionale che aiuti tutti indistintamente: imprese, lavoratori autonomi e famiglie. Sarei per l’istituzione di un fondo di solidarietà per tutti coloro che necessitano di liquidità, fondo al quale si possa accedere con metodi facili, semplici e trasparenti. Mi aspetto misure che accelerino o tolgano lacci burocratici, un’iniezione di liquidità e facili accessi al credito. Qui occorre intervenire a livello nazionale: o ripartiamo tutti o tutti rimarremo a terra.

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