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Pedrengo piange Jessica e Alen, giovani vittime del Coronavirus

Fra le vittime ci sono moltissime persone anziane o con patologie pregresse (che comunque non è consolatorio), ma anche giovani o adulti nel pieno della loro esistenza

Non ci sono parole per esprimere un dolore così grande. Ogni giorno il Coronavirus si sta portando via tante persone: nella Bergamasca, epicentro della pandemia, purtroppo le giornate sono segnate da tanti lutti e sofferenza.

Il virus colpisce a tutte le età: fra le vittime ci sono moltissime persone anziane o con patologie pregresse (che comunque non è consolatorio), ma anche giovani o adulti nel pieno della loro esistenza. In questi giorni Pedrengo sta piangendo Jessica Barcella, 43enne, sposata e mamma di due figli di 13 e 16 anni, che si è spenta giovedì scorso (19 marzo). La sera di sabato 29 febbraio ha cominciato a sentire alcuni dolori al collo e alla spalla: sembrava un indolenzimento muscolare o dovuto alla cervicale. A un certo punto ha provato la febbre e ne aveva 38.7, ha preso una Tachipirina prima di coricarsi e il giorno dopo la temperatura si era abbassata a 37. Sembrava stare meglio ma lunedì ha cominciato ad avvertire dei dolori, anche acuti al lato sinistro della cassa toracica, man mano sono diventati più forti e la notte le hanno impedito di dormire. Martedì 3 marzo, accompagnata dal marito, si è recata all’ospedale di Seriate, munita di mascherina per evitare di prendere il Coronavirus: ha effettuato la radiografia, l’esito ha rilevato una polmonite con versamento pleurico sinistro e la sera stessa ha iniziato a fare iniezioni di penicillina. Il suo medico la seguiva da casa: mercoledì ha avuto i primi miglioramenti e venerdì sembrava stare bene. L’antibiotico sortiva i suoi effetti e da tre giorni era sfebbrata, ma sabato 7 marzo la febbre è tornata. Stava riuscendo a combattere la polmonite, poi è subentrato il Corornavirus, avendo le difese basse è entrato in azione.

Lunedì il medico di base l’ha visitata, ha aggiunto un altro antibiotico e le ha detto che se fosse peggiorata avrebbe dovuto chiamare il numero verde o il 112. La mattina dopo non si è svegliata, è arrivata l’ambulanza, i paramedici le hanno somministrato l’ossigeno (aveva una saturazione al 12%, molto bassa), ha aperto gli occhi ma era assente. Ricoverata al Papa Giovanni, dapprima si è stabilizzata, poi si è aggravata ed è stata sedata e intubata. Per alcuni giorni il quadro clinico è rimasto piuttosto stabile fino a quando è peggiorato e alle 11.30 di giovedì 19 marzo si è spenta.

Il dolore è fortissimo, anche perchè la situazione è assurda, inspiegabile. L’inseparabile sorella Iris afferma: “Jessica era la salute fatta persona, non aveva mai avuto un’influenza e conduceva uno stile di vita sano, non fumava ed era piuttosto sportiva, il venerdì sera andavamo a giocare a pallavolo con alcuni amici e in base agli impegni una o due volte a settimana faceva jogging. Il Coronavirus l’ha colpita anche se era giovane e stava bene, aveva avuto la polmonite ma con ogni probabilità avrebbe potuto superarla se non fosse subentrato il Covid. Il dolore nel dolore è l’impossibilità di poterla salutare, di vivere il distacco con consapevolezza: l’abbiamo vista andare via il 10 marzo in ambulanza e non ha più fatto ritorno”.

Iris rivolge un ringraziamento al personale medico che ha assistito la sorella: “Sono stati splendidi, sia dal punto di vista professionale sia umano e chiamavano tutte le sere per aggiornarci anche se avevano tantissime telefonate da fare perchè sono sovraccarichi di malati. La situazione che stiamo vivendo è gravissima e non ci si rende conto delle conseguenze che possono scaturire da una semplice passeggiata di un singolo individuo: se si esce e, per esempio, ci si fa male e si va in ospedale si complica ulteriormente l’emergenza perchè tutti i medici si stanno prodigando per aiutare i pazienti Covid. A prescindere, inoltre si rischia di diventare veicoli di contagio e di trasmettere il virus alle persone che abbiamo vicino”.

A meno di una settimana dalla morte di Jessica, fra le tante vittime del Coronavirus, Pedrengo piange Alen Nava, che si è spento martedì 24 marzo all’età di 48 anni, lasciando la moglie e tre figli. Aveva problemi ai reni e periodicamente si recava all’ospedale di Seriate per fare le dialisi, ma era contento perchè era riuscito a entrare in lista per il trapianto. Ha cominciato a non sentirsi bene qualche settimana fa: gli era salita la febbre, è stato ricoverato un paio di giorni e sottoposto a un primo test Covid ma è risultato negativo ed è tornato a casa. Però non si sentiva bene e la temperatura ha ripreso ad aumentare. Martedì 10 marzo si è recato in ospedale per la dialisi, aveva la febbre, ha ripetuto il test ed è risultato positivo al Covid. Il suo quadro clinico, progressivamente è peggiorato fino a quando martedì 24 è venuto a mancare.

Alen Nava

Lascia un vuoto enorme, incolmabile, per la sua famiglia e per le tante persone che gli volevano bene. Cristian Tomassoni, suo amico fraterno, dichiara: “Siamo cresciuti insieme, eravamo legati da un’amicizia fortissima e per me era un fratello. Siamo rimasti in contatto tutti i giorni anche quando era ricoverato in ospedale, ci scrivevamo con WhatsApp: mi raccontava come stava e, come sempre, scherzavamo e ci prendevamo simpaticamente in giro. Condividevamo i ricordi, per esempio ripensando a quando da ragazzo era venuto a Roma dai miei parenti e c’eravamo divertiti tantissimo. Inoltre parlavamo anche degli hobbies che condividevamo, come la pesca, una passione che mio padre ha trasmesso a entrambi: siamo andati a pescare assieme tantissime volte e ci divertivamo molto. Dall’ospedale mi diceva che non avrebbe mollato e, quando in futuro saremmo tornati a pescare avrebbe preso molti più pesci di me. Aveva una grandissima forza di volontà e, nonostante avesse problemi ai reni, ero convinto che riuscisse a superare la situazione. Non avrei mai immaginato che solamente pochi giorni dopo sarebbe morto: è stato un contraccolpo tremendo. L’ultima volta mi ha detto che sarebbe andato in terapia intensiva perchè era peggiorato e non ci saremmo sentiti per un po’ di giorni, ma la situazione è aggravata fino a quando si è spento. Solitamente quando muore qualcuno si sottolineano solamente le cose positive, ma lui era veramente un buono ed era stato sfortunato: aveva perso la mamma giovane, si era rimboccato le maniche e si è fatto carico della sua famiglia e ha fronteggiato tante difficoltà, eppure non faceva mai pesare niente. Quando ci trovavamo con la nostra compagnia di amici e il giorno prima non era stato bene perchè aveva fatto la dialisi, era sempre solare, sorridente e aveva la battuta pronta. Non si dava per vinto nemmeno nei momenti difficili perchè diceva che presto sarebbe successo qualcosa di meglio. È morto proprio ora che si stava avvicinando la tanto attesa possibilità di avere il trapianto e prendersi una rivincita nei confronti della vita”.

In questo difficile momento tante persone si sono unite al dolore dei familiari, che li ringraziano. Dal sindaco Simona D’Alba all’ufficio anagrafe, in modo particolare Daniela Dolci, l’assistente sociale, il comitato genitori, il gruppo insegnanti della scuola media e i coscritti di Alen, in tanti stanno dimostrando affetto e vicinanza.

Un paio di settimane fa, infine, lunedì 16 è mancato Gennaro Leardi (51 anni), impiegato alla direzione dell’ospedale di Alzano Lombardo. Attorno alla sua famiglia e alle famiglie degli altri deceduti si stringe tutta la comunità.

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