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Un operaio scrive a Conte: “Chiuda tutto, ci contagiamo anche in fabbrica”

Fabrizio, un sardo residente in Bergamasca, ha scritto al premier spiegando che è costretto a lavorare in un fabbrica che produce "giocattolini", con il rischio di contrarre il Covid 19

Fabrizio, un operaio sardo ma residente in Bergamasca, ha scritto una lettera al premier Giuseppe Conte in cui spiega la sua situazione, costretto a lavorare in un fabbrica che produce “giocattolini”, con il rischio di contrarre il Covid 19:

“Buongiorno presidente , sono un sardo residente nella Bergamasca e dopo il decreto di chiudere tutto che in realtà non si è chiuso niente, mi sono sentito come un figlio che viene pugnalato alle spalle. Io lavoro nel settore gomma plastica ma non facciamo beni primari, bensì giocattolini.

Anche i miei vicini di casa non fanno beni primari ma sono nell’elenco infinito di ditte aperte. Non sa cosa vuol dire vivere qui. Non sa cosa vuol dire non vedere la figlia di 12 anni per 14 giorni perché in quarantena per la morte del nonno. E chissà quando la rivedrò. Sempre se sarò vivo.

Non sa cosa vuol dire rassicurarla ogni giorno e vivere da una videochiamata la disperazione per la morte del suo caro nonno.

Non sa cosa vuol dire fare 25 km per andare al lavoro. Partire molto prima per i posti di blocco. Incrociare e dare precedenza a mille ambulanze che sfrecciano disperate. E pregare per loro in macchina.

Non sa cosa vuol dire lavorare con la mascherina per 8 ore. Con pensieri brutti. Concentrazione bassa e guardare i colleghi con occhi lucidi.

Non sa cosa vuol dire paura. Di infettarsi. Di infettare. Tornare a casa dopo aver incrociato ancora tante ambulanze. Posti di blocco. Arrivare a casa e non abbracciare mia figlia di 1 anno e mezzo che vuole le coccole che davo sempre.

Ma devo togliere i vestiti e fare una doccia più lunga e più calda possibile per togliere i residui di paura.

Sono le 23 ormai. La bimba dorme. Il papà è stato cattivo. La notte con la mia compagna che mi rincuora. Dormi. Ma solo per sfinimento psicologico e fisico.

La mattina ci si sveglia cercando di rincuorare tutti. Fuori ambulanze che suonano. Whatsapp che scrivono di chi è morto. Amici, conoscenti. Qui signor presidente la gente muore.

Non sono scappato per infettare la mia terra. I miei cari. Sono restato perché in parte sono un po’ bergamasco. Orgoglioso di un popolo che non chiede mai. Non si lamenta. Duri di testa come noi sardi.

Ora che siamo allo stremo e utti gli ospedali sono al collasso, chiediamo solo di chiudere tutte le ditte perché il contagio viene anche in fabbrica. Aiutateci a esser più sereni a casa con i cari.

Chiuda tutto. A nome di tutta la Bergamasca.

Fabrizio, un umile cittadino”.

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