Editore, fondatore del Coro Idica, uomo generoso: addio a Cesare Ferrari - BergamoNews
Clusone

Editore, fondatore del Coro Idica, uomo generoso: addio a Cesare Ferrari

Il ricordo e il grazie del suo amico - giornalista e scrittore - Giuseppe Zois.

Si è spento, a 84 anni il clusonese Cesare Ferrari imprenditore nel settore dell’editoria, già presidente del Coro Idica di Clusone fino al febbraio 2017. Lo ricorda il suo amico – giornalista e scrittore – Giuseppe Zois.

“Voglio il super libro su Turoldo”. Aveva scritto proprio così, su un foglio bianco, con la sua calligrafia davvero inconfondibile: bella, chiara, dolcemente ingiuntiva. Si era appena parlato, con amici, dell’incontro fra il religioso friulano e il cardinale di Milano, Carlo Maria Martini che non aveva esitato a chiedergli scusa per le incomprensioni riservategli dalla Chiesa.

Cesare Ferrari era così: un editore che agiva d’impulso, aveva il fiuto dei temi che interessano, che possono appassionare la gente e farsi leggere. Turoldo era ancora malato, in clinica a Milano. Cominciò il pressing, sempre fatto con modi garbati. Nacque il libro che centrò l’obiettivo, come aveva previsto lui, Cesare, che nelle scelte dei titoli da mettere nero su bianco univa ragione e sentimento, indubbiamente sempre con prevalenza del cuore. Quel libro voleva dare speranza in un momento in cui Turoldo subiva gli attacchi del “drago insediato nel centro del ventre come un re sul trono”. Suo fu anche il titolo, da editore di razza: “Il coraggio di sperare” che con don Alessandro Pronzato realizzammo in tempi da primato.

Cesare Ferrari, editore che aveva le sue radici a Clusone e che alla sua terra d’origine aveva giurato fedeltà di appartenenza e di identità, ha fatto conoscere la città dell’altipiano – di cui è andato fiero e orgoglioso fino alla fine, non sempre ripagato come avrebbe meritato – nella Bergamasca e su un’onda sempre più lunga, ha portato l’editoria oltre la provincia orobica, le ha dato presenza e risonanza nella regione, poi oltre, distribuito nelle librerie di tutto il Belpaese. Poi, oltre ancora, fino in Svizzera, nel Ticino e oltre il San Gottardo per il prete bergamasco don Egidio Todeschini che era arrivato alla direzione del “Corriere degli italiani” e lo ingaggiò per molti libri legati al mondo degli italiani con la valigia.

Gli ho chiesto una volta se avesse un inventario della moltitudine di titoli che aveva stampato, della collana di nomi, bergamaschi e di fuori, ai quali aveva fatto da locomotiva per farli conoscere –
e alcuni si sono affermati grazie a lui, anche qui non sempre corrisposto – e lui, con il suo fare rimasto inalterabile, con un sorriso e una scrollata di spalle, sorvolò.

È lunga la carovana delle firme che da Clusone sono partite e sono giunte chissà dove, in quante case, vicine e lontane. Firme note e meno note: da Cesare trovavano sempre la porta aperta a tutti, anche a quelli che poi con disinvoltura gliela chiudevano se non addirittura gliela sbattevano in faccia quand’era lui a bussare.

Gli obiettai una volta: “Cesare, tu sicuramente hai imparato che la gratitudine è un sentimento della vigilia”. Rise con una smorfia a metà tra l’amaro e l’ironico. Lui non ha mai voluto arrendersi a quell’evidenza: ulteriore merito del suo carattere, del suo DNA di uomo buono, generoso, straripante di entusiasmo, contagioso nell’ottimismo, positivo a oltranza, anche quando le mareggiate dei giorni avrebbero sommerso anche il più allenato alla resistenza.

Non ha mai voluto venir meno alla sua indole, all’educazione che aveva avuto. Si era fatto dal niente, conoscendo sacrifici, asprezze, era diventato un uomo di successo. Non è mai cambiato di una
virgola nei suoi atteggiamenti. Solare anche quando reggere la barra del timone era diventato faticoso oltre ogni limite. Di più: a differenza di molti che – fattisi con la gavetta – si dimenticano delle origini, Cesare era brillante. Sempre. Munifico anche.

Ma aveva attenzione per quelli che sono generalmente trascurati, dimenticati. C’era sempre un gesto che rivelava il suo stile di uomo.

Con la sua Casa Editrice, negli anni della sede di via Balduzzi a Clusone, ha fatto felici non so quanti autori e aspiranti tali, ha pubblicato libri, volumi, bollettini parrocchiali, riviste, ha inventato nuove riviste e testate anche nelle Valli, portando informazione e dunque cultura. Riusciva ad arrivare dappertutto e contemporaneamente aveva il polso di quanto andava sotto i torchi del suo
stabilimento. Ci sono titoli che non sono rimasti le “bozze della storia” come si dice delle notizie pubblicate: no, sono titoli che hanno fatto storia e come ampiezza potrebbero avere la consistenza di un elenco telefonico.

Dal folclore bergamasco alla “montagna da vivere” (libro con cui vinse un premio prestigioso a Campione), dai “detti e proverbi” ai sentieri delle Orobie, dal Serio al Brembo, da Santa Maria
Maggiore al Lotto, dalla Valle di Scalve all’Imagna, da “Penna e spada” per don Andrea Spada (il primo libro uscito sullo storico direttore de L’Eco di Bergamo) a Frate Indovino, dal Cardinal Tonini (sua la prima biografia uscita) a Muccioli, dal direttore dell’Idica Kurt Dubienski al pittore Cesare Petrogalli…

Questi e una vagonata di altri titoli, a dimostrazione dell’impegno e del lavoro con cui Cesare e la sua azienda hanno dato futuro al passato, a uomini e storie. Ed è un viaggio che ha avuto molte diramazioni, perché non ha fatto solo l’editore: Cesare ha dato slancio al Lions di Clusone, promotore con la sua rete di conoscenze incontri memorabili con personalità di ogni area.

E come dimenticare la sua seconda vita, parallela all’editoria: quella con il “suo” coro Idica e tutto quello che nacque dal suo incontenibile entusiasmo, dalla sua creatività a getto continuo: vogliamo parlare dei concerti organizzati e tenuti in tutto il mondo con cori e gruppi folcloristici di ogni dove? Dei raduni internazionali portati a Bergamo con immagini poi irradiate globalmente in virtù della provenienza dai 5 continenti? Il motore inesausto era sempre lui, anche qui spesso incompreso.

Adesso che se n’è andato, adesso che Cesare diventa un ricordo per tutti, con un ultimo sfregio del destino che se l’è portato via togliendo alla folla di amici e di persone che dovrebbero (dovranno) essergli riconoscenti, l’ultima occasione per dirgli grazie, verrà il tempo per ciascuno di rivisitare il proprio rapporto, la personale storia intessuta con Cesare. Verrà il tempo anche di onorarlo come merita per consegnarlo alla memoria.

È da subito invece il momento di sussurrargli un grazie e di dirgli che “nonostante tutto era il migliore”.

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