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Boccaleone, la sua “Nôtre Dame” e quel fastidioso passaggio a livello

Chissà se Elia Fornoni, quando progettò la grande chiesa dei Santi Pietro e Paolo, avrebbe potuto immaginare il destino di quel borghetto antico, disteso nella pianura, fra Bergamo e Seriate?

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Chissà se Elia Fornoni, quando progettò la grande chiesa dei Santi Pietro e Paolo, visibile da lontano, con i suoi due campanili, come una Nôtre Dame in minore, avrebbe potuto immaginare il destino di quel borghetto antico, disteso nella pianura, fra Bergamo e Seriate?

Erano i primi anni del Novecento, secolo di meraviglie e di modernità, e Boccaleone era ancora un piccolo borgo, la cui origine si perdeva nella notte dei tempi: una tabaccheria, una rivendita, una strada sbilenca
che si raddrizzava dopo una esse tra le case, un po’ come a Zanica. Com’era diverso il mondo, allora!

Sola cosa identica, identicamente mal concepita, il passaggio a livello della ferrovia per Brescia: solo che, allora, correva nel niente, tra i prati delle suore e quelli della Galgana, mentre oggi è uno iato fastidiosissimo per questa fetta di città. E quel passaggio a livello, in fondo, ha segnato il destino di Boccaleone: ha scandito la distanza tra le due Boccaleone di oggi, che nel 1910 non esistevano.

Da una parte, il quartiere vecchio, con le sue strade strette, quasi sentieri vicinali, in cui sopravvivevano, fino a non molto tempo fa, le ultime frasche, con le bocce e il Campari col bianco. E, addosso a quello, quasi a ricordarci che i tempi cambiano, il cavalcavia un po’ inquietante della circonvallazione e la via Lunga e la Fiera. Ma, a ricordarci che non tutto, invece, cambia, i conventi delle Comboniane e delle Clarisse, nascosti all’occhio del passeggero, coi loro misteriosi silenzi.

Poi, superato il passaggio a livello, ecco la Boccaleone recentissima: condomini e supermercati, dove prima sorgeva la Clementina, e nuove strade, nuovi abitanti con nuovi dialetti e, sovente, nuove lingue. Tutta brava gente, che lavora: impiegati, insegnanti.

Il nuovo quartiere sorge, come nella solita isola cui l’edilizia orobica ci ha abituati, tra la ferrovia e lo stradone che collega il capoluogo a Seriate e che si chiama ancora via Borgo Palazzo, pur non avendo nulla né del Borgo né, tampoco, del palazzo imperiale che diede origine al toponimo.

Il passante distratto, che sfila lungo i condomini, di cui qualcuno sembra una bizzarra palafitta futuribile, costruito com’è su bizzarri trampoli di cemento e locupletato di infelici oblò, in vece di finestre, certo non si sofferma a considerare il paesaggio: eppure quelli erano Corpi Santi ed ebbero case e mulini e chiuse e rogge con acque dense di alghe, come verdi fettucce, a rigarne il fondo.

Tutto è sparito: di quella Boccaleone rimane qualche angolo perduto nel cemento e poco più. Eppure, è bello ricordare. Perfino nel traffico, nel rumore, nello smog. E, con un po’ di fantasia, in mezzo ai falansteri, che sembrano tutti uguali, si può ancora immaginare la campagna, con le mucche che pascolano, l’aratro che va e viene, e il contadino che, curvo sul suo lavoro, nemmeno alza gli occhi alla meraviglia increduta di Città Alta che sembra tanto vicina da poterla toccare.

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