Gianni Mura, numero 10 del giornalismo innamorato dell'Atalanta del Gasp - BergamoNews
Il ricordo

Gianni Mura, numero 10 del giornalismo innamorato dell’Atalanta del Gasp

L'ultima chiacchierata che la storica firma di Repubblica aveva fatto col nostro Alberto Porfidia, prima dell'avvio dell'attuale stagione

“L’Atalanta? È come Gimondi: non molla mai”. E l’aveva citata anche nella sua ultima rubrica, domenica scorsa, i Sette giorni di cattivi pensieri su Repubblica: “Ricompaiono solidarietà, doveri, responsabilità, unione, sacrifici. E sotto questo ombrello, difesa e coesione, ci stanno tante cose: la maglietta esibita dall’Atalanta a Valencia, dopo una serata stordente per emozioni, e dedicata a Bergamo: mai mollare…”

O la settimana prima, quando aveva bacchettato l’infelice uscita di Andrea Agnelli (“Ma è giusto che l’Atalanta giochi in Champions?”): “Più che un’uscita, quella di Andrea Agnelli è un’entrata a gamba tesa su quel che sopravvive dell’idea di sport”.

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Lo stile, lui, non lo teneva mai nel cassetto. Gianni Mura era un fuoriclasse, un numero 10 del giornalismo, sempre in punta di penna e di ironia. Un piacere leggerlo, ma anche ascoltarlo: avevamo avuto la fortuna di sentirlo all’inizio del campionato e aveva fatto un po’ le carte alla stagione dell’Atalanta. Il maestro di scrittura Gianni Mura era partito dal maestro di campo, Gian Piero Gasperini: “Per Percassi la conferma di Gasperini è stata l’acquisto migliore, togliere Gasp sarebbe stato come togliere Mondonico all’Atalanta che ha fatto tanta strada in Europa. Gasperini è un esperto dei luoghi, sa come far maturare i giovani, come metterli in campo e cambiare la partita. Di fronte a questo allenatore bravissimo era importante che restasse lui. Aveva avuto un’opportunità a Milano ma non ha cambiato niente, anche perchè la squadra gli ha remato contro dall’inizio per via della difesa a tre, sembra chissà quando ma è pochi anni fa. A Bergamo invece è tutto un meccanismo che gira come un orologio: c’entra l’Atalanta, come gli acquisti che fa Sartori. E tutto questo mi fa molto piacere perché dimostra che esiste un altro modo di stare in Serie A rispetto a quello delle grandi. E secondo me è molto degno di elogio”.

Mura, questa Atalanta sembra una squadra da Premier inglese? “Per certi versi è vero, l’Atalanta spinge moltissimo sulle fasce, però è anche vero che ha dei tocchi non inglesi, per esempio Ilicic è un talento internazionale e il Papu Gomez di inglese non ha niente. Quindi è un felice cocktail tra giocatori che prima di arrivare lì erano semisconosciuti, penso a Gosens, Castagne, Hateboer, lo stesso Toloi. E quindi sono stati assemblati con intelligenza e secondo me la svolta di Gasperini è stata nella partita col Napoli in cui si giocava la panchina, giocandola a modo suo, lanciando tanti giovani. E siccome quella partita l’ha vinta e non ci avrei mai scommesso vedendo la formazione iniziale, da lì è nato tutto. Ci sono degli episodi che segnano le stagioni e quello per me è l’episodio chiave di tutto”.

L’Atalanta può fare bella figura in Champions? “Sì, con un po’ di esperienza in più se la giocheranno meglio. L’Atalanta gioca col Crotone come col Real Madrid, questo è il bello. Credo che possa fare meglio, atleticamente non le manca nulla e ha valide alternative in panchina. Se poi Muriel trova l’ambiente giusto e invece che tre-quattro mesi si fa tutto il campionato… E Ilicic a Bergamo sta bene, si vede”.

Gianni Mura era nato a Milano il 9 ottobre 1945

Inevitabile anche il ricordo di Gimondi, a cui Mura era molto legato e aveva salutato con un articolo su Repullica, il 17 agosto scorso, intitolato “La lotta e la classe”. Spiegava Mura: “Vero, il titolo era centrato. Perché Felice aveva una classe sua, enorme, è stato uno dei più grandi del dopoguerra dopo Bartali e Coppi, sicuramente il più grande sportivo a Bergamo. Una classe unita a una volontà di ferro. Senza Merckx, Felice avrebbe vinto più di Coppi, l’ho anche scritto…”.

E poi rivelava com’era nata l’amicizia con Gimondi: “Essere amico di Gimondi voleva dire godere di un privilegio, mi riferisco a un giornalismo senza telefonini. Voleva dire parlargli in camera durante i massaggi, di certe cose mi diceva questo non lo scrivere e non lo scrivevo. Voleva dire essere sulla stessa barca, in un certo senso, cosa che oggi non succede più. Voleva dire sapere cosa pensava di Motta, di Merckx: quando Felice si fidava di qualcuno e di me si fidava…forse proprio dal giorno in cui è uscito con Tiziana e non l’ho scritto, ma erano affari suoi”.

Poi, divertente il siparietto finale. Mura, ma verrà a San Siro a vedere l’Atalanta in Champions? “Eh, adesso le tribune stampa sono un nido di ultrà. L’Atalanta la seguirò volentieri, ma in tv, perché incarna uno spirito che a me piace, che è quello del coraggio al di là del conto in banca. Da 50 anni non tifo per nessuno, però l’Atalanta mi fa molta simpatia per come gioca e quindi la vedrò molto volentieri e spero che faccia moltissima strada. Ma non vado allo stadio dai Mondiali del 2006… Scudetto? Non perdo la speranza che ci sia un nuovo Verona e per questo con la mia palla di lardo ad agosto ho dato un 1,5 di possibilità all’Atalanta: chissà…”.

Lo sport si è fermato e anche il cuore di Mura ha detto stop, a 74 anni. L’avevamo sentito meno di dieci giorni fa: “Sono in convalescenza al mare dopo una polmonite, ma non è coronavirus”. Il dettaglio del cronista…

Era innamorato di Montisola Gianni Mura: due volte l’anno, diceva, andava in “ritiro” a Carzano.

Lo sport gli deve molto. Leggere Gianni Mura era un po’ come vedere un dribbling di Messi, o di Ilicic, del Papu. E alla fine faceva sempre gol.

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