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“La salma di mio zio portata ad Alessandria: che strazio vedere quei camion” video

Matteo Ghisalberti è un giornalista di Zogno che vive in Francia, da dove ha saputo della morte di suo zio e del trasferimento per la cremazione: "Quel corteo dell'esercito è stato un ulteriore schiaffo per me"

Hanno fatto il giro del mondo le immagini della lunga fila di camion dell’esercito che mercoledì sera hanno portato le salme di 75 persone decedute per Coronavirus dal sovraffollato cimitero di Bergamo a quelli di altre regioni per essere cremate. Una scena drammatica, che ha scavato un solco nel cuore di ogni bergamasco, ed è arrivata fino a Parigi dove vive e lavora Matteo Ghisalberti, giornalista originario di Zogno, caporedattore di www.putsch.media.

Esercito bare Coronavirus

Matteo, 45 anni, è rimasto colpito più di tutti da quelle sequenze perché anche il cadavere di suo zio, deceduto a 81 anni, è stato trasferito lontano dalla nostra città, ad Alessandria. “L’altra sera guardando Bergamonews – racconta il 45enne – ho assistito all’arrivo della colonna di veicoli militari, giunti a Bergamo per trasferire le salme nei forni crematori di altre regioni. È stato un ulteriore schiaffo per me. Un pugno nello stomaco e a tutto quello che mi tiene strettamente legato alla mia terra”.

Come sta vivendo dalla Francia la situazione che c’è nel suo Paese d’origine?

“Da quando è iniziata l’emergenza Coronavirus in Italia sono molto preoccupato. Inoltre, dal momento in cui Bergamo e la sua provincia sono diventate un nuovo epicentro della malattia, per me è iniziata una vera “escalation”. È come se attorno alle persone e ai luoghi a me più cari, fosse sorto un recinto di filo spinato, che ogni giorno diventa sempre più stretto. Mi sento impotente perché nella nostra provincia ci abita ancora la mia famiglia e i miei amici più cari”.

Oltralpe invece come sta andando?

“Qui ho provato tanta rabbia perché, mentre la mia terra veniva colpita dal Covid, in Francia riscontravo una forma di sufficienza nei confronti dell’Italia e del suo sistema sanitario. Quando venivo invitato da radio e tv francesi a commentare l’attualità italiana, mi ritrovavo spesso a dover contestare le analisi frettolose fatte da alcuni “specialisti” che affermavano che qui non sarebbe mai avvenuta una cosa simile. Purtroppo avevano torto e ora spero che non si debba vivere la stessa tragedia”.

A livello di informazione com’è lì la situazione?

“Come giornalista mi sono sforzato di informare su ciò che stava accadendo a poche centinaia di chilometri dalla frontiera franco-italiana. Per questo il sito per cui lavoro ha dedicato diversi articoli alla Bergamasca. Fortunatamente la maggior parte dei francesi, il mio socio, amici e colleghi, ma anche gente conosciuta sui social network, mi hanno espresso sin da subito la loro solidarietà e compassione. Molti di loro speravano che le misure prese dall’Italia venissero adottate quanto prima”.

Quando ha saputo del decesso di suo zio?

“Settimana scorsa. Ero molto affezionato a lui. Se ho sofferto io a mille chilometri dalla mia Valle Brembana per non avere potuto dirgli addio con un funerale, posso solo immaginare cosa abbiano provato i miei cugini e mia zia. So che putroppo molte famiglie bergamasche stanno vivendo la stessa tragica situazione”.

Oltre al profonde dolore, quali sono stati i suoi sentimenti nel vedere le immagini dei camion dell’esercito?

“Ho pensato ai bergamaschi, gente silenziosa e laboriosa, alla quale questo morbo venuto da lontano ha tolto il lavoro e ha imposto un enorme ed estremo sacrificio: quello di non poter nemmeno seppellire dignitosamente i propri morti. Ho pensato ai medici e a tutto il personale sanitario, ma anche a coloro che stanno continuando a far funzionare alcuni servizi essenziali. A loro va la mia gratitudine”.

Cosa si sente di dire ai suoi conterranei?

“Anche prima dell’arrivo dei militari al cimitero, pensavo che dopo questa crisi ci saremmo rialzati più forti di prima. Dopo aver visto quelle scene, quel pensiero è diventato una convizione. Perchè se sei bergamasco, nel tuo cuore c’è scritto ‘Môla mìa, Molà mài!'”.

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