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Noi oggi come animali in gabbia: vogliamo ancora rinchiuderli per il nostro divertimento? - BergamoNews

Cani gatti e

La buona a(do)zione

Noi oggi come animali in gabbia: vogliamo ancora rinchiuderli per il nostro divertimento?

Oggi che siamo consapevoli di quanto è stressante perdere la libertà, di quanto è duro separarci dei nostri cari, vogliamo continuare a contribuire con la sofferenza degli animali strappati dal loro habitat, allontanati dai loro gruppi di appartenenza, rinchiusi in gabbie o piscine strette per il nostro divertimento?

Il 18 novembre 1961, Wanda compare, debole e disorientata, nella baia di Newport, in California.

Un gruppo di uomini l’aveva perseguitata durante tutta la giornata.

Lei aveva lottato con tutte le sue forze e in tre occasioni era riuscita a sfuggire, ma alla fine era stata catturata.

La portarono a Los Angeles e la misero in un piccolo recinto. Non sopportando la mancanza di libertà, passò due giorni a colpire con la testa le pareti fino alla sua morte, provocata da due patologie già in corso: gastroenterite e pneumonite. Wanda era la prima orca della storia catturata per essere esibita in un acquario.

Questi giorni, in cui dobbiamo restare a casa, ci fanno vivere sulla nostra pelle quanto è duro essere rinchiusi, privati della nostra libertà o ricoverati per un lungo periodo.

Il primo impatto psicologico è quello di perdere la vita com’era fino a poco tempo fa, allontanarsi da tutto e da tutti e, in molti casi, trovarsi in condizioni di vita inferiori a quelle a cui siamo stati abituati. Ci sono, però, casi estremi.

Chile. “Stiamo bene nel rifugio tutti e 33”. Nell’agosto 2010, un piccolo pezzo di carta, scritto con inchiostro rosso, fece il giro del mondo come prova che dei minatori seppelliti a circa 720 metri di profondità erano ancora vivi.

Passarono 70 giorni sperimentando la logorante sensazione e gli effetti fisici e mentali dell’isolamento.

L’autore del bigliettino, poco tempo dopo la tragedia, entrò in una clinica psichiatrica con un quadro di stress postraumatico che non gli permetteva di dormire più di 20 minuti al giorno.

Cosa succede con gli animali che sono catturati, rinchiusi e sottomessi ad allenamenti estenuanti in circhi ed acquari?

Cosa accade con quelli che sono condannati ad una vita monotona, senza stimoli, in squallidi zoo? Che pregiudizi ci sono dietro lo sfruttamento animale?

Uno dei pilastri che sostengono lo sfruttamento degli animali è l’errato convincimento che la specie umana possiede in esclusiva una serie di emozioni, sentimenti e relazioni.
Tuttavia, molti animali di altre specie ci superano.

Prendiamo il caso delle orche come Wanda: esse possiedono un’estensione del sistema limbico (cioè, un complesso di strutture cerebrali e un insieme di circuiti neuronali) che gli umani non hanno. Questo sistema processa le interconnessioni degli individui e i rapporti di gruppo e ci permette di capire la sofferenza che può comportare per loro la rottura delle relazioni sociali e affettive e la loro permanenza in gruppi artificiali cambianti.

Le piscine dei parchi acquatici sono spazi dove sono obbligati a convivere soggetti confusi, alterati, che non comunicano nello stesso linguaggio, che sono stati separati del gruppo di appartenenza e non hanno spazio sufficiente per allontanarsi se hanno bisogno.

Come conseguenza si aggrediscono tra di loro, provano a scappare, attaccano gli addestratori o, nei peggiori dei casi, si “suicidano” come Wanda.

Oggi che siamo consapevoli di quanto è stressante perdere la libertà, di quanto è duro separarci dei nostri cari, vogliamo continuare a contribuire con la sofferenza degli animali strappati dal loro habitat, allontanati dai loro gruppi di appartenenza, rinchiusi in gabbie o piscine strette per il nostro divertimento?

Continueremo prossimamente ad approfondire questo argomento.

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