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Addio all'architetto Vittorio Gregotti, per Bergamo progettò la Gamec e la chiesa di Loreto - BergamoNews
Aveva 92 anni

Addio all’architetto Vittorio Gregotti, per Bergamo progettò la Gamec e la chiesa di Loreto

È morto a Milano all'età di 92 anni l'architetto Vittorio Gregotti, progettò Chiesa di San Massimiliano Kolbe a Bergamo e la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea Accademia Carrara

“ I materiali dell’architettura non sono solo il cemento o il vetro. Sono anche i bisogni, le speranze e la conoscenza storica”.

Vittorio Gregotti la pensava così: era un architetto lungimirante, capace di connettere il passato e il futuro in un progetto totale, in una visione integrale – dall’architettura di un edificio, alla pianificazione territoriale, alla valutazione ambientale, al coinvolgimento della memoria, della coscienza e dell’immaginazione collettive.

L’ultimo, forse, capace di coniugare con incredibile serietà e pari dinamismo l’azione pratica e l’impegno intellettuale. Come ha ricordato in queste ore Stefano Boeri “se ne va un maestro, un saggista, un critico, docente, editorialista, uomo delle istituzioni che – restando sempre e prima di tutto architetto – ha fatto la storia della nostra cultura”.

Classe 1927, Gregotti in più di sessantacinque anni di attività ha sviluppato 1600 progetti tra opere di architettura, piani urbani e territoriali, riqualificazioni di aree industriali, prodotti di design, allestimenti espositivi. Un’attività sterminata tra cui ricordiamo a titolo d’esempio in Italia lo stadio Luigi Ferraris di Genova, il quartiere Bicocca a Milano, il piano regolatore di Torino (1995), il teatro degli Arcimboldi a Milano, l’Università della Calabria a Rende (Cosenza), la facoltà di Medicina della Federico II di Napoli, il controverso quartiere Zen a Palermo.

Ma l’impegno di Gregotti e della “Gregotti e Associati” è ben più ampio, su scala mondiale, come illustrato nella recente mostra al PAC di Milano (2018) in occasione dei suoi novant’anni: tocca Berlino e il cuore di Potsdamer Platz, il Marocco e gli stadi di Agadir e Marrakech, la Parigi del Louvre (Salle des États), Lisbona (Centro culturale Belem), fino alla creazione negli ultimi anni di Pujang, in Cina, una città nata da zero e che oggi conta centomila abitanti – un progetto di enorme portata condotto dal suo studio in modo coraggioso e sperimentale.

Figura profonda e complessa, dopo la laurea in architettura al Politecnico di Milano si affermò sulla scena internazionale nel 1966 con un saggio che fece scalpore: “Il territorio dell’architettura” metteva in relazione l’architettura e l’ambiente urbano dando una pioneristica importanza al paesaggio e restituendo una visione della città come “Linguaggio della collettività” e quindi memoria di un gruppo sociale e del suo sforzo di immaginazione. “L’architettura è una materia storica, dialettica, è un prodotto collettivo” amava dire “e il suo scopo è rivelare i luoghi dando un significato a un ambiente fisico senza mai ignorare ciò che preesiste”.

“Il nostro è un lavoro di squadra, non di palcoscenico”ripeteva contestando gli architetti che inseguono la stravaganza, la spettacolarità, oppure i prodotti “uguali e globali”.

E i suoi punti di vista non li mandava a dire. Fino all’ultimo si è tenuto al centro del dibattito architettonico, contribuendo fino a pochi mesi fa con articoli di taglio rigoroso, a volte polemico e tagliente.

I DUE SUOI GIOIELLI BERGAMASCHI

A Bergamo sono due gli interventi di Gregotti che hanno fatto parlare di sé: la nuova chiesa di Loreto dedicata a San Massimiliano Klobe nel 2008, sorta di fronte alla vecchia chiesa, che ha suscitato anche contestazioni per il “forte” impianto squadrato dell’insieme, con la particolare, interessantissima, soluzione all’interno di controsoffitto a cupola rovesciata. L’altra importante opera firmata Gregotti è la trasformazione dell’ex monastero quattrocentesco delle Dimesse e Servite nell’attuale GAMEC in via San Tomaso.

gamec

Ricorda quella impresa Carlo Salvioni, ai tempi vicesindaco e poi assessore alla cultura: “Era la seconda metà degli anni ’80 e con il sindaco Zaccarelli decidemmo di usare lo spazio dell’ex convento per dotare la città di uno spazio museale per l’età contemporanea. Grazie anche a una somma messa a disposizione dal Credito Bergamasco decidemmo rapidamente per l’incarico a un architetto autorevole quale era Gregotti e in due anni, un tempo record, abbiamo inaugurato la nuova Galleria. Tutta l’operazione si svolse sotto osservazione della soprintendenza, data la natura storica dell’edificio le cui caratteristiche andavano conservate – questo comportò naturalmente dei limiti: non c’erano spazi grandissimi. Ma la Gamec è un contenitore che si è dimostrato funzionale: fu una scommessa che vincemmo. Ricordo Gregotti come un uomo simpatico, che posava poco da intellettuale e che agiva da uomo pratico, dotandosi di collaboratori molto bravi”.

L’architetto Giorgio Zenoni, classe 1935, uno dei nomi di punta della nostra architettura del Novecento, ricorda il suo incontro con Gregotti intorno al 1960, quando fu da lui intervistato per un articolo su Domus: “Avevo collaborato con Franco Albini al progetto della Rinascente a Roma e Gregotti mi intervistò a Milano sul problema architettonico e sulla direzione artistica che avevo affrontato. Personalmente, quindi, lo ricordo come critico, ma naturalmente come architetto non posso che dare un giudizio positivo: è stato un esempio, col suo linguaggio razionalista, per tutta una generazione”.

Generico marzo 2020
Chiesa di San Massimiliano Kolbe

Sostanziale e partecipata la testimonianza dell’architetto Andrea Gritti, docente al Politecnico di Milano: “Con la morte di Vittorio Gregotti si chiude definitivamente una stagione lunga, partecipata, intensa e fertile per l’architettura italiana, ma un’altra si aprirà, se sul suo lascito si vorrà continuare a riflettere. Gregotti è stato tra gli autori che hanno contribuito all’affermazione dell’italofilia, l’irresistibile fascinazione che la cultura architettonica internazionale ha provato per i libri, le riviste e i progetti prodotti da una nutrita avanguardia di architetti italiani, tra la seconda metà degli anni ’60 e gli anni ’70 del secolo scorso.

Generico marzo 2020
Chiesa di San Massimiliano Kolbe

In un bel saggio pubblicato nel catalogo della mostra al PAC di Milano, l’architetto spagnolo Rafael Moneo ha riconosciuto come l’imponente tragitto teorico e pratico dell’architettura di Gregotti possa essere considerato come un fascio fibroso, che mette costantemente in relazione la stagione dei maestri dell’architettura moderna – Ernesto Nathan Rogers era stato il suo – con le ricerche di autori contemporanei come Rem Koolhaas.

La persistenza del messaggio culturale di Gregotti, architetto, si deve probabilmente a quella che Moneo ha riconosciuto come il suo personale “istinto critico”, ovvero la capacità di alimentare una formidabile curiosità intellettuale verso molti campi del sapere – la filosofia, l’arte, la musica – e di ritornare poi, con rinnovata energia, a misurarsi con i problemi che l’organizzazione dello spazio abitato pone all’architettura.

Questa inesauribile capacità di formulare le domande ed elaborare le risposte che alimentano il progetto d’architettura è certamente l’opera più importante di Gregotti: quella che gli ha permesso di riunire intorno a sé una foltissima schiera di colleghi, allievi, collaboratori, in Italia e nel mondo, che ora lo piange, ma che presto dovrà tornare sulla sua lezione per ridare senso alla parola costruire”.

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