Lettera di una figlia

“Ho paura per mio padre, medico di famiglia al lavoro senza le basilari protezioni”

Lucrezia denuncia con ansia: "Mio padre si trova a dover svolgere visite presso pazienti potenzialmente contagiosi in abitazioni altrettanto potenzialmente contaminate, protetto solamente da mascherine chirurgiche (poche) a e guanti"

Sono Lucrezia, figlia di un medico di famiglia della Bergamasca.

Scrivo per denunciare pubblicamente una situazione incresciosa.

Ogni giorno vediamo e sentiamo raccontare attraverso i media del prezioso nonché rischioso lavoro svolto da medici, infermieri e tutti gli operatori sanitari quotidianamente in prima linea negli ospedali.

Anche mio padre ogni giorno con il suo impegno è chiamato a combattere il COVID-19; il medico di famiglia soprattutto in questo contesto di emergenza è la prima figura sanitaria di riferimento alla quale il paziente si deve rivolgere per una iniziale diagnosi. È il medico di famiglia che, qualora riscontrasse nel paziente sintomi riconducibili al Coronavirus, procede contattando il 112 perché il paziente venga condotto in ospedale per accertamenti più approfonditi e le cure del caso.

Da sempre ammiro il lavoro svolto dai medici e oggi più che mai dobbiamo essere loro riconoscenti per l’enorme sforzo lavorativo ed umano che stanno compiendo, ovunque essi operino, ambulatorio o ospedale che sia.

Tuttavia, non posso e non voglio tacere l’enorme preoccupazione, ansia e rabbia che provo nel vedere come un medico di famiglia non venga messo nelle condizioni ideali per svolgere il suo lavoro al meglio. Nell’attuale stato di emergenza epidemiologica da COVID-19 mio padre, come tanti altri medici di famiglia, si trova obbligato a dover effettuare visite domiciliari sprovvisto di idonei dispositivi di protezione individuale all’infuori dei guanti in lattice e delle mascherine inviate da ATS Bergamo: tengo a specificare che si tratta di mascherine chirurgiche monouso in tessuto e che ne ha ricevute solamente 20, un numero irrisorio considerata la necessità di utilizzo costante.

Nella fattispecie, le visite domiciliari a cui mi riferisco riguardano quei pazienti, piuttosto numerosi, che manifestano sintomatologie possibilmente riconducibili a Coronavirus e quindi potenzialmente contagiosi, obbligati per decreto a non recarsi per nessun motivo in ambulatorio, ma ad attendere che sia il medico a visitarli presso il loro domicilio.

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Il momento della visita impone un contatto e una vicinanza che non possono essere evitati; il medico di famiglia sottopone il paziente alla rilevazione dei parametri vitali e all’auscultazione polmonare.

Mio padre si trova a dover svolgere visite presso pazienti potenzialmente contagiosi in abitazioni altrettanto potenzialmente contaminate, protetto solamente da mascherina chirurgica e guanti; Ats Bergamo, nonostante le promesse, non ha ancora fornito né tute protettive né mascherine per gli occhi né calzari. Piuttosto, è stato un negozio di articoli per giardinaggio a sentirsi in dovere di fornire a mio padre una tuta e una mascherina protettive: trovo tutto ciò ridicolo.

È surreale e vergognoso che un medico e padre di famiglia sia obbligato a lavorare con inidonei dispositivi di protezione individuale esponendo sé, i familiari con cui vive nonché gli stessi pazienti a un maggiore rischio di contagio.

Si parla spesso dei diritti del paziente, ma meno dei diritti del medico. Mio padre ogni giorno si reca al lavoro rispettando e onorando la propria deontologia professionale sebbene venga ignorato il suo diritto di medico di esercitare nelle migliori condizioni di sicurezza.

Quando chiedo a mio padre cosa teme di più di questa situazione di emergenza, la risposta che ricevo sempre è di contagiare me e mia madre. Io, invece, provo la paura più antica e istintiva che una figlia possa avere: che al proprio padre capiti qualcosa di brutto.

Vivere in casa con la consapevolezza che il proprio padre possa contrarre l’infezione da coronavirus perché non sufficientemente protetto ha ripercussioni emotive non indifferenti. Il sospetto si insinua automaticamente in ogni parola, sguardo e azione reciproci. Si rimane distanti gli uni dagli altri, si dubita di ogni starnuto o colpo di tosse, mio padre in primis ci esorta a stargli lontano.

Mi capitano brevi istanti in cui non lo vedo più come l’affettuoso papà che da 24 anni si prende cura di me, ma solamente come minaccia all’incolumità e alla salute: un’orribile spersonalizzazione che vorrei non dover vivere, ma che inevitabilmente accade.

I medici sono professionisti indispensabili al bene comune, non facciamoli diventare martiri!

Aiutiamoci e non lasciamo nessuno indietro.

Lucrezia, figlia di un medico di famiglia

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