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“La febbre, la corsa in ospedale, l’isolamento, la terapia d’urto: ho sconfitto il virus”

Il racconto della battaglia (vinta) contro il Coronavirus da Giorgio Versiglia, nato a Pavia nel 1962 e residente a Sarnico, docente di Fagotto al conservatorio Donizetti di Bergamo.

“La mia piccola storia. Il 21 febbraio inizia la febbre, alta 38-38.5 e dopo una settimana chiedo a mia moglie di portarmi al pronto soccorso di Bergamo”.

Inizia così, in un post su Facebook, il racconto della battaglia (vinta) contro il Coronavirus da Giorgio Versiglia, nato a Pavia nel 1962 e residente a Sarnico, docente di Fagotto al conservatorio Donizetti di Bergamo.

“Il 28 febbraio, dopo 9 ore di attesa vengo visitato, scandagliato ovunque, mi fanno il tampone per il Coronavirus. Poi lascio mia moglie con gli occhi gonfi di lacrime: si sente impotente ad aiutarmi. Anch’io in lacrime vado verso un viaggio che mi spaventa e non so dove mi porterà… Altre 9 ore di attesa in una stanza, insieme a gente che stava più male di me, e dove vedo persone cadere dal lettino d’emergenza sul quale avevano messo ognuno: mi metto ad urlare (sì perché non abbiamo nessun campanello per chiamare in caso di bisogno) per far soccorrere il vecchietto in bilico tra la sua brandina e il pavimento, con la flebo strappata. Finalmente arrivano a sollevarlo”.

Frammenti dell’emergenza sanitaria che stanno vivendo i nostri ospedali, raccontati dall’interno da chi, purtroppo, ha dovuto vivere in prima persona la terribile esperienza della malattia.

“Vengo portato di corsa in ambulanza all’ospedale di Treviglio. Viaggio a sirene spiegate, quasi come fare un rally andando al contrario, sensazione da vomito. Hanno creato per l’emergenza stanze isolate dove gli infermieri entrano attraverso una anticamera. Loro sono vestiti che non riesci a capire se sono uomini o donne, e hanno paura, paura a toccarti, paura di quello che li sta circondando. Anche io ho paura”.

Il Coronavirus “mi regala subito una polmonite, quindi senza aiuto dell’ossigeno forzato non si respira, o per lo meno si fa una gran fatica… non riesci quasi ad arrivare al bagno e tornare al letto con le tue gambe, ti sembra di morire soffocato…”.

Il viaggio è iniziato “come un viaggio in treno dove incontrerò passeggeri vari e cambierò molte carrozze (stanze)…”.

“Il primo compagno di camera – prosegue Giorgio Versiglia – ha una specie di pallone di plastica dentro al quale c’è la sua testa… ma non lo tollera, tenta di toglierselo, la testa non esce e lui lotta… Minuti interminabili dove lo vedo soffocarsi con quella plastica avvolta al suo volto che non lo lascia respirare. Mi metto a urlare suonando il campanello, si urlare perché nessuno arrivava, avevo già suonato il campanello per lui… ma lo vedevo morire asfissiato. Finalmente entrano e lo salvano”.

“La mia testa si chiede se riuscirò a reggere, per quello che sto vedendo da quando è iniziato questo incubo. Da lì però un piccolo assestamento psicologico, e un po’ di calma. Arriva un simpatico signore la cui moglie è pure ricoverata, ma lui dopo accertamenti si scopre non aver contratto il virus. Vengo cambiato di stanza, nuovo compagno, lui ha sempre febbre, ma possiamo parlare… Sembra strano ma comincio a trovare un equilibrio. Le giornate interminabili”.

Giornate interminabili, vissute, suo malgrado, nella lotta contro il Covid-19, in solitudine, affrontata grazie alle comunicazioni con l’esterno. Giornate che, fortunatamente, riescono anche a svelare il lato più buono e umano delle persone. “Solo il telefono e le miriadi di messaggi di solidarietà e affetto di amici di tutto il mondo mi aiutano a non sentirmi solo (oltre a mia moglie ovviamente). Davanti a un incubo del genere tutte le persone svelano lati inimmaginabili…e questo è bellissimo!”

Poi “cambio di carrozza/stanza, altro compagno di viaggio. Un prete, un po’ scontroso, io detesto i preti, ma ci mettiamo a comunicare. Capisco che nonostante la sua fede, ha paura anche lui. Davanti alla malattia siamo briciole e basta poco vento che veniamo spazzati via…”.

Intanto “mi propongono una cura sperimentale, per provare a debellare il Virus. Devo firmare se accetto… chiamo mia moglie e mi spiega di star tranquillo. È il protocollo internazionale. Cura per HIV che pare funzioni, per fortuna, contro questa m… Accetto e inizia la terapia d’urto. Pillole gigantesche due volte al dì e flebo di antibiotici che fanno bruciare il braccio durante la somministrazione”.

“Anche il prete mi lascia… lo spostano… rimango solo per un giorno e arriva un nuovo viaggiatore un giovane papà anche lui con febbre a 38.5 Si perché la febbre di chi ha questo virus è molto alta”.

Dopo qualche giorno, la febbre inizia a diminuire. “Io intanto inizio a sfebbrarmi: come un miracolo la cura inizia a far effetto… che bello! Cambio di carrozza, l’ultima… Vado in una camera molto bella con due compagni di viaggio nuovi. Loro sono più anziani, e uno con seri problemi… ma riusciamo a parlare un poco. Tento di ‘raccontargliela su’, come si dice da queste parti. La mia febbre è scomparsa, e respiro da solo senza ausili di ossigeno o altro. Non mi sembra vero… Altri due giorni e sento di stare veramente meglio”.

Dopo la cura, finalmente la notizia positiva.  “Siamo all’8 Marzo, giornata della donna, e mentre sto ricordando – non so perché – quando da bambino proprio la domenica 8 marzo avevo comprato dei fiorellini, coi due soldini che avevo, e portati a casa alla mia mamma (avrò avuto 8/9 anni), entra l’infermiera e mi dice: lei oggi andrà a casa”.

È una sincera testimonianza di chi ha vissuto e vive quotidianamente la lotta contro il Coronavirus. “Ecco la mia piccola storia/incubo che mi ha insegnato molto. Dedicata a mia moglie Annalia, ai miei famigliari, a tutti i miei allievi che mi sono stati vicini, ai fagottisti colleghi di tutto il mondo che mi hanno scritto e mai lasciato solo, ai colleghi d’orchestra, agli amici… a chi sa amare nel momento del bisogno. Grazie”.

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