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Coronavirus, l’ospedale di Bergamo “sotto pressione” con 126 pazienti, guariti 4 gravi

Il Papa Giovanni fa il punto, con i vari direttori dei dipartimenti coinvolti, della situazione e della organizzazione messa in atto per far fronte all'emergenza Coronavirus: un bimbo in prognosi riservata

L‘ospedale Papa Giovanni di Bergamo fa il punto, con i vari direttori dei dipartimenti coinvolti, della situazione e della organizzazione messa in atto per far fronte all’emergenza Coronavirus.

Fabio Pezzoli, direttore sanitario dell’Asst Papa Giovanni. Nella nostra provincia superati i 243 pazienti positivi. Il nostro ospedale è stato individuato ancora prima che il coronavirus si sviluppasse come riferimento della Lombardia con altri 17 ospedali in quanto abbiamo un reparto infettivi. Siamo sotto pressione: questi  10 giorni ci hanno impegnato parecchio, ma il nostro ospedale è stato progettato per flessibilità di cure che ci ha permesso di affrontare l’emergenza. Grazie a tutto il personale sanitario e anche alla parte amministrativa e tecnica per approvvigionamenti necessari per l’emergenza. Grazie a Regione Lombardia per il supporto e ad altre strutture provinciale lombarde con cui collaboriamo.

Fabrizio Limonta, direttore socio sanitario: vi do le informazioni relative ai servizi che eroghiamo nel territorio della provincia, in particolare consultoriali, di prevenzione, di salute mentale, neuropsichiatria infantile. Questa settimana abbiamo ripreso questi servizi sospesi la scorsa settimana in via cautelativa. Gradualmente stiamo mantenendo la continuità di tutti i servizi tranne l’attività vaccinale come in tutta la Regione per recuperare le risorse professionali per le persone che vengono dimesse. Cercheremo di fare accertamenti a domicilio per seguire le persone che vanno a casa.

Stefano Fagiuoli, direttore dipartimento di medicina e Simonetta Cesa, direttore direzione professioni sanitarie e sociali hanno guidato la task force costituita da sabato 22 febbraio. 

Stefano Fagiuoli: da sabato 22 abbiamo attivato unità di crisi con vari dipartimenti di emergenza, di medicina con infettivologo, i laboratori microbiologia e attiva per 24 ore al giorno da allora con riunioni quotidiane per la pianificazione di tutte le attività.

Cesa: abbiamo ragionato sul sul flusso dei pazienti organizzando gruppi di lavoro, sui pazienti in ingresso, su spazi e percorsi, un altro gruppo su settori internistici, un altro flusso dei pazienti ad alta intensità di cura…. Abbiamo dovuto riconvertire i settori, ri-allocare il personale attenti ai singoli professionisti e alle loro competenze.

Fagioli: abbiamo dovuto rivedere la struttura, l’unità di malattie infettive è stata riconvertita totalmente alla gestione di questi pazienti, il pronto soccorso ha adibito un’area, e in questo momento è attivata un’ulteriore unità di semi-intensiva di 12 posti a cui vanno aggiunti i 26 pazienti gestiti nell’ospedale di San Giovanni Bianco. Attività prima di tutto emergenza pneumologica dove infettivologi e pneumologi sono sulla linea del fronte e gli altri si adattano a mantenere la qualità del servizio, imparando anche qualcosa di nuovo. Grazie a tutti quelli che hanno lanciato il cuore oltre l’ostacolo.

A oggi sono 126 posti nel Papa Giovanni più 26 di San Giovanni Bianco: numeri non definitivi, cambiano ogni giorno.

Luca Lorini, direttore dipartimento di emergenza e urgenza e area critica: terapie intensive. Le terapie intensive sono il posto dove i pazienti con il virus finiscono perché sono quelli che stanno peggio. Hanno bisogno di macchinari e tecnologia per sopravvivere. Accoglienza per 25 pazienti critici più 12 un po’ meno critici: quindi posto a 37 pazienti gravi che non riescono a respirare e a ossigenare il sangue. Una fetta di questi pazienti se viene curata bene guarisce. In questi giorni abbiamo montato la prima terapia intensiva dedicata, stacata dagli altri pazienti, e i primi pazienti ricoverati 9 giorni fa sono stati dimessi, guariti i primi 4 pazienti in terapia intensiva.  I sistemi di Cipa sono il livello più basso dopo la mascherina semplice. La richiesta di sabato: ora sono in consegna. Abbiamo già almeno 30 sistemi di CipA, e 60 ventilatori, abbiamo bisogno di altri. A più della metà dei pazienti basta questo tipo di ventilazione che viene fatta con un casco.

Claudio Farina, direttore microbiologia e virologia. Un settore che ricopre ruolo un po’ di retrovie ma in questo caso è centrale per indirizzare i comportamenti e le scelte dei colleghi. C’è una rete che funziona in Lombardia: cominciano ad arrivare i campioni da tutta la provincia di Bergamo e anche da fuori regione. Duecentocinquanta tamponi, non tutti del nostro ospedale. Diamo risposte in alcune ore.

Marco Rizzi, direttore malattie infettive. Situazione complicata. Un carico notevole in questi 10-11 giorni, da 0 a 250 ma direi già 300 casi nella nostra provincia. È una questione complessa,  coinvolge non solo il nostro ospedale, ma anche altre strutture, non solo ospedali, lungodegenza, Rsa… Adesso alcuni pazienti vengono centralizzati qui, altri concordiamo che saranno gestiti nelle diverse sedi. Un meccanismo di rete che cambia giorno per giorno a seconda delle esigenze.

Ora sta per partire l’ospedale di Seriate specializzato per coronavirus: stamattina c’è stata la nostra diretta interlocuzione con i colleghi del Bolognini, va avviato nei tempi più stretti perché mettere il paziente giusto nel posto giusto è essenziale. È la chiave perché l’organizzazione regga. Noi siamo pronti, i colleghi di Seriate devono metterci in condizioni di partire, spero nelle prossime ore. Seriate non sarà 100% per coronavirus, ma buona parte sì.

Il direttore sanitario Pezzoli conclude: ospedale sotto pressione? Certo è un evento inatteso che ha cambiato l’organizzazione. Non abbiamo incrementato i letti sono circa mille, abbiamo liberato alcune aree (di chirurgia per esempio). Abbiamo chiesto di rinunciare a qualcuno che aveva problemi non urgentissimi.

I pazienti dopo 8-10 giorni cominciano a guarire soprattutto quelli non troppo anziani. Il grande anziano, dopo gli 80 anni, di fronte a sindrome respiratoria ha problemi di stress respiratorio mortale a prescindere dal coronavirus. La stragrande maggioranza di pazienti in terapia intensiva sono tra i 50 e i 75 anni, con un paio di eccezioni. I primi pazienti deceduti dai 78 -80 anni in su. Bambini affetti da coronavirus sono rarissimi, ce n’è uno di un anno in prognosi riservata, e ha molte più chance di un paziente anziano.

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