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Villaggio degli sposi, isola felice tra periferia e campagna voluta da don Bepo

L’unico dubbio riguarda la sorte dei superstiti terreni agricoli che stanno tra il Villaggio e la città: qualcuno vorrebbe destinarli a lucrosi progetti urbanistici e ha già tentato di artigliarli, sotto le specie del solito sviluppo urbano.

Ci fu un tempo in cui alla gente interessava la gente: lo so, pare incredibile, ma esistevano persone che si davano da fare per costruire il benessere del proprio prossimo. Un quartiere di Bergamo, un tempo un tantino sperduto nella pianura, tanto da confinare con Treviolo e con Curno, è nato proprio così.

Uno, oggi, non lo direbbe, attraversandolo trasversalmente, in un dedalo di strade tranquille, di villette e di piccoli condomini, eppure, quel quartiere deve la sua origine al progetto di un grande benefattore orobico, Don Bepo Vavassori, l’anima del Patronato.

Erano gli anni Cinquanta: la vita era molto più semplice e molto più faticosa di oggi, e Don Bepo pensò di offrire un futuro e un sogno a tanti suoi ex allievi. Così, nella vasta area verde della Grumellina, intorno alla chiesa dedicata, non a caso, a San Giuseppe, il santo falegname, cominciarono a sorgere le prime case, finanziate con dei mutui e in parte fisicamente costruite dai futuri inquilini.

Si trattava di un quartiere creato per formare famiglie e dar loro un tetto: per questo, venne battezzato “Villaggio degli Sposi”. Manzoni, stavolta, non c’entra per nulla, insomma. Il villaggio derivava, piuttosto, dall’idea sociale del paternalismo industriale, tanto in voga nell’ultima metà del XIX secolo, ma anche nei primi decenni del XX: Dalmine, Crespi, sono ancora oggi esempi evidentissimi di come si intendesse il welfare state presso l’imprenditoria di casa nostra.

Ma bando ai rimpianti: dopo che, nel 1955, cominciarono i lavori, il Villaggio degli Sposi crebbe, formando una piccola isola, ordinata e civile, sospesa tra la periferia cittadina e la campagna. Le cose rimasero, più o meno, invariate, fino a che due grandi opere ne modificarono definitivamente la logistica, ma anche l’aspetto urbanistico, originando una grande espansione del quartiere e trasformandolo in una sorta di hinterland residenziale: la circonvallazione e, molto dopo, il nuovo ospedale.

A partire dai primi anni Novanta, accanto alle palazzine degli anni Cinquanta, hanno cominciato a sorgere nuovi agglomerati, a nascere nuove strade, con l’accrescersi dei servizi e con un’accorta distribuzione di verde pubblico, culminata con la creazione del grande parco della Trucca, tanto che, oggi, il Villaggio degli Sposi sembra davvero un bel posticino in cui vivere.

Certo, non è tutto oro quel che luce e, perlomeno ai suoi margini, il quartiere è un po’ assediato dal traffico: al suo interno, però, la vita sembra scorrere serena, a misura d’uomo, un po’ come la sognava don Bepo per i suoi orfani.

L’unico dubbio riguarda la sorte dei superstiti terreni agricoli che stanno tra il Villaggio e la città: qualcuno vorrebbe destinarli a lucrosi progetti urbanistici e ha già tentato di artigliarli, sotto le specie del solito sviluppo urbano. Per fortuna, altri li hanno difesi: speriamo che questa difesa sia efficace. Non solo per gli abitanti del Villaggio degli Sposi, naturalmente, ma per tutti quanti noi, sempre più assediati dal cemento, soffocati dal traffico, ingrigiti dall’asfalto.

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