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"Non sono arrivati i fiori": il codice 'ndranghestista per pagare il rogo dei tir - BergamoNews
Il processo

“Non sono arrivati i fiori”: il codice ‘ndranghestista per pagare il rogo dei tir

L'intercettazione in gergo mafioso sui soldi non versati per l'incendio del 6 dicembre 2015 alla Ppb di Seriate

“Dopo quella notte i fiori non sono stati consegnati”. È il 20 luglio del 2016 e ad alzare la voce in un parcheggio di Trezzo sull’Adda è Paolo Giovanni Giordano, detto Gianpaolo. Intercettato dai carabinieri di Bergamo, si sfoga con Rosario Salvatore Iuliano.

Gianpaolo è in missione per conto di Vincenzo Iaria, colui che per gli inquirenti avrebbe reclutato Mauro Cocca e Giovanni Condò considerati, insieme a Domenico Lombardo, gli esecutori materiali del rogo di una quindicina di automezzi avvenuto la notte del 6 dicembre 2015 alla Ppb Trasporti. Un’azienda in crescita, di proprietà del 55enne di Grassobbio Antonio Settembrini, specializzata nelle consegne di prodotti ortofrutticoli.

Secondo il pubblico ministero di Bergamo Emanuele Marchisio e Claudia Moregola della Procura Distrettuale, dietro all’incendio c’è un’estorsione di stampo ‘ndranghetista per arginare l’avanzata di Settembrini, commissionata da Giuseppe Papaleo, 50 anni, con una società nello stesso settore, la Mabero di Bolgare. Il suo rivale Settembrini è parte offesa ma pure imputato in abbreviato a Brescia, perché dopo quell’episodio avrebbe arruolato il pluripregiudicato calabrese Carmelo Caminiti per vendicarsi.

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Quella citazione sui fiori non consegnati, secondo il maresciallo capo Carlo Airoldi che ha seguito le indagini, è un riferimento al linguaggio in codice della ‘ndrangheta per indicare i soldi non versati da Papaleo per quell’agguato e la mancata copertura ai protagonisti, che “sono stati mandati allo sbaraglio”. Giordano di fronte a Iuliano rincara la dose e aggiunge che “Papaleo non sta filando dritto”.

Dopo quel colloquio, spiega il maresciallo Airoldi, i due vanno insieme a Reggio Emilia per parlarne a Salvatore Turrà, pluripregiudicato di Crotone, agli arresti domiciliari. I tre parlano di come la ‘ndrangheta non sia più quella di una volta. E tirano in ballo anche Gaetano Fortunio, considerato membro della cosca dei Piromalli di Gioia Tauro, aggiungendo che “dovrebbe intervenire per risolvere le cose”.

Papaleo però, l’unico dei sette imputati presente in aula mercoledì 19 febbraio, scuote il capo e a un certo punto dell’udienza arriva a sbottare: “Non ho mai conosciuto Iaria”, prima di essere richiamato dal giudice Donatella Nava. Incalzato dall’avvocato del 50enne, il maresciallo ha poi escluso agganci dello stesso Papaleo con ndranghetisti: “No, durante le indagini non ne sono emersi”.

Processo Violi Forte tribunale mafia

All’udienza erano presenti tra il pubblico anche Monica Forte, presidente della commissione speciale Antimafia della Regione, i consiglieri regionali Dario Violi e Nicolò Carretta, un paio militanti dell’associazione Libera e la classe quinta dell’istituto Romero di Albino. “Abbiamo sentito la necessità di essere presenti – ha commentato Monica Forte – per dimostrare la nostra vicinanza alle istituzioni che devono contrastare fenomeni che non sono così lontani come possono sembrare e che espandendosi possono diventare molto pericolosi”.

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