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Il “piano del secolo” di Trump è inclinato verso il peggioramento del conflitto

L'esperto di Medioriente Francesco Mazzucotelli legge il progetto presentato il 28 gennaio scorso: "Appare basato su fondamenti che assumono integralmente il punto di vista e gli interessi israeliani".

l presidente americano Donald Trump e il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu hanno presentato martedì 28 gennaio il “piano del secolo” che, a loro dire, dovrebbe risolvere il conflitto israelo-palestinese, ma dimenticandosi di dire a quale secolo si riferivano.

A riportare qualche elemento di chiarezza è stata Heather Cox Richardson, una delle principali studiose di storia americana, che ha anche indicato la risposta: il diciannovesimo secolo.

Come per le riserve indiane

Secondo Richardson, il progetto di Trump e di suo genero Jared Kushner (su cui aleggiano ingombranti ipotesi di conflitto di interessi) ricalca lo schema e persino il linguaggio utilizzato nell’Ottocento dalle amministrazioni americane per la formazione delle cosiddette “riserve indiane”: repressione durissima nei confronti dei gruppi che perseguono lo scontro armato, concessione di appezzamenti di terreno del tutto frantumati dal punto di vista geografico nei confronti dei gruppi che si assoggettano, riuscendo magari a spuntare la concessione per la costruzione di qualche albergo o un casinò per turisti. Pur ammettendo le ovvie differenze tra i due contesti, Richardson annota con sgomento le somiglianze e ammonisce sulle ricadute di un progetto che si basa su simili premesse.

Anche a una più attenta lettura, il progetto presentato il 28 gennaio scorso appare basato su fondamenti che assumono integralmente il punto di vista e gli interessi israeliani. Per quanto Netanyahu e il partito Likud accettino per la prima volta nella storia l’idea stessa di uno stato palestinese, la “mappa concettuale” presentata alla stampa prevede un arcipelago di aree senza contiguità territoriale, che dovrebbero essere collegate tra loro attraverso un sistema di strade e di gallerie sotto il controllo delle forze armate israeliane.

Gerusalemme saldamente sotto il controllo israeliano

A dispetto della ginnastica concettuale che presume di risolvere gli aspetti pratici e simbolici della questione attraverso la ridenominazione di un quartiere di periferia (come avvenuto a Sarajevo dopo gli accordi di Dayton, quando la porzione di periferia rimasta sotto il controllo serbo-bosniaco venne ridenominata “Sarajevo orientale”), Gerusalemme resta, nelle intenzioni del progetto, saldamente sotto il controllo israeliano, con una formulazione ambigua sulla gestione dei luoghi santi che da un lato parrebbe mantenere l’attuale status quo e dall’altro potrebbe prestarsi a improvvide provocazioni. Nel complesso, scavalcando le interpretazioni nettamente prevalenti sulla base del diritto internazionale, il piano di Trump, Kushner e Netanyahu suggella l’annessione di fatto a Israele di un’ampia porzione della Cisgiordania, con l’inclusione delle colonie e degli insediamenti ebraici e di tutto il fondovalle del Giordano.

La “visione” sostenuta dalla Casa Bianca affronta alcuni temi che erano rimasti insoluti nelle trattative degli anni Novanta e nelle “mappe per la pace” che si sono sostanzialmente arenate dopo il 2001. Il piano parla in modo molto generico delle fonti idriche, che rappresentano un importante tassello del conflitto, e della questione dei profughi palestinesi del 1948 e del 1967, escludendo categoricamente il diritto al ritorno (risoluzione 194 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite) e tratteggiando invece un vago meccanismo di compensazioni che mira a spostare il fardello dell’integrazione dei profughi sui paesi ospitanti, in primo luogo Giordania e Libano.

Due righe nella sezione ventunesima della parte A (cornice politica) decretano la fine di ogni rivendicazione anche in sede giuridica, sia da parte pubblica sia da parte privata: come ha detto Kushner, è ora di “divorziare da tutta la storia” degli ultimi settant’anni, con un’affermazione particolarmente fastidiosa soprattutto se pronunciata immediatamente a ridosso della Giornata della memoria. Per quanto lo storico israeliano Elie Podeh abbia dedicato un intero, corposo volume per descrivere la storia regionale dal 1919 in poi come un lungo elenco di “opportunità mancate” da ambo le parti, Kushner ha più volte addossato tutta la responsabilità del conflitto sulle classi dirigenti palestinesi, sperando così di deflettere le critiche sollevate da più parti al suo piano.

Pragmatismo, occupazione e… ottimismo

Kushner ha invocato la retorica del pragmatismo, sostenendo di guardare alla mappa del 2020 sulla base dei fatti compiuti invece che alla mappa del 1967, e ha cercato di spostare l’attenzione sul pacchetto di incentivi economici e di aiuti per lo sviluppo che costituiscono la parte B del progetto. Le misure tendono a creare un’economia “integrata” (viene sottinteso a quella israeliana) basata su un “robusto settore privato”, con l’obiettivo di raddoppiare il prodotto interno lordo nel giro di dieci anni e di dimezzare il tasso di disoccupazione, attualmente stimato oltre il 30%.

Alla faccia del pragmatismo, una disamina del progetto evidenzia aspettative estremamente ottimistiche riguardo ai progetti di investimento, largamente foraggiati dalla concessione di finanziamenti internazionali. La visione macroeconomica alla base del piano non è dissimile dalla visione neoliberista che pure è stata assorbita da una parte della borghesia palestinese, in primo luogo quella a capo di progetti urbani come quello di Rawabi. Né un approccio sviluppista (cioè di uno sviluppo guidato dal settore pubblico) né un approccio neoliberale (trainato dall’imprenditoria privata) sono del tutto nuovi nella storia della questione israelo-palestinese, ma è la prima volta che lo scambio tra promesse di investimenti e rinuncia alle rivendicazioni politiche viene espresso in maniera così esplicita.

Non è dunque sorprendente che un redivivo Mahmud Abbas abbia rigettato il progetto e che persino la Giordania abbia espresso un diniego insolitamente categorico, forse dettato dalla consapevolezza delle eventuali ricadute complessive sul regno hashemita più che da considerazioni teoriche basate sulle linee di armistizio antecedenti alla guerra del 1967. Anche l’assemblea degli ordinari cattolici della Terra Santa, per mezzo del patriarcato latino di Gerusalemme, ha espresso un giudizio totalmente negativo su un piano che, secondo il comunicato, “non porterà alcuna soluzione, ma al contrario creerà più tensioni e probabilmente più violenza”.

Qual era il vero obiettivo?

Era dunque questo l’obiettivo? Proporre, come sostiene Marc Owen Jones, un piano talmente inaccettabile per la parte palestinese da ricevere un ovvio diniego, per poter poi attribuire alla sola parte palestinese la responsabilità per il fallimento della proposta e legittimare l’annessione unilaterale a Israele della valle del Giordano e degli insediamenti ebraici in Cisgiordania?

Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, il piano Kushner ha completamente stravolto la campagna elettorale in vista delle votazioni del prossimo 2 marzo, mettendo in secondo piano i guai giudiziari del primo ministro Netanyahu.

I centristi della lista “blu e bianca” di Benny Gantz hanno accolto con favore il progetto, pur temendo un’annessione unilaterale immediata che favorirebbe il governo uscente nel bel mezzo della campagna elettorale, ma la destra radicale alleata con Netanyahu rigetta le pur minime concessioni previste dal piano. I principali sondaggi mostrano un leggero rialzo per il Likud, ma non in grado di modificare significativamente il panorama politico complessivo, che rischia così di veder ripetere lo stallo successivo alle due elezioni del 9 aprile e del 17 settembre 2019.

Ciò che potrebbe invece cambiare molto è la partecipazione al voto degli arabi con cittadinanza israeliana. Ayman Odeh, capo della “Lista unita” che riunisce tre partiti arabi e il partito comunista, punta a ottenere quattordici o quindici seggi che sarebbero determinanti nella nuova Knesset. Poiché Gantz ha dichiarato di non voler includere la Lista unita in un accordo di governo, qualsiasi ipotesi di coalizione di centrosinistra diventa numericamente impossibile, aumentando le possibilità di un governo di “grande coalizione” che si troverebbe però la Lista unita come principale forza di opposizione in parlamento, creando uno scenario del tutto inedito.

Il “piano del secolo” si colloca anche nel quadro della politica interna americana in vista delle elezioni presidenziali di novembre. Se le comunità ebraiche americane si sono divise e alcune hanno espresso posizioni nettamente critiche alla proposta di Trump, un sostegno inequivocabile viene dagli evangelici radicali, che apprezzano i riferimenti biblici (da loro interpretati in accezione millenarista) anche senza comprendere molti dettagli storici e politici della questione israelo-palestinese, confermandosi uno dei pilastri su cui il presidente americano basa la sua rielezione.

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