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Colognola, vecchia e nuova: avamposto un po’ sbiadito di bergamaschità

Nella sua storia ha fatto più volte "dentro" e "fuori" dalla città di Bergamo: un quartiere di transito che rispetto ad altri borghi consimili conserva un nucleo urbano d'impianto medievale.

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Bergamo, si sa, ha mutato più volte fisionomia, nel corso dei secoli: non mi riferisco soltanto al clamoroso iato che ha diviso la Città Alta dai suoi borghi, con la costruzione delle mura venete, ma anche ai molti inglobamenti e distacchi che hanno caratterizzato, nel tempo, la storia amministrativa della città.

Caso esemplare è quello del quartiere di Colognola, adiacente a quello di San Tomaso, di cui ci siamo appena occupati: Colognola è contrada antichissima, posta a baluardo di Bergamo, sulla via di Stezzano e, quindi, di Milano.

Un tempo, sarebbe stato difficile dire se Colognola, uno dei Corpi Santi cittadini, facesse parte della città vera e propria, sia pure da parecchio all’esterno della cinta delle Muraine, o fosse un paesino autonomo.

La storia ci dice che, nell’antichità, Colognola faceva parte di Bergamo, ed era terra dei Suardi, poi, dopo il passaggio della città alla Serenissima, nel 1428, essa fu accorpata alla città, insieme ad altre borgate extra moenia, come contrada dei Corpi Santi, e divenne terra dei Rivola, che dei Suardi erano gli avversari.

Ogni tiranno, si sa, vuole fare le cose a modo suo: così, al tempo della Cisalpina, Colognola tornò ad essere un comune autonomo per perdere la propria autonomia nel 1809 e ritrovarla nel 1816, quando la tempesta napoleonica si placò e tornarono gli Austriaci.

Nel 1863, a Italia ormai unita e quando Suardi e Rivola erano solo un remoto ricordo, Colognola divenne Colognola al Piano, per rientrare nel comune capoluogo durante il fascismo, nel 1927, insieme a Grumello, Redona e Valtesse.

Oggi, Colognola è un quartiere di transito, stretto tra la vecchia strada per Stezzano e la circonvallazione: tuttavia, rispetto ad altri borghi consimili, conserva un nucleo urbano d’impianto medievale, minuscolo, ma di un certo fascino, con la sua chiesa parrocchiale, oggi trasformata in biblioteca.

La parrocchia, negli anni Sessanta, si trasferì nel nuovo edificio, sempre dedicato a San Sisto, che, insieme al teatro, colpisce l’attenzione del viandante che entri a Colognola da via San Bernardino: sulla sua sinistra, infatti, egli può scorgere gli edifici del quartiere moderno, non diversi, nella loro quieta bruttezza, da tanti altri esempi già citati di edilizia di quel periodo.

Sulla destra del viaggiatore diretto a Stezzano, invece, appare, un po’ chiuso in se stesso, il borgo storico. Fa eccezione la scuola elementare del primo Novecento, con ciò che rimane dei suoi ippocastani, piantati per ricordare i caduti locali nella Grande Guerra: uno per caduto.

Erano tempi in cui il Comune gli alberi li piantava anziché tagliarli: altri tempi!

Questo, dunque è Colognola, un luogo tranquillo: anzi, due luoghi, divisi dallo stradone che l’attraversa come un’enorme biscia sinuosa, fatta di traffico e di rumore. Di qua e di là sorgono le due Colognola: quella recente, con gli impianti sportivi, la sua grossa chiesa un tantino anonima e le strade/piazze un po’ in stile periferia milanese, e quella antica, dalle stradine strette e le case grevi di pietre e coppi.

Va da sé che a me intrighi di più la seconda, anche se immagino che nella prima si viva meglio.

Subito dopo l’incrocio della strada per Stezzano con quella per Azzano, dove sorge l’istituto “Belotti”, la via prende il tipico andamento rettilineo che identifica tutte le grandi strade della Bassa: qualche chilometro, un paese, qualche altro chilometro e un altro paese, fino all’Adda, confine naturale tra i due mondi, quello dei Bortoli e quello dei Cicianebbia.

Quasi a difendere la comunità bortolina, ancora oggi, sorge Colognola, avamposto, sia pure un po’ sbiadito, di bergamaschità.

(foto Luigi Chiesa – Opera propria, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4112532)

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