La recensione
Judy: eccezionale Renée Zellweger nei panni della tormentata Judy Garland
Il film di per sé non è niente di che, anzi è piuttosto mediocre, ma la performance di Renée Zellweger è eccezionale
Titolo: Judy
Regia: Rupert Goold
Attori: Renée Zellweger, Jessie Buckley, Finn Wittrock, Rufus Sewell, Michael Gambon
Durata: 118 minuti
Giudizio: ***
Programmazione: UCI Cinemas Orio
Dopo l’acclamatissimo Bohemian Rhapsody e il meno riuscito Rocketman, arriva in carrellata il terzo biopic, che ci racconta la vita della star hollywoodiana Judy Garland, interpretata in maniera magistrale da Renée Zellweger.
Judy Garland, bambina prodigio che ha iniziato a calcare i palcoscenici alla tenerissima età di due anni, ha sbancato il lunario nel ’39 con la sua interpretazione di Dorothy Gale ne “Il mago di Oz”. Un film che l’ha iniziata allo show business: un mondo che, come si vede bene nel film, è tutt’altro che lusso e lustrini.
Il produttore della MGM, Louis B. Mayer, per evitare che Judy ingrassasse durante le riprese, la costringeva a non mangiare e ad assumere costantemente sonniferi e antidepressivi. Le ha regalato il successo, certo, ma a un caro prezzo: le ha tolto la fame, il sonno e la fiducia in sé stessa.
Judy, vittima di questa adolescenza traumatica, è diventata inaffidabile, lunatica, imprevedibile: una bomba a orologeria, pronta a esplodere.
Sul finire della sua carriera, anni in cui è ambientato il film, è rimasta senza casa, senza contratto e senza (il quarto) marito. Per amore dei figli, più che di sé stessa, dunque, è costretta ad accettare una tournée a Londra: la sua ultima chance per conquistare nuovamente l’ammirazione del pubblico.
I suoi fan la amano; ma Judy non ama sé stessa, almeno non quanto loro. Cerca costantemente l’approvazione delle persone intorno a lei, il loro affetto disinteressato, spesso rischiando di cadere nelle trappole opportuniste di chi vuole solo vivere alle spalle del suo successo.
La paura del fallimento la spinge oltre il limite, tra le braccia di alcol e farmaci; un mix letale che tira fuori il peggio che è in lei, rendendo il suo talento inutile, insufficiente a giustificare un comportamento del genere, così autodistruttivo.
Il film di per sé non è niente di che, anzi è piuttosto mediocre, ma la performance di Renée Zellweger è eccezionale. Dimenticate la goffa, grassottella e impacciata Bridget Jones. Qui la Zellweger ha un fisico sottilissimo, ai limiti della salubrità, ingobbito e stanco. La tristezza che traspare dai suoi gesti e dalla sua voce e l’asciutto cinismo delle sue battute lascia un segno che sicuramente non verrà dimenticato. Meritatissimo, dunque, il premio Oscar come migliore attrice protagonista.


