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Il coraggio di fare due dischi, non sempre riusciti, con le canzoni di Tom Waits

Non eccelle, anzi, "Come on up the House: Women Sing Tom Waits". Meglio, molto meglio, l'omaggio degli ungheresi Braindogs. E Brother Giober ci propone un elenco di brani del grande Tom... da isola deserta

Premessa: ci vuole coraggio a fare un disco di canzoni di Tom Waits e ad affidarle ad altri interpreti perché la musica di Tom Waits è qualcosa di fortemente legato al suo autore, non è materia malleabile; affidare le canzoni che ne fanno parte ad altri significa, almeno, togliere loro spessore, caratterizzazione.

I due dischi che di seguito recensisco affrontano la difficoltà in modo diverso: il primo che è un omaggio di sole donne, prende le canzoni di Waits, le riduce musicalmente all’osso, mettendo in primo piano la capacità interpretative della cantante di turno e il fatto che la maggior parte di loro provenga dai lidi del country contribuisce ad appiattire l’atmosfera generale dl lavoro: il risultato finale rispetto all’originale è molto differente salvo che per la melodia di cui, nonostante tutto, sopravvive, in alcuni casi, il tratto.

Quello che si perde è lo spirito di fondo, la genialità e nella maggior parte dei casi, salvo per quelle più famose, il rischio è che le canzoni possano essere scambiate per quelle di un qualsiasi altro autore.

Il secondo disco è quello di una band tributo, manca la rilettura personale e quindi il tutto può apparire una sorta di compitino, anche se in realtà non è così. Ma come si suol dire, non si può accontentare tutti.

Andiamo nello specifico:

Autore: AAVV
Titolo: Come on up the House: Women Sing Tom Waits
Voto: **1/2

Il fine del progetto è quello di celebrare il cantautore di Pomona nel suo settantesimo compleanno; il cast, come dice il titolo, è affidato a interpreti tutte femminili tra cui spiccano i nomi delle note, anche da noi, Aimee Mann, Rosanne Cash, Patty Griffin e Corinne Bailey Rae.

La produzione è affidata al compositore Warren Zane, ex leader dei Del Fuegos che ha curato anche le note di copertina che tra l’altro riportano: “Le canzoni di Waits che ho sentito attraverso la voce di queste donne respirano profondamente e in modo differente. Nello stesso modo in cui Dylan incide le versioni definitive dei suoi pezzi, ma non ne recinta mai il territorio così da lasciare spazio a cover maestose, le registrazioni che ho raccolto mi hanno mostrato la grande forza e l’eco straordinaria del repertorio di Waits. Nessuna ne ha preso possesso: si tratta solo di prestiti, ma che prestiti!”.

women play waits

In realtà le nobili intenzioni non sono approdate ad un risultato così eclatante. Nel passato altri si sono cimentati sul repertorio di Waits con alterne fortune. Partendo dal gradino più basso ricordo un pessimo lavoro di Scarlett Johansson che intitolò il suo (mi auguro) unico disco Anywhere I Lay My Head: The Songs Of Tom Waits (2008).

Si potrebbe poi discutere del tentativo fatto da Rod Stewart (Downtown Train) che a me pare riuscito ma che altri hanno criticato, ritenendo i due artisti troppo distanti l’uno dall’altro oppure quello di Bob Seger (Blind Love), rocker tutto d’un pezzo che, tuttavia, di fronte al monumento Waits esce perdente nel confronto e ancora il tentativo di un “puro” come Tim Buckley che ad un certo punto decise, all’apice del successo, di proporre una versione di Martha, tratta dal Closing Time, troppo sdolcinata e intrisa di violini e non propriamente riuscita

Meglio hanno fatto altri, più affini, umanamente, all’artista californiano: Johnny Cash in American Recordings (1994) ha proposto una convincente versione di Down There By the Train, Rickie Lee Jones che, evidentemente, conosce il “nostro” come pochi altri è stata protagonista di una versione di Rainbow Sleeves tutt’altro che banale, fino ad arrivare ai Ramones, forse i più sorprendenti, che a suo tempo omaggiarono Waits con una versione corrosiva di I Don’t Wanna Grow Up e a Bruce Springsteen che ci ha regalato una Jersey Girl certamente di valore, per arrivare infine alla scena italiana e all’esempio di Vinicio Capossela (Blue Valentines tradotta con il titolo di Lettere d’Amore Blue o Christmas Card From a Hooker in Minneapolis tradotta con Cartoline di Natale di una Prostituta di Minneapolis).

Quindi, fatto salvo quanto sarà detto nella prossima recensione, non conosco pazzo che abbia avuto il coraggio di realizzare un disco intero di cover di Waits, salvo la sconsiderata e già citata attrice hollywoodiana. Affidare a più interpreti il repertorio è invece iniziativa meno rischiosa, perché nel mazzo qualche artista si distingue dagli altri, o ha una sensibilità più vicina a quella dell’artista californiano e vi è anche la possibilità che versioni particolarmente riuscite possano mitigare il giudizio rispetto ad episodi minori.

Nel disco in questione, la circostanza che molte delle interpreti provengano dalla musica country, quella che a volte pericolosamente deraglia nel pop, fa si che spesso le atmosfere siano un po’ troppo arrotondate e si perda del tutto quel senso di precario, di raffazzonato che sono marchio di fabbrica di Tom Waits.

Senza girarci tanto intorno una certa monotonia è quella che caratterizza l’intero lavoro.

Il disco più saccheggiato è Mule Variations (cinque tracce) non a caso, visto la sua matrice femminile, determinata dal coinvolgimento in fase di stesura dei brani della moglie di Waits, Kathleen Brennan.

Ciò detto, le “cose “ belle…

Si parte con il brano che dà il titolo all’intera raccolta, ovvero Come on Up to the House ( da Mule Variations) affidato all’interpretazione di Joseph e alla sua voce sottile. L’interprete femminile trasforma quella che è una sorta di marcia solenne in una intensa ballata, dalle tinte sbiadite, tipica delle artiste country quando si danno al pop. Il risultato è un po’ sdolcinato ma alla fine
piacevole. Una delle cose migliori dell’intero lavoro.

Bella è la lettura della successiva Hold on (ancora da Mule Variations) affidata alla tonalità sicura di Aimee Mann, una cantautrice che in un passato non troppo remoto ha avuto un discreto successo. La Mann ha una bella voce e mestiere da vendere, la sua versione è scarna ma quanto meno non fa sconti ed evita qualsiasi rischio di contaminazione commerciale. Forse la miglior
performance all’interno del lavoro.

Facile e scontato l’esito del rifacimento di Ol’55 (tratto da Closing Time) uno dei primi successi (si fa per dire) di Tom Waits: ad interpretarlo sono due mostri sacri del country come Allison Moorer e sua sorella Shelby Lynne. Ci fossero meno violini sarebbe meglio ma tutto non si può avere. Nel passato si erano cimentati sullo stesso brano anche gli Eagles anche se con risultati assai discutibili.

Rigorosa e rispettosa la versione di Ruby’s Arms (da Heartattack and Vine) affidata alla voce di Patty Griffin accompagnata dal solo pianoforte come quella di Downtown Train interpretata da Courtney Marie Andrews, che ne dà una lettura intensa e attenta a non sporcare la dolcezza della melodia.

Ed infine Tom Traubert’s Blues, affidata a The Wild Reeds, tratta da Heartattack and Wine, molto diversa dall’originale, quasi una nuova canzone ma in questo caso va premiato il coraggio.

Le notizie brutte…

Tremenda è la versione di Jersey Girl da parte di Corinne Bailey Rae, una cantante pop soul che pur approcciando il brano con umiltà, senza strafare, e accompagnata da un arrangiamento striminzito non riesce a spogliarsi dei panni di star di un genere musicale patinato e far acquisire spessore al brano; al contrario riesce, con la sua interpretazione, a togliergli tutta confidenzialità originale.

Francamente irritante è la versione di Georgia Lee (tratta da Mule Variations) di Phoebe Bridgers una cantautrice indie al centro l’anno scorso di un caso di molestie sessuali (l’accusato è Ryan Adams): stucchevole, immobile, il brano è di una noia mortale. Ma questa è il genere di musica che negli Stati Uniti (tra il pubblico più conservatore) ha ancora tanto successo.

Decisamente brutta la versione di Time tratta da Rain Dogs e affidata a Rosanne Cash che pur è stata, sino a oggi, un’artista protagonista di prove discografiche tutte di buon livello. La versione è troppo scarna e stucchevole e la voce un po’ lagnosa della figlia del “grande Johnny” la rende ancor più indigesta.

Kat Edmonson interpreta You Can Never Hold Back Spring, come fosse un musical e la sensazione che se ne trae alla fine è quella di una canzone da sentire sotto le festività natalizie. Di canzoni avente ad oggetto il Natale, Waits ne ha scritte molte ma con ben altro spirito e intento. Anche qui il risultato è deludente e la strabordante orchestrazione irritante.

La componente country inquina pure la versione House Where Nobody Lives (da Mule Variations) e affidata a Iris Dement. Lo zucchero viene sparso in quantità industriali e si giunge alla fine dell’ascolto con un senso di sazietà che non fa presagire nulla di buono.

In definitiva il disco è un’occasione sprecata. È evidente il tentativo dell’industria discografica di rimediare all’indifferenza verso un’artista che invece avrebbe meritato molto di più.

Purtroppo, la versione country di Tom Waits che ci viene propinata, poteva avere un senso rispetto alla sua produzione discografica più remota mentre alla luce degli sviluppi successivi mostra la corda. La poliedricità dell’artista, l’irriverenza, la genialità, lo spessore si perdono in un mare di sapori dolciastri che ne annegano i tratti.

Passare oltre… per esempio al disco successivo.

braindogs

Autore: Braindogs
Titolo: Real live Brains – Celebrating Tom Waits
Voto: ***1/2

Ecco invece il disco che non ti aspetti.

I Braindogs sono un gruppo multi etnico di base in Ungheria (si avete letto bene), nato circa sei anni fa che, leggendo le pochissime note che li riguardano, avrebbe l’abitudine, una volta l’anno, nel giorno del compleanno di Tom Waits, di riunirsi celebrandolo con un concerto dal vivo.

I componenti dei Braindogs sono Ian Siegal (voce e chitarra) un bluesman inglese di vecchia data, Mischa Den Haring (voce e chitarra) dall’Olanda, Ripoff Raskolnikov (voce e chitarra) dall’Austria, Varga Livius (percussioni), Frenk (voce, batteria e tastiere), Nagy Szabolcs (Piano) e infine Laca Varga (basso), tutti dall’Ungheria.

Il disco in questione è quindi un atto d’amore: è evidente che I Braindogs provino, per l’artista di Pomona, una devozione assoluta che traspare da ogni nota del disco ed è certo che di lui conoscono il repertorio a memoria tanto da averlo assimilato fino a farlo diventare cosa loro. Un percorso che gli permette, nel disco in questione, di rielaborare la materia senza mai stravolgerla e di essere allo stesso tempo credibili, con l’inaspettato risultato che alcune versioni acquisiscono sfumature nuove rispetto agli originali arrivando, in alcuni casi, a migliorarli.

Il risultato finale è quello che ci si potrebbe aspettare da un concerto dello stesso Waits e tanto per essere concreti il disco vive delle medesime atmosfere che è possibile trovare in Glitter and Doom del 2009 con l’ulteriore vantaggio che i Braindogs, a differenza del loro riferimento, non eccedono mai nell’estro facendo risultare il tutto più accessibile e senza mai tradire lo spirito dell’artista

Il repertorio affrontato privilegia il periodo di mezzo del nostro, quello che abbandonati i panni prima del cantante country e poi di quello dedito al jazz, ha il blues, quello più sporco, più luciferino, quale riferimento principale; il periodo della assoluta libertà compositiva, quello tanto per intenderci che va da Heartattack and Vine in avanti.

Il lavoro di studio maggiormente saccheggiato è Rain Dogs con 5 riproposizioni, segue poi Swordfishtrombones con 4.

Il disco è live, il suono è generalmente sporco e ha una forte componente blues.

Ne è una prova il brano all’inizio del lavoro Goin’ out west (da Bone Machine), in una versione essenziale che recupera l’anima rock: la versione è ritmata, arricchita dal lavoro di una sezione ritmica invadente ma efficace. Il frontman canta come un novello Waits e forse gli assomiglia anche troppo ma il risultato finale è entusiasmante.

Il filo di tensione che attraversa tutto il brano è quello che si ritrova nella successiva Shore Leave (da Swordfishtrombones) che pur è lenta, rarefatta, con le percussioni ancora sullo sfondo e la chitarra a disegnare le trame sognanti; il cantante un po’ narra, un po’ canta e il brano, pulito degli eccessi del cantautore di Pomona, pur perdendo un po’ di spessore, acquista invece in
bellezza.

Stessa atmosfera che pervade il brano seguente ovvero Everybody’ s talking at the same Time (Bad As Me), ancora caratterizzato da un ritmo lento, cadenzato, con chitarra e piano a creare un sottofondo suggestivo nel quale cullarsi. Bello quasi da non credere. Certo la materia prima è eccellente ma per rovinarla è un attimo e qui il pericolo è scongiurato.

Jockey full of Bourbon (Rain Dogs) viene proposta come probabilmente avrebbero potuto fare anche Willie De Ville, piuttosto che Vinicio Capossela o Paolo Conte, ovverosia accentuando la componente gitana grazie alla quale è possibile ottenere un risultato piacevole ma niente di più, mentre Underground (Rain Dogs), recupera l’anima più mitteleuropea del nostro, quella legata a  Kurt Weill e al cabaret tedesco, influenze che, per molto tempo, hanno ispirato l’intera opera di Waits.

Più vicina ai miei gusti personali è la versione di Downtown Train che, liberata da ogni eccesso dell’originale, acquisisce in pulizia, la stessa pulizia che permette di assaporare la bellezza della melodia di una canzone che è un po’ un classico.

Dirt in the Ground (da Bone Machine) diventa una ballata pianistica dove grande spazio viene data all’interpretazione del front man; lo spirito di Waits aleggia in tutta la durata del brano e il risultato finale è decisamente di livello superiore.

Stessa sensazione che si coglie ascoltando Heartattack and Wine (tratta dall’omonimo album) uno blues sporco del quale i Braindogs mantengono intatto il pathos originario. Brilla in particolare il lavoro di ricamo dell’organo e il supporto della chitarra che rendono la versione spettacolare.

Il disco e il concerto sono stati per me una sorpresa tra le cose migliori che mi siano capitate di seguire negli ultimi tempi. Consiglio anche la visione su Youtube che rende ancor meglio l’idea.

Tom Waits – Alcuni brani da isola deserta

I Hope That I Don’t Fall in Love With You – Closing Time (1973)

(Looking for )The heart of Saturday Night – The Heart of Saturday Night (1974)

– Tom Traubert’s Blues – Small Change (1976)

– I never talk to Strangers – Foreign Affairs (1977)

– Christmas Card from a Hooker in Minneapolis – Blue Valentines (1978)

– Jersey Girl – Heartattack and Vine (1980)

– This One from the Heart – One from the Heart (1982)

– Shore Leave – Swordfishtrombones (1983)

– Downtown Train – Rain dogs (1985)

– Temptation – Franks Wild Years (1987)

– Goin’ out to the West – Bone Machine (1992)

– Come on up to the House – Mule Variations (1999) –

– Fannin’ Street – Orphans: brawlers, Bawlers & Bastards (2006)

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